Questo 2026 è l’ottantesimo della Repubblica: lo racconteremo attraverso storie e figure di donne semplici e straordinarie insieme; donne che hanno lasciato una traccia indelebile.
Cominciamo con Tina Merlin nel centenario della sua nascita e a 35 anni dalla sua morte. A Tina abbiamo dedicato uno dei primi profili di questa rubrica. Tina per sempre legata alla tragedia del Vajont 63 anni fa, 9 ottobre 1963. Solo cinque anni dopo, il 21 febbraio 1968 la prima sentenza istruttoria del giudice Mario Fabbri che parla con le parole della Genesi: proprio in questi giorni 58 anni fa: paesi distrutti, duemila morti. In queste ultime settimane il ciclone Harry ha colpito il sud del nostro paese, in particolare la Sicilia, la Calabria e anche la Sardegna. Si è evocata la catastrofe del Vajont che doveva essere un monito per il futuro ma … così non è stato. Potremmo fare un lungo elenco di tragedie (alluvioni, valanghe, terremoti, cicloni …) che continuano a causare moltitudini di morti, a distruggere territori per incuria e, spesso, anche per tangenti guadagni enormi, illeciti nell’intreccio perverso mafie e politica. E si continua anche quando si sa, è noto che il disastro succederà. È la storia del Vajont che Tina Merlin aveva cominciato a raccontare fin dagli anni cinquanta. Una donna una giornalista di talento, coraggiosa e con un amore profondo per il suo territorio e le genti di là; con il coraggio e la determinazione nel condurre le sue inchieste per la ricerca della verità, nonostante l’ostilità e la delegittimazione continue. Una storia esemplare che ha molto da insegnare a quel giornalismo prezzolato e asservito al potere che non rispetta i valori e i fondamenti della Costituzione a partire dall’art. 21: la libertà di stampa e il valore dell’informazione.
“L’informazione serve i governati e non i governanti”, recita la sentenza della Corte Suprema USA che si schiera con il «Post» e il «New York Times» nel 1971, celebrando il trionfo della libertà di stampa (raccontato con efficacia nel film di Spielberg del 2017). Anche oggi presidio per la difesa degli Stati Uniti dall’assalto trumpiano e dalla deriva pericolosa per il mondo intero.
Tina non si fermerà mai, neanche quando sarà denunciata insieme all’«Unità», per procurato allarme, quattro anni prima del disastro.
“… Il 9 ottobre 1963 è una stupenda giornata di sole. …
… Sono le 22,39. Un lampo accecante, un pauroso boato.
Il Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile, centinaia di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra.
A monte della diga un’altra ondata impazzisce violenta da un lato all’altro della valle risucchiando dentro il lago i villaggi di san Martino e Spesse.
La storia del ‘grande Vajont’, durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime”.
Così scriverà Tina nel libro Sulla pelle viva (1983).
Le parole apocalisse e olocausto sono fortissime e testimoniano quanto il Vajont sia stato importante e doloroso a metà della sua storia adulta: partigiana Joe con il suo amato fratello Toni, il partigiano Bill ucciso il 26 aprile 1945; il matrimonio nel 1949 con Aldo Sirena, il partigiano Nerone; la nascita del figlio nel 1951 che chiamerà Toni come il fratello.
Il “giudice del Vajont” Mario Fabbri il 21 febbraio 1968 depositava la sentenza istruttoria che si apre con parole altrettanto forti, dalla Genesi:
“In quel giorno le acque irruppero (…), ingrossarono e crebbero grandemente e andarono aumentando sempre più sopra la terra (…) e sorpassarono le vette dei monti (…). E ogni carne che si muoveva (…), tutto quello che era sulla terra asciutta e aveva alito vitale nelle narici, morì…”. A sottolineare quanto immane e grave fosse la tragedia.
L’accusa formulata: “disastro colposo di frana aggravato dalla prevedibilità dell’evento, inondazione e omicidi colposi plurimi”. Il giudice istruttore segnala anche la collusione tra i tecnici dell’Enel-Sade e i funzionari ministeriali tramite pressioni e scambi di favori.
Tina Merlin aveva dunque ragione fin da quando fu denunciata insieme all’«Unità» nel 1959 per un articolo dal titolo “La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono”. Racconta di 130 capifamiglia, uomini e donne, che si sono consorziati per difendersi dai soprusi della SADE (società adriatica di elettricità fondata nel 1905), dagli espropri selvaggi delle terre.
Racconta che le preoccupazioni degli abitanti del comune di Erto sono aumentate: la domenica di Pasqua del 1959 Arcangelo Tiziani sta ispezionando i pendii attorno al lago artificiale a Forno di Zoldo quando una grossa frana … “tonfa dentro l’acqua e si porta via l’operaio …”. Il suo corpo non sarà mai ritrovato.
L’accusa era quella di aver fornito notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico.
Il tribunale un anno dopo sentenzia che i fatti denunciati erano veri, che il pericolo c’era ed era grave.
Chi doveva trarre le conseguenze dalla sentenza non mosse un dito anzi autorizzò la SADE a proseguire nella costruzione della diga mortale (inaugurata il 17 ottobre 1961): la SADE era il burattinaio che tirava i fili, scienziati e politici, i suoi burattini. E non scriveva certo contro il progresso, Tina, ma “contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui” e metteva a repentaglio la vita delle persone.
L’inaugurazione avvenne nonostante che mesi prima, il 21 febbraio 1961, Tina Merlin avesse presentato un’altra forte denuncia relativa all’invaso del Vajont a Erto:
“… … Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con un terribile schianto. In quest’ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la famosa diga tanto decantata e a ragione, resista. Se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un immane disastro per lo stesso paese di Longarone …”.
“Tutti sapevano, nessuno si mosse”, poté scrivere il giorno dopo il disastro Tina Merlin.
Gli altri giornali, che mai avevano denunciato il grave pericolo, arrivarono a piangere sui morti, sostenendo che si era trattato di un’imprevedibile catastrofe naturale.
Come ha continuato a fare «Il Gazzettino» con un articolo di Carlo Nordio nel 58° anniversario della tragedia, tentando di collocarsi a metà strada tra le due “verità” fin dal titolo “Quella frana sul Vajont che ancora divide l’Italia”.
La risposta di Toni Sirena chiara e netta: si dice che dopo la tragedia gli abitanti non accolsero i giornalisti venuti da ogni dove ma solo Tina: gli uomini, davanti a lei, si toglievano il cappello e le donne l’abbracciavano piangendo.
Tina Merlin: l’ho “incontrata” la prima volta nelle parole del mio professore di storia e filosofia. Nell’ottobre 1963 frequentavo la quarta liceo scientifico a Brescia. Nei giorni del Vajont il prof arrivava con l’«Unità» e raccontava, ci faceva leggere gli articoli di Tina, ce la proponeva come un esempio: Tina aveva previsto da anni quanto sarebbe successo, conosceva quei posti e li amava come tutti gli abitanti di là.
Così, quando me la presentarono una decina di anni dopo a Vicenza, sapevo già che era una donna coraggiosa e una giornalista di talento. Non solo Quella del Vajont (titolo del libro di Adriana Lotto) ma quella che il Vajont ha ferito a morte.
Il percorso giudiziario sarà lungo e tormentato a partire dal 10 maggio 1968, quando la Cassazione trasferisce il processo a L’Aquila “per legittima suspicione”.
La sentenza definitiva arriva il 25 marzo 1971, quindici giorni prima della prescrizione; con pene lievi agli imputati ma riconoscendo la prevedibilità dell’evento e la loro responsabilità per disastro colposo di frana inondazione omicidi colposi plurimi.
Per quanto riguarda il percorso civile e i risarcimenti: una vicenda lunghissima e triste. Da segnalare che il presidente del Consiglio Giovanni Leone, in visita a Longarone dopo l’apocalisse, aveva assicurato l’impegno per individuare le responsabilità e anche gli aiuti per la ricostruzione.
In realtà, decaduto da presidente, fu uno degli avvocati difensori della SADE e dei suoi complici. Fu lui a invocare la commorienza, prevista nel codice civile articolo 4, in base al quale i nipoti non vennero risarciti per i nonni morti insieme ai loro genitori.
Leggendo i lavori di Tina prima e dopo questa tragedia si capisce che lo fa con continuità tenacia forza perché:
Si tratta dell’amore per il “suo” territorio e per la gente di là; “Lei, per nascita e per scelta è con loro, non semplicemente dalla loro parte…è una di loro”, scrive Toni Sirena nell’incipit di La rabbia e la speranza.
“Il cammino della miseria”: undici articoli nel solo mese di gennaio 1953, è una vera e propria inchiesta. Racconta, Tina, dei ventimila emigranti che ogni anno vanno all’estero; delle famiglie divise e della fatica doppia delle donne; delle ricchezze naturali e delle possibilità di lavoro che non mancherebbero nella provincia; sviluppa dieci proposte per investire sui punti forti della montagna: l’acqua, la terra, il legname, la frutticoltura, l’artigianato e anche l’industria da sviluppare; operando, per esempio, “sui 24 bacini montani per opere di sistemazione idrogeologica necessaria, si possono creare almeno cinquemila posti di lavoro!”. Racconterà di una proposta di legge d’iniziativa popolare sulla montagna presentata l’8 marzo del 1959, utilizzando l’articolo 71 della nostra Costituzione per la prima volta e a conclusione di un lavoro di anni.
Poi ancora, dopo l’olocausto, a raccontare le conseguenze dell’abbandono della montagna e i disastri nel Comelico, la grande alluvione del 1966, la morte di altri bellunesi all’estero, “salvarsi dal Vajont per morire in Svizzera”.
Si tratta per lei di proseguire l’impegno e la scelta che fece di entrare nella Resistenza per la libertà e la giustizia “…per una Patria dove anche i contadini e gli operai potessero riconoscersi e anche le ragazze-serve…”.
Lo conferma un articolo sull’«Unità» del 18 ottobre 1963:
”…Molti dei morti di Longarone furono gli stessi che, insieme a partigiani emiliani, difesero dalla distruzione tedesca, a rischio della loro vita, gli impianti della SADE pensando che dopo sarebbero divenuti cosa di tutti. Non solo speranze tradite ma gli errori della società elettrica e dei governi li ha uccisi sotto una montagna di fango”.
Su «Rinascita» Tina, indomabile, il 28 dicembre 1963 racconta il cinismo della SADE e di come ottenne la concessione per lo sfruttamento delle acque del Vajont.
“…Il decreto porta la data dell’ottobre 1943. L’Italia era precipitata nel caos … A Roma, in quei giorni gli ebrei venivano rastrellati dai tedeschi. Nulla più era efficiente. Le donne italiane rivestivano di abiti borghesi i soldati fuggiaschi per sottrarli alla cattura. L’unica cosa valida di quei momenti erano i gruppi antifascisti che si andavano organizzando per la lotta partigiana. Eppure, dentro il ministero dei Lavori Pubblici di Roma, la SADE trovò o pagò un funzionario disposto a mettere un timbro e una firma di un ministro fasullo sotto la concessione. […] Mentre il popolo italiano pensava ad organizzarsi e a lottare per la liberazione del paese, moriva per i propri ideali di democrazia e di giustizia sociale, la SADE maneggiava nei ministeri, imbrogliando le carte, per non perdere quella che credeva l’ultima partita.
Il Vajont aveva avuto un assurdo inizio prima di avere una tragica fine”.
Questo episodio vergognoso era stato confermato con imbarazzo dal ministro dei lavori pubblici Fiorentino Sullo durante la vivace seduta alla Camera dei deputati del 15 ottobre 1963 sull’interpellanza presentata dall’on. Franco Busetto del Pci.
Fa una rivelazione importante, l’on. Busetto: “… Il signor Lucio Rizzato, un tecnico dell’Università di Padova è stato perquisito e arrestato nella notte ed è in carcere su denuncia del professor Augusto Ghetti, titolare della cattedra di idraulica alla medesima Università e consulente della SADE. … L’accusa: aver sottratto documenti riguardanti gli impianti del Vajont”. Si tratta di un documento che descrive l’esito della simulazione (su modello in scala 1:200) per valutare gli effetti di un’eventuale frana nel lago serbatoio del Vajont. La relazione è redatta e firmata il 3 luglio 1962 proprio dal professor ing. Augusto Ghetti. Contiene elementi che sono stati taciuti e di estrema gravità: dimostrano che la SADE e l’ENEL sapevano quello che sarebbe potuto succedere.
Tina collaborava con L’«Unità» da quando vinse un concorso sul tema delle donne nel 1951 ma sarà assunta solo nel 1972.
Tina accentuerà il suo sguardo sulle donne la loro condizione e l’impegno non solo per l’emancipazione ma per la libertà, come aveva appreso durante la Resistenza.
Anche su questo terreno rintracciamo l’attualità del suo pensiero con un’idea forte della politica.
“È proprio la politica che mi fa veramente vivere. Il mondo che sognavo da bambina, quand’ero a servire, mi s’è aperto, esiste, io esisto col mondo”.
Non pensava alle donne come un soggetto debole ma il soggetto forte in grado di produrre cambiamenti radicali.
“La società nazionale e bellunese non potrà mai cambiare, mai progredire senza l’apporto femminile anche e soprattutto nel campo pubblico … là dove si discutono e si impostano i problemi della collettività costituita in maggioranza da donne. Non si potrà mai parlare … di democrazia fintanto che le donne non avranno assunto il posto loro dovuto negli organismi pubblici”.
Una risposta forte al «Gazzettino», è il 1964, che dava rilievo alle posizioni della Democrazia Cristiana per continuare a sostenere:
”… La donna per non perdere la propria femminilità deve assommare le tre note virtù di Cecco Beppe: casa, chiesa e bambini. Si dà il caso invece che la donna svolga un’attività di primo piano nella società …”.
Ci sono ancora oggi esponenti del centrodestra nelle istituzioni e nella società che rilanciano quelle posizioni aggravate dalla volgarità delle parole.
Tina affronta anche il tema dei femminicidi e della violenza sulle donne. Lo fa con durezza nei confronti del “mostro” e con uno sguardo tenero, è la pietas, nei confronti della vittima.
Lo fa raccontando una storia “Tra breve il processo al mostro di Busto”, la storia di Silvia che è la storia di quasi tutte le ragazze bellunesi che hanno bisogno di lavorare, che devono fare fagotto ed emigrare all’estero o in qualche grossa città d’Italia dove le loro robuste braccia trovano di che logorarsi sfregando pavimenti.
“…Un giorno la mamma di Silvia aspettò invano la sua lettera …
L’aspettò per mesi e dopo si scoprì che Silvia era morta, di fame o di sfinimento, segregata in una cantina dove il vecchio (il mostro) l’aveva nascosta per i suoi insani scopi. Era il 22 gennaio 1953”.
Studio e impegno, il suo, assieme alla capacità di stare con le persone in carne ed ossa, di capire le situazioni, le sofferenze non solo della sua gente di montagna. Lo si vede in modo esplicito nelle riflessioni in cui racconta dei ceramisti di Nove (il libro per vicende “amare” vedrà la luce solo nel 1982) e, prima, dei tessili della Marzotto di Valdagno con Avanguardia di classe e politica delle alleanze – Ed. Riuniti 1969. Il titolo non dà conto del pensiero, dello stile di Tina e delle novità che propone. Nell’incipit scrive “Nella provincia più ‘bianca’ del Veneto dominata dal conservatorismo cattolico, nella quale la Democrazia Cristiana ha sempre attinto la stragrande maggioranza dei consensi elettorali e ricevuto quella particolare impronta di volontà integralista del suo potere, qualcosa si è rotto ultimamente sul piano delle coscienze … creando problemi ai suoi dirigenti … a cominciare da Rumor perché l’isola vicentina come un quieto angolo del paese non c’è più …”
Sono venuti al pettine i nodi delle crisi e delle ristrutturazioni che non possono più gravare ancora sulla pelle viva dei lavoratori e delle lavoratrici in termini di carico di lavoro, impoverimento progressivo delle qualifiche professionali, ambiente salute e sicurezza. A Belluno vedeva la gente di là protagonista di possibili cambiamenti. A Valdagno il nuovo soggetto è la classe operaia che, dopo l’abbattimento della statua di Marzotto senior riesce, con l’occupazione della fabbrica e su una piattaforma sindacale unitaria, con il sostegno/solidarietà della città, primi fra tutti studenti e studentesse, ad arrivare a conquiste innovative per i miglioramenti della società a partire dal lavoro con l’inedito diritto d’assemblea in fabbrica con la presenza dei sindacati: nascono i Consigli di fabbrica e di reparto eletti direttamente dai lavoratori e lavoratrici.

Dialogava con il mondo culturale Tina, da Goffredo Parise ad Andrea Zanzotto a Mario Rigoni Stern che scrisse una breve prefazione a La casa sulla Marteniga che, grazie a Mario, fu pubblicato nel 1993 dalla casa editrice padovana Il Poligrafo, dopo la morte di Tina.
Una vita complessa dunque quella di Tina che qui è solo tratteggiata.
Dopo la metà degli anni ’80 ritornerà a occuparsi delle sue montagne. E continuerà a chiedersi:
“Quale sarà lo sviluppo dell’umanità in senso economico ma soprattutto umano partendo da un dato di fatto: l’esistenza di nuovi saperi e nuove tecnologie capaci di fornire benessere ma anche distruzione … chi deve scegliere tra autodistruzione e sopravvivenza? …”
Domanda di straordinaria attualità, forte della sua esperienza.
Tina due giorni dopo l’apocalisse scriverà queste lucenti parole: “Sto scrivendo queste righe col cuore stretto dei rimorsi per non aver fatto di più per indurre il popolo di queste terre a ribellarsi alla minaccia mortale e che ora è diventata una tragica realtà”.
Pensava che la libertà non è star sopra un albero; la libertà è partecipazione.
E scrisse: “Oggi non si può soltanto piangere. È tempo di imparare qualcosa”.
