Nel dibattito pubblico sull’immigrazione, l’imprenditoria di origine straniera è spesso evocata come indicatore di integrazione economica e di vitalità produttiva. Meno esplorata, ma sempre più centrale, è la dimensione di genere di questo fenomeno. I dati anticipati dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos e da CNA, restituiscono un quadro di forte discontinuità rispetto alle rappresentazioni tradizionali: le donne immigrate emergono come protagoniste inattese, eppure strutturali, di una nuova stagione imprenditoriale.
Tra il 2011 e il 2024 le imprese guidate da donne di origine straniera sono cresciute del 56,2%, superando nettamente il già rilevante incremento complessivo dell’imprenditoria immigrata (+46,9%) e ponendosi in netto contrasto con la contrazione registrata dalle imprese a conduzione autoctona. Oggi quasi un’impresa immigrata su quattro è femminile (24,7%), per un totale di oltre 164.000 unità: un dato che segnala non soltanto un’espansione quantitativa, ma una trasformazione qualitativa del profilo imprenditoriale migrante.
Questa dinamica assume un significato ancora più rilevante se letta in controluce rispetto all’andamento dell’imprenditoria femminile nel suo complesso. Nello stesso arco temporale, infatti, le imprese guidate da donne nate in Italia hanno conosciuto una flessione, seppur attenuata negli anni più recenti. Ne consegue che le imprenditrici immigrate rappresentano oggi il 12,6% di tutte le attività indipendenti femminili del Paese, una quota quasi doppia rispetto a quella registrata nel 2011 e superiore all’incidenza media dell’imprenditoria straniera sul totale nazionale. Il dato suggerisce che la componente migrante non svolge un ruolo meramente compensativo rispetto al declino demografico e produttivo, ma contribuisce attivamente alla ridefinizione degli equilibri di genere nell’economia italiana.
Dal punto di vista settoriale, la crescita si inserisce nel più ampio processo di terziarizzazione dell’economia. Commercio e ristorazione restano gli ambiti di maggiore concentrazione, ma è nei comparti meno tradizionali che si colgono i segnali di maggiore innovazione sociale ed economica. Negli ultimi cinque anni, le cosiddette “altre attività di servizi” — in larga parte servizi alla persona — hanno registrato un incremento superiore al 27%, divenendo il terzo settore di insediamento. Ancora più significativo è l’avanzamento in ambiti ad alta qualificazione o storicamente poco accessibili all’imprenditoria immigrata: attività immobiliari, finanziarie, assicurative e professionali crescono a ritmi superiori al 24%, raccogliendo complessivamente quasi 10.000 imprese femminili.
Questa diversificazione settoriale assume una valenza socioeconomica cruciale se si considera la persistente penalizzazione delle donne migranti nel mercato del lavoro dipendente, dove esse risultano sovrarappresentate nel lavoro domestico e di cura e scarsamente valorizzate rispetto alle competenze possedute. L’imprenditorialità diviene così non solo una strategia di sopravvivenza economica, ma un dispositivo di mobilità sociale, di riconoscimento professionale e di autonomia, capace di scardinare — seppur gradualmente — segmentazioni occupazionali di lunga durata.
Il Rapporto, che sarà presentato il 24 marzo a Roma presso Esperienza Europa – sala David Sassoli, offre una lettura articolata del fenomeno, integrando statistiche ufficiali e analisi territoriali, settoriali e nazionali. Ne emerge l’immagine di un’imprenditorialità femminile immigrata sempre meno confinata ai margini e sempre più integrata nelle filiere produttive, capace di intercettare nuove domande di mercato e di contribuire alla resilienza del sistema economico nazionale: la crescita delle imprese immigrate al femminile non rappresenta una semplice variazione quantitativa, ma un indicatore avanzato di trasformazione sociale che interroga le politiche di inclusione, di sostegno all’imprenditoria e di valorizzazione del capitale umano, suggerendo che il futuro dello sviluppo italiano passa anche — e sempre più — attraverso il protagonismo economico delle donne migranti, forza silenziosa e inattesa di sviluppo del Paese.
