Giornalismo sotto attacco in Italia

Dio mio, “garanti” della privacy, come siete caduti in basso

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Una doverosa premessa. Le «Autorità» furono negli anni 90 del secolo scorso una felice scelta per rendere più veloci procedure ed interventi in settori in rapida trasformazione, nei e sui quali la sequenza delle leggi primarie è lenta e insufficiente. Le autorità apparivano necessarie e capaci di introdurre un tertium genus tra governo e parlamento. Il disegno che presiedeva all’introduzione dei nuovi organismi era proprio l’urgenza di dare luogo a entità dotate di vaste prerogative: regolamentari, di alta amministrazione e -mutatis mutandis- di magistratura.

Fu una scommessa, in parte vinta e in parte no. Fu un successo, perché entrarono in scena decisioni altrimenti diluite di rinvio in rinvio. Sia per ciò che attiene alle misure antitrust, sia per quanto accade nell’universo delle telecomunicazioni, sia per la creazione originale di un impegno volto a tutelare i dati personali, il bilancio è positivo. Mentre il resoconto non raggiunge la sufficienza nella debole capacità operativa e nello scarso coraggio dimostrato verso i cosiddetti poteri forti. Istruttorie aperte e mai chiuse davvero, delibere a volte scritte con il latinorum manzoniano, vere e proprie rimozioni. Però, l’intuizione di trent’anni fa non va messa in soffitta. Anzi, se mai è da rilanciare nella stagione dell’accentramento verso l’esecutivo perseguito dalla destra, che è insofferente verso ruoli e attività che possono limitare il comando illiberale. Come si vede, la stessa Costituzione repubblicana è nel mirino, per essere democratica e antifascista.

Dopo tale premessa è bene mettere i piedi per terra e guardare alla vicenda volgare e inquietante sollevata dalla coraggiosa trasmissione Report in merito al Garante della privacy. La sequenza di fatti e misfatti è nota: viene comminata una salatissima multa alla citata rubrica di Rai tre (uno dei pochissimi luoghi non piegati al pensiero unico) e un componente del collegio (Agostino Ghiglia espresso da FdI) si reca prima del voto sulla sanzione nella sede del partito; il segretario generale del Garante prova senza successo (grazie al diniego del responsabile dell’informatica) a raccogliere la posta telematica degli addetti, che in assemblea chiedono le dimissioni dello stesso collegio. Ma l’ultima puntata di Report ha dato il colpo di grazia: nella notte tra l’1 e il 2 novembre estranei sarebbero stati accompagnati all’interno della sede ficcare il naso nelle faccende di chi vi lavora. Il paradosso: il Garante della riservatezza viola la normativa sulla privatezza.

Onore a Sigfrido Ranucci e alla redazione che dirige per la capacità di svelare i lati ignobili dell’esercizio del potere. Risalta in modo scandaloso, però, il silenzio non innocente dei componenti dell’autorità in questione.

In verità, per molto meno in precedenti vituperate (giustamente) stagioni ci si sarebbe dimessi. Al contrario, vengono date risposte sfuggenti e non commendevoli alle giornaliste e ai giornalisti che chiedono conto di simili storie. Orribile.

Attenzione. Una simile così tenace attaccatura allo scranno getta una luce perversa su un’istituzione costruita con sapiente lungimiranza da Stefano Rodotà, che la presiedette imprimendo all’apparato uno specialismo e uno stile peculiari, cui sono seguite le direzioni rimaste in quel tracciato di Francesco Pizzetti e di Antonello Soro. Ora, dopo il sole la tempesta. Il Gpdp è irrimediabilmente screditato e difficilmente sarà in grado di redimersi dopo ciò che è avvenuto. Senza autorevolezza svanisce ogni autorità.

Che aspettano, quindi, signore e signori insigniti di tale prestigiosa funzione a chiedere scusa alle italiane e agli italiani e dimettersi? In Parlamento sono depositate proposte di rinnovamento e nei colloqui informali non ci sono dubbi sull’urgenza di una scelta di discontinuità. Se le dimissioni avverranno nelle prossime ore, forse il tempo (grande scultore, scrisse la Yourcenar) lenirà il peccato. Se no, prima o poi accadrà ugualmente, con ignominia. E ne va, per trascinamento, pure per le Autorità consorelle, colpite da un’ondata contagiosa.

(Da Il Manifesto)


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