L’apparizione nei bagni del liceo classico statale Giulio Cesare di Roma di una scritta recante l’espressione “lista stupri” accompagnata dai nove nomi e cognomi di studentesse identificate con precisione rappresenta un evento che travalica l’ambito della “cronaca scolastica” per collocarsi pienamente all’interno del campo degli studi sulla violenza di genere, della sociologia dell’educazione e della psicologia delle relazioni di potere. Ci troviamo di fronte non a un episodio isolato, né a una generica “provocazione adolescenziale”, ma a un atto di violenza simbolica che merita di essere interpretato con gli strumenti analitici adeguati alla sua gravità. È difficile persino immaginare lo shock di chi, entrando in bagno per caso, ha trovato il proprio nome accanto a quell’espressione che non è goliardia, non è uno scherzo, non è una bravata: è un atto di violenza. Una minaccia, un messaggio di dominio, una dichiarazione di impunità maschile.
Il Ministero dell’Istruzione ha commentato con fermezza: «Quanto successo al liceo Giulio Cesare, con pesanti offese sessiste rivolte ad alcune studentesse, è un fatto grave che va indagato e sanzionato duramente». Si ricorda inoltre che con le nuove norme la scuola dispone degli strumenti per intervenire e che sarà verificata l’effettiva attuazione dei corsi di educazione al rispetto previsti dalle nuove Linee guida: «Il rispetto è un valore…», si sottolinea, quasi a testimoniare quanto sia necessario ripeterlo, ribadirlo, scolpirlo.
Ma il punto è proprio questo: quante volte dovremo ancora gridare che il rispetto è un valore? Quante volte dovremo ricordare che le ragazze non sono bersagli? Quante volte dovremo denunciare che il sessismo non nasce in un’aula di tribunale, ma nei luoghi che dovrebbero formarci: la scuola, i gruppi di pari, le relazioni quotidiane?
Ma questo è un episodio che non è un episodio: pochi giorni prima, nello stesso istituto, erano stati strappati i manifesti che chiedevano più attenzione sulla violenza di genere. Non si tratta quindi di un gesto isolato ma di un clima, un habitat culturale che tollera, normalizza e perfino ride di ciò che dovrebbe indignare.
Non è possibile fingere sorpresa: le ragazze lo denunciano da anni, le docenti lo raccontano da anni, le associazioni lo documentano da anni. La misoginia non compare dal nulla: cresce dove non viene contrastata. Chi difende questi atti come “scherzi”, chi minimizza, chi si aggrappa alla retorica del “sono ragazzi”, sta scegliendo di ignorare una verità fondamentale: la violenza sessuale non inizia con un atto fisico. Inizia molto prima.
Inizia con parole, liste, insulti, battute, classifiche, con la riduzione delle ragazze a oggetti sessuali da giudicare, possedere, minacciare. Inizia quando la paura entra a scuola insieme a loro. Eppure, l’unico luogo dove si può davvero cambiare qualcosa è proprio la scuola. La risposta necessaria non può essere episodica né emergenziale. Serve ciò che tante realtà femministe ripetono da decenni: educazione al rispetto, all’affettività, alla sessualità, al consenso. Non lezioni improvvisate, non iniziative spot, non conferenze annuali che fanno più notizia che differenza. Serve un percorso strutturale, continuo, obbligatorio. Con un’educazione sessuale e affettiva che insegni rispetto, consapevolezza, consenso, empatia.
Nell’ottica degli studi femministi, la violenza maschile non si manifesta soltanto attraverso atti fisici, ma anche mediante ciò che la filosofa Judith Butler definirebbe “discorsi performativi”: parole che non descrivono una realtà, ma la producono. Una “lista di stupri” non è un semplice graffito: è un atto performativo di minaccia, un atto che produce paura, intimidazione, umiliazione. Come hanno evidenziato le principali studiose della sociologia del genere — da Pierre Bourdieu con il concetto di violenza simbolica, fino alle riflessioni di Elizabeth Stanko sulla “paura come regolatore sociale del comportamento femminile” — gli atti violenti contro le donne non sono soltanto aggressioni fisiche, ma meccanismi di disciplinamento che servono a limitare e regolamentare la libertà di movimento, l’autostima e l’autodeterminazione delle ragazze.
L’apparizione della scritta al Giulio Cesare si inserisce con inquietante coerenza in tale quadro teorico e la cornice istituzionale in cui è comparsa ha evidenziato l’imbarazzo delle scuole davanti al sessismo. Pochi giorni prima dell’episodio, nello stesso istituto erano stati strappati i manifesti che chiedevano maggiore attenzione sulla violenza di genere. Questa sequenza non è casuale: dimostra che la misoginia è un fenomeno stratificato, che si esprime tanto nelle forme esplicite — come un elenco di nomi accanto al termine “stupri” — quanto in quelle implicitamente ostili, come la censura di materiali informativi.
Le istituzioni scolastiche, spesso, oscillano tra due poli, una reazione normativa, fondata sulla punizione, e una reazione educativa, che richiede tempo, formazione e risorse.
Sappiamo che non esiste atto di violenza maschile contro una donna che non affondi le sue radici in un humus culturale più ampio: più che chiedersi “chi lo abbia fatto”, la scuola dovrebbe interrogarsi su come sia stato reso possibile che qualcuno lo facesse senza aspettarsi conseguenze immediate.
La scuola è il luogo privilegiato per la costruzione dell’etica pubblica, delle competenze relazionali, della capacità di riconoscere l’altro come soggetto e non come oggetto. Una scuola che non si doti di un’educazione affettiva e sessuale intensiva, strutturale, obbligatoria, rischia di diventare un ambiente che — inconsapevolmente — facilita la riproduzione di meccanismi violenti.
Non c’è più tempo da perdere. Perché mentre discutiamo, mentre minimizziamo, mentre cerchiamo giustificazioni, le ragazze continuano a crescere in un mondo che ricorda loro ogni giorno che il loro corpo non appartiene loro del tutto. Davanti a una “lista di stupri” non esiste neutralità. O si contrasta la violenza, o la si alimenta. O si prende una posizione chiara, o si è complici. La scuola ha il dovere morale – oltre che normativo – di proteggere le sue studentesse, non solo punendo i colpevoli, ma costruendo un ambiente dove episodi del genere non possano attecchire. Non servono più slogan. Servono strumenti, competenze, formazione. Servono adulti capaci di guidare, non di girare lo sguardo. Serve una comunità che insegni ai ragazzi che la virilità non si misura con la sopraffazione, e alle ragazze che nessuno può decidere del loro corpo.
Perché il futuro non si costruisce con muri imbrattati, ma con coscienze educate e la “lista stupri” del Giulio Cesare non è solo un graffito: è un campanello d’allarme assordante e ci obbliga a una riflessione più ampia: cosa vogliamo che la scuola rappresenti per le nuove generazioni? Un luogo neutrale? Un luogo che reagisce solo quando la violenza esplode? O un luogo capace di mettere in discussione le gerarchie di genere che permeano la società?
Le istituzioni educative hanno la possibilità — e la responsabilità — di essere laboratori di cultura democratica, spazi di redistribuzione del potere simbolico, luoghi in cui le categorie di rispetto, consenso, parità e limite diventino parte della grammatica quotidiana. Davvero non è più tempo di rimandare. La comparsa di una “lista di stupri” non può essere trattata come un episodio marginale, né come una devianza giovanile priva di peso sociale.
È un evento-soglia, un monito, un indicatore del punto in cui ci troviamo come società tutta.
