Matteotti vivo tra noi

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“Per me fui entusiasta di Matteotti. Era il mio gran patema che la discussione sulle elezioni ci trovasse tutti impreparati, cogliendoci all’improvviso. Così fu infatti, ma Matteotti seppe improvvisare e tener duro con tutta la vigoria della sua volontà e della sua invidiabile giovinezza. E le cose essenziali riuscì a dirle malgrado un baccano infernale. […]  Non mancano fra noi i cacadubbi che trovano che il discorso di Matteotti era inopportuno […] Invece si è fatto benissimo a cogliere la palla al balzo”. Così alle 19.15 del 30 maggio 1924 Filippo Turati raccontava la seduta alla Camera tenutasi quel giorno alla sua Anna Kuliscioff. La quale alle 16.45 del giorno dopo rispondeva: “e così lo scoppio dei gas asfissianti, accumulatisi da martedì, è avvenuto. Matteotti con coraggio e sangue freddo ammirabili, servì da scintilla e l’atto d’accusa per invalidare tutte le elezioni politiche avrà probabilmente anche qualche eco all’estero. Il frastuono infernale e i pugilati suscitano un profondo disgusto e mortificano […]. Ma è meglio ancora la bufera, anziché la tranquillità delle acque putride e stagnanti” ( F.Turati, A.Kuliscioff, Carteggio, vol.VI, Einaudi, Torino 1959, pp.169-171).

In questo botta e risposta cogliamo in vivo il clima di quella storica seduta alla Camera, dove tirava «aria di revolverate» – è ancora Turati a scriverlo – e dove Giacomo Matteotti pronunciò il suo ultimo discorso. Come sappiamo, quel discorso non fu la scintilla capace di far divampare un’efficace opposizione al fascismo, né riuscì a provocare una svolta contro la violenza squadrista nel paese e per il ritorno alla legalità nelle istituzioni parlamentari. La svolta ci fu, sei mesi più tardi, il 3 gennaio 1925, e fu il discorso di Mussolini che, assumendosi tutta la responsabilità dell’assassinio di Matteotti e del terrorismo fascista, archiviò, con l’avallo della monarchia, l’esperienza liberale del Regno d’Italia e aprì la strada alla dittatura.

Cento anni dopo, Giacomo Matteotti è tornato vivo tra noi grazie alla forza ineludibile e trascinatrice dell’anniversario della sua uccisione, che ha spinto editori, testate, siti on line, televisioni e istituzioni a non mancare l’appuntamento. Si è trattato in qualche caso di una commemorazione obtorto collo, come nel discorsetto della presidente del Consiglio – Matteotti vi è stato ricordato come «libero e coraggioso», ma si è omesso di precisare che il suo premeditato sequestro e massacro non era opera di «squadristi» qualsiasi, bensì di una squadra di criminali agli ordini del Viminale e del governo fascista – , talaltra si è invece colta l’occasione per un approfondimento critico del passaggio storico di cui Matteotti è stato protagonista. E’ ancora presto per fare un bilancio, ma possiamo cominciare a mettere a fuoco qualche frutto di questa rinnovata riflessione. Certo si è avuta una comunicazione diffusa di ciò che Matteotti fu in vita e non tanto del mito che di Matteotti, vittima e martire, s’impadronì a lungo, in parte oscurando la conoscenza di una personalità ricca e di un percorso biografico intenso tra affetti, cultura e politica. I risultati di una ricerca storica assidua e meritoria – basti pensare al lavoro di lunga lena di Stefano Caretti – sono dunque circolati fuori dai circuiti della cultura specialistica e forse gli studenti di oggi darebbero una risposta diversa alle inchieste svoltesi nel 1965 e nel 1975 a Pavia e a Voghera, dove Matteotti risultò assai popolare quale simbolo dell’antifascismo, ma del tutto ignoti il suo pensiero e l’azione. Ma è forse un ottimismo infondato?

Molti gli aspetti che hanno ricevuto nuova luce e interesse dall’occasione anniversaria.

Anzitutto è stato ripreso e valorizzato il riformismo pragmatico, radicale e intransigente che fu cifra di tutta la vita di Matteotti: a partire dalle lotte nel Polesine per l’emancipazione economica, culturale e sociale dei contadini fino alla sua progettualità di sagace amministratore locale e di deputato competente nelle file del socialismo italiano, fino  alla critica precoce del mito rivoluzionario sovietico.

Così pure è suonata di stringente attualità la riproposizione del suo pacifismo, nutrito di competenze giuridiche, economiche e di sensibilità internazionale: nel pieno dell’euforia interventista del “radioso maggio” 1915 Matteotti scriveva “noi non auguriamo e non desideriamo la vittoria di nessuno. Chiunque dei due grandi aggruppamenti dovesse vincere vi sarà un popolo vinto che preparerà la rivincita per domani e quindi nuove guerre e vi saranno vincitori che domineranno su città, campagne di nazionalità differente con la scusa della civiltà superiore, del confine da arrotondare ecc.” (G. Matteotti, Socialismo e guerre, Pisa 2013, p.97).

E agli euroscettici di oggi e di sempre gioverebbe rileggere le pagine che Matteotti dedicava all’opzione, allora futuribile, degli Stati Uniti d’Europa, intesa come strumento per combattere l’affarismo e lo sfruttamento dei lavoratori, per associare i popoli con vincoli solidali, neutralizzando le pulsioni nazionaliste – o sovraniste, per dirlo col lessico odierno-  e rinsaldarne l’impegno comune per il progresso sociale.

Ancora: dopo tanto revisionismo, ammannito all’opinione pubblica, per dipingere il fascismo come un’esperienza storica di bonario autoritarismo, giova tornare all’analisi matteottiana di quel fenomeno, individuato per tempo, da un lato, come un attacco frontale alle ancora fragili conquiste dei lavoratori e, dall’altro, come la trasformazione eversiva delle istituzioni liberali per bloccarne, con la violenza terroristica, lo sviluppo democratico. Le pagine di Un anno di dominazione fascista, apparso nel 1924, illustrano tale processo giorno per giorno, denunciando le demagogiche autorappresentazioni del fascismo riguardo alla situazione economica e finanziaria, documentando la traiettoria liberticida della prassi di governo integrata all’uso di una efferata violenza nel domare le opposizioni e asservire la società. La cronaca al rallentatore della metamorfosi dell’Italia liberale ci richiama alla necessità di monitorare e vigilare sui quotidiani attacchi contro la nostra Costituzione, contro i contrappesi istituzionali messi in atto per la buona salute della democrazia, nonché contro le tutele per l’unità solidale del paese.

Infine, a proposito della libertà di stampa, in un momento come l’attuale che vede testate e televisioni, giornalisti e scrittori sotto attacco, in Italia e altrove, costituisce un richiamo formidabile al pensiero critico e all’etica del “mestiere” giornalistico l’esempio di Matteotti, vale a dire di un metodo di lavoro fondato su una rigorosa documentazione, raccolta direttamente dalle fonti statistiche, economiche, giudiziarie, con approfondimenti meticolosi, e raccontata senza filtri conformistici.

Dunque l’anniversario del 10 giugno 2024 può funzionare per tutti noi come recupero di un’eredità preziosa perché “se s’intende la memoria come buona pratica civile, come esercizio di testimonianza, di fede democratica e di cittadinanza attiva, allora di questa memoria di Matteotti è stato maestro sommo, forse inarrivabile” (Ho conosciuto Matteotti, ora in Gobetti, Scritti politici, Torino 1997).

 

Le vignette sono:
Nell’immagine di copertina le elezioni dell’aprile 1924 secondo Scalarini
Nell’immagine di coda la vignetta intitolata Resurrection del “Petit Provençal, 22 giugno 1924.

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