Quel venerdì nero, coi manganelli facili. E la risposta civile

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La violenza è cieca, ma la consapevolezza di avere la libertà di riunirsi per manifestare le proprie idee e la forza delle stesse, specie per una causa come la pace, ci vede benissimo ed è vergata nella prima parte, quella valoriale, della Costituzione: articolo 17 e articolo 21. Così la migliore reazione ai manganelli di ieri mattina sono state le cinquemila persone che sempre a Pisa in serata si sono riunite non solo per chiedere il cessate il fuoco in Palestina ma anche per ribadire i valori democratici, la libertà di pensiero e la sovranità popolare.

Per la Toscana è stato il venerdì dei manganelli facili. “Ci siamo trovati ragazze e ragazzi delle nostre classi tremati, scioccati, chi con un dito rotto, chi con un dolore alla spalla o alla schiena per manganellate gentilmente ricevute”, hanno scritto in una lettera i docenti del Liceo artistico Russoli di Pisa, che si trova di fronte alla strada in cui la polizia in assetto antisommossa ha fermato il passaggio verso piazza dei Cavalieri del corteo pro-Palestina composto da un centinaio di studenti, molti dei quali minorenni, che volevano arrivare sotto la sede della Normale. Volti scoperti, disarmati, mani alzate di fronte alle cariche, diciotto feriti al pronto soccorso di cui 11 minorenni, ragazzi stesi a terra bloccati dagli agenti, identificazioni. Scene analoghe a Firenze, quando un altro corteo pro-Palestina guidato dal sindacato Si-Cobas si è diretto verso il consolato statunitense sul lungarno Vespucci. Per evitarlo, sono partite “cariche di alleggerimento” per le quali in ospedale sono finiti in cinque, tra cui una studentessa ferita ad un occhio e col naso spaccato.

“Difficoltà operative di gestione, durante i servizi di ordine pubblico, di possibili momenti di tensione determinati dal mancato rispetto delle prescrizioni adottate dall’Autorità, ovvero dal mancato preavviso o condivisione dell’iniziativa da parte degli organizzatori”, ha scritto in una nota il Dipartimento della Pubblica sicurezza. Mentre non è passato inosservato il nome dell’attuale capo della questura di Pisa, già vice questore nel 2001 a Genova durante i fatti del G8, e al netto del dover proteggere luoghi sensibili (sempre a Pisa è circolata la fake news degli studenti diretti alla Sinagoga), di deviazioni non autorizzate, di possibili infiltrati violenti, e anche di proteste condivisibili o no, è la violenza sproporzionata contro chi ultimamente scende in piazza a non avere senso e giustificazioni. Di nessuna natura.

Anche se il ministro dell’Interno Piantedosi durante un question time qualche giorno fa aveva respinto la “suggestione” che esistano direttive per tacitare chi non è in linea con le posizioni di premier e ministri, il clima di “repressione del dissenso” non è un mero giudizio fazioso di autoritarismo contro il governo. È iniziato col “Decreto rave”, che ha suscitato molte perplessità sulla possibile limitazione della libertà di dissenso proprio per le manifestazioni e i cortei giovanili. È proseguito con le cariche e i manganelli contro un centinaio di studenti de La Sapienza nell’ottobre 2022, in protesta per un convegno a Scienze Politiche con Daniele Capezzone e Fabio Roscani, deputato e presidente di Gioventù Nazionale (l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia); con l’assetto antisommossa e i ferimenti di altri studenti adolescenti lo scorso ottobre a Torino, scesi in piazza contro Giorgia Meloni, attesa al festival delle Regioni, il caro affitti e il diritto allo studio; con le manganellate di fronte alla sede Rai di Napoli su chi protestava per il comunicato della dirigenza contro Ghali che in tv ha chiesto “stop al genocidio”. Con la carica a Palermo lo scorso maggio contro i partecipanti ad un corteo alternativo, organizzato CGIL, studenti e alcune associazioni antimafia al grido di “fuori la mafia dalle istituzioni”, per l’anniversario della strage di Capaci.

La repressione del dissenso è oltremodo esplicita nelle parole del sottosegretario leghista Alessando Morelli, che invoca il Daspo contro gli artisti che fanno politica all’Ariston. In quelle del viceministro Galeazzo Bignami che ha attaccato chi ha autorizzato una manifestazione di “facinorosi”, gli alluvionati, durante l’incontro a Forlì di Ursula Von der Leyen e la premier Meloni. Nell’identificazione di chi ha partecipato alla commemorazione in ricordo di Alexsei Navaly a Milano qualche giorno fa, come quella del loggionista che ha gridato “Viva l’Italia antifascista” dopo l’inno di Mameli alla prima della Scala a dicembre.

Anche oggi che in molte città italiane si manifesta per fermare il genocidio dei palestinesi, di giovani e di giovanissimi in piazza ce ne saranno tanti, insieme ai sindacati, il mondo dell’associazionismo, partiti, collettivi, associazioni palestinesi. Gli studenti di Pisa il sindaco di Stazzema Maurizio Verona li ha invitati tutti al Parco nazionale della pace, alla manifestazione del prossimo due marzo per la fine dei conflitti nel mondo, il rispetto dei diritti, della libertà e della tolleranza.

Viviamo dentro una fase politica in cui certa violenza sembra praticata e praticabile perché si è certi che venga giustificata e non avrà vere conseguenze, quasi fosse apprezzata. Ma soprattutto viviamo in quella in cui i giovani li tacciamo di ignavia, passività e di indifferenza. Invece noi sosteniamoli. Ripartiamo da loro. Diciamogli di alzarsi in piedi e dire la propria ogni volta che qualcosa non va, non c’è, non torna, c’è un’ingiustizia. Diciamo loro di essere tenaci e vivi, di lottare per quello che vogliono essere, per una scuola che funzioni, per il diritto alla salute per tutti, per il lavoro, l’uguaglianza. Per la pace. Insomma, per un presente e un futuro democratico. Non hanno solo la forza della Costituzione dalla loro parte, ma l’alleato più potente di tutti: se stessi. Di fronte a questo non c’è manganello che tenga.


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