Il colpo di stato del 25 luglio 1943

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Ripubblichiamo il saggio di Sergio Lepri, sulla caduta del fascismo: un mirabile esempio di giornalismo storico e di passione civile ad uso delle giovani generazioni

“Il momento è arrivato”. Sono le sette del mattino di domenica 25 luglio 1943. Da villa Savoia il Ministro della Real Casa Pietro Acquarone ha parlato col re e così telefona a Vittorio Ambrosio, capo di stato maggiore generale: il momento è arrivato per arrestare Benito Mussolini, capo del governo e duce del fascismo. Il Gran Consiglio è terminato nella notte con la firma a maggioranza dell’ordine del giorno di Dino Grandi con la sfiducia a Mussolini. L’azione di Grandi e le decisioni del Gran Consiglio completano il piano preparato da tempo dal re e dai militari; il verdetto del Gran Consiglio del fascismo offre al re il pretesto costituzionale per la destituzione del Duce.

Al termine del Gran Consiglio Dino Grandi è uscito da Palazzo Venezia verso le tre per andare a Montecitorio. “Un grande senso di tristezza mi invase” racconta. “Guardai attorno per l’ultima volta quella sala, le pareti e il balcone che Mussolini aveva sempre chiamato orgogliosamente il ponte di comando della nazione. Reparti di Milizia assonnati erano tuttora di guardia lungo le scale e nel cortile. Molti dormivano appoggiati l’un l’altro e sui loro moschetti. Le prime luci del giorno cominciavano a schiarire la massa scura del palazzo quattrocentesco. Roma, ignara, dormiva. Tutta l’Italia dormiva”.

A Montecitorio, nel suo ufficio di presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, Grandi trova un messaggio del duca Acquarone, ministro della Real Casa: lo vuol vedere subito. L’incontro avviene pochi minuti dopo, alle quattro, nella vicina casa di un amico di Grandi, Mario Zamboni, membro anche lui della Camera. Grandi racconta il dibattito al Gran Consiglio, il voto conclusivo e il suo significato: “Il Gran Consiglio è , con una legge sanzionata dal re, l’organo supremo del regime; esso ha dichiarato la dittatura caduta, ha privato il dittatore dei suoi poteri, ha deliberato il ripristino della Costituzione e fa appello al sovrano perché si avvalga di tutte le prerogative che lo statuto attribuisce al Capo dello stato”. Ora, conclude, non vi è tempo da perdere.

Sono le cinque del mattino. Dino Grandi rientra a Montecitorio e il duca Acquarone si reca al Quirinale e di qui a villa Savoia. A villa Savoia Pietro Acquarone parla col re e poi, alle sette, telefona al generale Ambrosio al Quartier generale del Comando supremo in via XX settembre. Che “il momento è arrivato” il generale Ambrosio lo annunzia alle nove anche al maresciallo Badoglio; poi al suo braccio destro, Giuseppe Castellano, il generale che il 2 settembre firmerà a Cassibile il testo dell’armistizio.

Alle 10.30 il re riceve il generale Puntoni, capo della sua Casa militare, che gli riferisce la richiesta di Mussolini di essere ricevuto nel pomeriggio. La richiesta – dirà poi il generale Puntoni – sconvolge “il programma del re”, che aveva deciso di agire l’indomani. Un’ora passa fra contatti e telefonate: Acquarone, Ambrosio, Badoglio, Puntieri e Angelo Cerica, comandante generale dei carabinieri; poi, poco prima di mezzogiorno – scriverà  il generale Giuseppe Castellano – Acquarone lo chiama e gli dice che il re riceverà Mussolini alle 17 a villa Savoia.

Castellano racconta: “Acquarone mi chiede: ‘Che cosa facciamo?’. Rispondo: ‘Sua Maestà che cosa ordina?’. ‘Nulla’. ‘Allora decidiamo noi’ concludo io, e vado a casa di Ambrosio. Questi è del parere che se Mussolini accetta il suo destino senza ribellarsi conviene lasciarlo andare, altrimenti lo si arresta seduta stante. ‘Ma ciò non è possibile’ obietto ‘perché il re non vuole nessuno vicino e noi non possiamo sapere come si svolgerà il colloquio. Se lo facciamo uscire non lo prendiamo più ’. Ambrosio mi guarda un istante e poi decide: ‘Arrestiamolo’. Corro con quest’ordine da Cerica e gli dico a nome di Ambrosio di prepara re tutto: cinquanta carabinieri a villa Savoia e un’autoambulanza militare. All’uscita dall’udienza: arresto. L’autoambulanza deve sortire da una porta secondaria. Cerica mi chiede l’ordine scritto. ‘Te lo farò avere più  tardi’ gli rispondo; ‘tu intanto dai le tue disposizioni’”.

Alle tre del pomeriggio il re chiama il generale Puntoni: “Mussolini deve essere arrestato fuori di casa mia”. Ma ormai le decisioni sono state prese. “Alle 16.30” continua il generale “mentre passeggio col sovrano nel piazzale davanti alla villa, si avvicina il duca Acquarone, il quale riferisce a Sua Maestà che il generale Cerica ha fatto presente l’impossibilità di compiere il fermo di Mussolini fuori di villa Savoia. Il sovrano ha un moto di stizza. Alla fine, costretto dall’imminenza dell’arrivo del Duce, deve piegarsi all’insistenza del ministro della Real Casa.

Alle cinque in punto l’auto di Mussolini, che è accompagnato dal suo segretario De Cesare, entra dal cancello spalancato di via Salaria. Tre auto con i poliziotti di scorta rimangono fuori. Il re, vestito da maresciallo, è sulla porta della villa. Mussolini è invece in borghese. Nell’interno del vestibolo stazionano due ufficiali. Entrati nel salotto, “Il re” racconterà Mussolini “passeggiava su e giù  nervosamente, con le mani dietro la schiena e capii subito che era in preda ad estrema agitazione. Dalla borsa di pelle che avevo portato con me tolsi i documenti che riguardavano la seduta del Gran Consiglio e feci l’atto di porgergli quello che conteneva l’odg. di Grandi; interruppe a metà il mio gesto: ‘Non occorre; il voto del Gran Consiglio è tremendo. Voi non potete certo illudervi sullo stato d’animo degli italiani contro di voi. In questo momento siete l’uomo più  odiato d’Italia: potete contare su un solo amico che avete e che vi rimarrà sempre: io’. Durante questo colloquio, che non era durato più  di dieci minuti, eravamo rima sti in piedi. Al termine di questa professione di amicizia, il Re mi accompagnò alla porta e nel salutarmi mi prese con entrambe le mani la destra e me la strinse a lungo, cosi`”.

Mussolini se ne va. Scende la scalinata e si avvia verso la sua auto. Il suo fido autista, il maresciallo Ercole Boratto, non c’è ; è stato allontanato e sequestrato in una sala della villa; gli hanno tolto la pistola. Accanto all’auto c’è invece un capitano dei carabinieri, Paolo Vigneri, che, sull’attenti, gli dice, solenne: “Duce, in nome di Sua Maestà il re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla”. Mussolini “allarga le mani nervosamente serrate su una piccola agenda e con tono stanco, quasi implorante, risponde: ‘Ma non c’è bisogno!’. Il suo aspetto è quello d’un uomo moralmente finito, quasi distrutto: ha il colorito del malato e sembra persino più  piccolo di statura. ‘Duce – dice il capitano Vigneri – io ho un ordine da eseguire’. ‘Allora, seguitemi’ risponde Mussolini e fa per dirigersi verso la sua macchina. Ma l’ufficiale gli si para dinnanzi: ‘No, Duce, bisogna venire con la mia macchina’. L’ex capo del governo non ribatte altro e si avvia verso l’autoambulanza, col capitano Vigneri alla sua sinistra; segue De Cesare, con a fianco il capitano Aversa. Dinnanzi all’autoambulanza Mussolini ha un attimo di esitazione, ma Vigneri lo prende per il gomito sinistro e lo aiuta a salire. Siede sul sedile di destra.

Sono esattamente le ore 17,30. Dopo, sale De Cesare e si mette a sedere di fronte al suo capo. Quando anche i sottufficiali e gli agenti si accingono a montare, il Duce protesta: ‘Anche gli agenti? No!’. Vigneri allarga le braccia come per fargli capire che non c’è nulla da fare e, rivolgendosi deciso ai suoi uomini, ordina: ‘Su ragazzi, presto!’. Anche i due capitani salgono. Nell’autoambulanza ora si è in dieci e si sta stretti. Il questore Morazzini si avvicina e, prima di chiudere la porta dall’esterno, avverte che si uscirà da un ingresso secondario e che un famiglio accompagnerà l’automezzo sino all’uscita. La macchina si muove, mentre l’autocarro con il plotone dei cinquanta carabinieri rimane fermo. Ormai non c’è più  bisogno di loro”. Uscita dalla villa, l’autoambulanza parte a tutta velocità .“Mussolini” continua la relazione dei carabinieri “aveva l’aspetto abbattuto; era silenzioso, non alzava gli occhi da terra”. Alle sei e mezzo l’autoambulanza si ferma nel cortile della caserma Podgora in Trastevere. Nella sala del circolo ufficiali Mussolini rimane più  o meno un’ora; poi qualcuno dice al capitano Vigneri di riprendere l’autoambulanza e di trasferirsi alla caserma degli allievi ufficiali dei carabinieri in via Legnano. Sono le sette di sera del 25 luglio. L’operazione è terminata. Ma è cominciata quando? Siamo a metà maggio. L’idea di una pace separata è nata in ambienti militari alla fine del 1942 e si è confermata all’inizio di marzo, quando le truppe italotedesche erano in ritirata in Africa ed era facile prevedere quale sarebbe stata la conclusione. Proprio in quei giorni Vittorio Ambrosio, Capo di stato maggiore generale, aveva confidato il suo pensiero a Luca Pietromarchi con brutale franchezza: “Il nostro nemico è il tedesco”.

Diplomatico di carriera, Luca Pietromarchi aveva occupato posti chiave nel gabinetto di Galeazzo Ciano nel ministero degli affari esteri. Il suo diario è conservato nell’Archivio Pietromarchi; la citazione è in Renzo De Felice, Mussolini l’alleato, Einaudi, 1990; un’altra citazione del diario: “Un cambiamento della situazione interna non può avvenire che in quattro modi: o per decisione del Duce o per atto del sovrano o per moto di popolo o per effetto dell’invasione”. Vittorio Ambrosio ha preso il posto del generale Ugo Cavallero il primo di febbraio. A farlo promuovere (prima era Capo di stato maggiore dell’esercito) è stato Galeazzo Ciano su pressione di un ufficiale che godeva della sua amicizia e che di Ambrosio, quando era comandante della 2a armata in Jugoslavia, era stato ufficiale di stato maggiore; oggi è “ufficiale addetto” dello stesso Ambrosio: Giuseppe Castellano.

Giuseppe Castellano, nato a Prato nel 1893, è il più  giovane ufficiale di stato maggiore dell’esercito. Oltre ad essere buon amico di Galeazzo Ciano, ministro degli esteri fino al febbraio di quest’anno e poi retrocesso dal suocero Mussolini a ambasciatore presso la Santa Sede, ha anche stretti rapporti con Pietro Acquarone, ministro della Real Casa, senatore dal 1936 e nominato duca dal re. Anche Ambrosio è convinto che la guerra è perduta e che l’unica cosa da fare è cercare una pace separata, ma il primo a ritenere che questo non si può fare con Mussolini al potere è Castellano; “Ambrosio” scriverà (in Come firmai l’armistizio di Cassibile) “era convinto che bisognava separarsi dall’alleato e concludere l’armistizio col nemico, ma voleva che questo passo fosse fatto dallo stesso Mussolini. Io, egualmente convinto di quella necessità , ritenevo che Mussolini non sarebbe mai giunto ad una simile conclusione, sia perché non aveva il coraggio di tenere un tale linguaggio a Hitler, sia perché ciò avrebbe significato la sua fine. Per questo ribadivo il concetto che bisognava eliminare il capo del governo anche senza riceverne l’ordine. Ambrosio non mi seguiva, naturalmente, su questa via, ché mai avrebbe preso una decisione del genere senza l’approvazione superiore”.

Per un alto militare l’”approvazione superiore” non può essere che quella del re. Ma il re? “Ciò che caratterizzava la personalità di Vittorio Emanuele” ha scritto Renzo De Felice (in Mussolini l’alleato) “era un misto di scetticismo e di estremo realismo, che non di rado sfociavano nel cinismo e che contribuivano a fare di lui un uomo per un verso estremamente lucido e freddo, per un altro verso, solitario e diffidente, che disprezzava sostanzialmente tutti e viveva la sua funzione come un dovere da compiere secondo regole rigide, da lui ridotte all’osso del formalismo più arido e assoluto, sentendone peraltro la sostanziale inutilità ”.

E Ambrosio? “Come militare” è sempre Renzo De Felice che scrive “non si può certo dire che fosse un ‘fulmine di guerra’; sotto il profilo politico era poi pressoché inesistente. La sua prudenza si accompagnava a una professionalità e a un patriottismo che lo portavano a fare come Capo di stato maggiore generale e come italiano il suo dovere nel migliore dei modi possibile e persino, a qual punto della guerra, a non rinunciare totalmente all’idea o almeno alla speranza che vi potesse essere ancora una ridottissima possibilità di uscirne, se non proprio vittoriosi, neppure vinti”. Castellano, no; si affida ai fatti ed è un uomo che sa decidere. Già in marzo Castellano abbozza un piano per l’allontanamento di Mussolini, lo fa vedere a Ambrosio e a Acquarone e lo fa sapere a Ciano; e il 12 di aprile lo conferma – è lui stesso che lo dice – parlandone ancora con Ambrosio, di ritorno dal castello di Klessheim, dove Mussolini e Hitler hanno passato quattro giorni, dal 7 all’11, senza concludere niente.

Il castello di Klessheim è vicino a Salisburgo; fu costruito nei primi anni del Settecento come “Lustschloss” (“castello di piacere”) per l’arcivescovo-principe Ernst Thun. Oggi è un casino`. Dell’incontro di aprile i cronisti danno un quadro terribilmente triste: le colazioni a base di latte e biscotti di Mussolini, che attraversava uno dei momenti più  gravi del suo male di stomaco; Mussolini e Hitler “erano tutti e due lividi, i lineamenti contratti, gli occhi spenti. I delegati italiani li videro passare con sbigottimento. ‘Sembrano due malati’ disse uno; ‘Dica piuttosto due cadaveri’”. “Non abbandoneremo mai l’Africa. Le mie truppe faranno di Tunisi la Verdun del Mediterraneo” sembra abbia detto Hitler, accennando anche a un’”arma di nuovo tipo”. E Mussolini, scettico: non converrebbe fare un accordo separato con Stalin? e magari invitare la Spagna di Franco a entrare in guerra?

Era proprio quello che il generale Castellano aveva definito irreale in un promemoria al suo capo, il generale Ambrosio. Ora anche Ambrosio cominciava a crederlo. Reduce da Klessheim, Ambrosio – scriverà ancora Castellano – era disgustato della “insipienza e testardaggine” di Mussolini e dal suo rifiuto di compiere un passo energico verso Hitler: “Con quell’uomo non si giungerà mai a nulla”. Allora – è sempre Castellano che scrive – “Non rimane che farlo fuori”. E Ambrosio: “Mi faccia un progetto”. Castellano non perde tempo. Il progetto, scriverà Castellano, “battuto a macchina dal tenente colonnello De Francesco, comprendeva tre parti: nella prima erano elencate le misure da prendere in precedenza per fronteggiare l’eventuale reazione fascista; nella seconda parte gli atti da compiere per la cattura del capo e dei suoi più  pericolosi seguaci in tutta Italia; nella terza le misure di indole militare per opporsi a una probabile reazione tedesca”. Ambrosio legge il progetto, lo approva (è sempre Castellano che lo dice), lo tiene in tasca ventiquattro ore e poi lo restituisce. È prematuro.

È prematuro anche per il duca Acquarone, a cui Ambrosio ha fatto vedere il documento. È , ancora, prematuro per tutti, anche se il malessere e lo scontento crescono in seno agli alti vertici militari. Il 2 maggio una “minuta di verbale” ha espresso la negativa reazione del Comando Supremo all’ordine di Mussolini di rifornire a qualunque costo la Tunisia con navi da guerra. Quattro giorni dopo, le truppe angloamericane sono entrate a Tunisi e a Biserta. L’11 è la resa. L’Africa è perduta. Duecentomila sono i soldati italiani e tedeschi uccisi o feriti o fatti prigionieri. In questi giorni il re ha scritto di sua mano tre appunti (sono in Storia della repubblica di Salò di Frederick W. Deakin, Einaudi, 1963). Il primo dice, fra l’altro, che la “Germania nel suo quinto anno di guerra è stanca e sfiancata”; che “in Polonia non è finita la lotta dei partigiani contro i tedeschi“; che “la Jugoslavia è in piena insurrezione”; che “la Grecia è pronta a insorgere”; che “in Francia, in Belgio, in Olanda avvengono attentati contro i tedeschi e forse questi paesi insorgerebbero contro i tedeschi se vi sbarcassero forze anglo-americane”; che “in Danimarca e in Norvegia quasi tutti sono antitedeschi”. Il secondo appunto fa delle ipotesi sui possibili sbarchi angloamericani: in Spagna, in Provenza, in Grecia (Tracia) o in Italia (“La nostra situazione militare non è davvero lieta e dà molto da pensare”). Il terzo è di poche righe: “Bisognerebbe pensare molto seriamente alla possibile necessità di sganciare le sorti dell’Italia da quelle della Germania”.

Arriva giugno. Il 4 il re riceve al Quirinale Dino Grandi. “Maestà ”, racconta Dino Grandi (in 25 luglio 1943) di aver detto, “non c’è scelta: o abdicazione o un cambiamento di fronte”. E il re: “L’ora verrà . Lasciate che il vostro re scelga il momento opportuno, e frattanto aiutatemi a trovare i mezzi costituzionali”. Quali mezzi costituzionali: non certo il Senato e la Camera dei fasci e delle corporazioni; forse il Gran Consiglio del fascismo?

L’8 giugno il re si incontra con Marcello Soleri, un vecchio uomo politico del prefascismo. Soleri ha l’impressione che il re aspetti un “fatto nuovo“ che determini il suo intervento; e il fatto nuovo non può essere che “la frattura del fascismo e la sconfessione di Mussolini, che avrebbe reso necessario al re, senza pericolo di sbagliare, di licenziare il suo primo ministro”. Il 9 giugno papa Pio XII fa preparare a monsignor Tardini, segretario per gli affari straordinari della segreteria di stato vaticana, e rileggere al cardinale Maglione, segretario di stato, un messaggio per Vittorio Emanuele (in Archivi della Santa Sede, vol. VII): “siamo stati informati che gli Stati Uniti sono sinceramente desiderosi che l’Italia esca dal conflitto e disposti ad aiutarla; sappiamo anche che il governo americano non solleva eccezioni contro la monarchia dei Savoia”. Poi il papa ci ripensa e non ne fa di nulla. Preferisce, pochi giorni dopo, il 17, inviare al Quirinale, col pretesto di consegnare al re le medaglie commemorative del venticinquesimo anno di episcopato, monsignor Borgoncini Duca, nunzio apostolico in Italia. È un incontro che non porta a niente. Entrambi sono d’accordo sulla gravità  della situazione, ma quando il nunzio dice “Il governo dipende da vostra Maestà ”, il re risponde “Io non sono come il papa”.

L’atteggiamento di Vittorio Emanuele non piace né agli inglesi né agli americani. Il 19 giugno, dopo aver parlato con l’ambasciatore inglese presso la Santa Sede, Francis Osborne, monsignor Tardini scrive che Londra, pur essendo ben disposta verso il sistema monarchico, critica la debolezza e l’inattività del re. E da Washington, monsignor Cicognani, nunzio apostolico negli Stati Uniti, manda un telegramma il 26 giugno (ancora negli Archivi della Santa Sede): “La stima verso il re va diminuendo. Se non compierà  tempestivamente un gesto nel senso indicato (cioè la deposizione di Mussolini e l’uscita dal conflitto) c’è da temere che almeno durante eventuale regime marziale (cioè l’occupazione militare italiana da parte degli alleati) sia messo in disparte”. Arriva luglio. Il 5 il re riceve il generale Ambrosio, che qualche giorno fa si è incontrato col generale Badoglio e insieme hanno concordato nel ritenere ormai insostenibile la situazione. La Libia ha ingoiato le scarse riserve; in Russia si sono perduti due terzi delle forze e tutto il materiale; l’aviazione ha ricevuto in Africa il colpo di grazia; la marina da guerra è danneggiatissima; per difendere la penisola ci sono soltanto dodici divisioni e le divisioni costiere sono praticamente senza artiglieria.

È questo che il Capo di stato maggiore generale racconta al re; e gli prospetta anche l’opportunità (in Parla Vittorio Emanuele III di P. Puntoni) di una dittatura militare con alla testa il generale Caviglia (81 anni, comandante d’armata durante la prima guerra mondiale) o Pietro Badoglio. Il re non si mostra entusiasta; è ancora del parere che il fascismo non si possa abbattere di un colpo e che “bisognerebbe modificarlo gradatamente fino a cambiargli fisionomia in quegli aspetti che si sono dimostrati dannosi per il paese”.

A questo punto Ambrosio decide di procedere senza il Quirinale, dando maggiore fiducia al suo braccio destro, il generale Castellano. Su Ambrosio premono anche il sottosegretario agli esteri Bastianini e due uomini che hanno avuto grosse responsabilità nel campo finanziario e imprenditoriale: Vittorio Cini, conte (di nomina regia), senatore dal 1934, ministro delle comunicazioni col rimpasto del febbraio e di lì a poco dimissionario, e Giuseppe Volpi, anche lui conte (e anche lui di nomina regia), senatore dal 1922, ministro delle finanze nel 1925.

Il generale Castellano è sempre in contatto con Galeazzo Ciano, anche se gli incontri non sono facili perché il genero di Mussolini è sorvegliato dalla polizia. Più  facile per Ambrosio è vedersi con Carmine Senise, che Mussolini ha destituito da capo della polizia a metà aprile, ma che ufficiosamente continua la sua attività con la connivenza del sottosegretario agli interni Umberto Albini.

Bisogna aggiornare il piano per l’arresto di Mussolini. Il piano preparato da Castellano a metà maggio è stato ovviamente distrutto per motivi di sicurezza. Bisogna redigerne un altro e bisogna far presto. Castellano lo scrive e Ambrosio lo fa vedere al duca Acquarone.

È il 15 luglio. Il re riceve Badoglio a villa Savoia. Ufficialmente lo ha visto, l’ultima volta, il 6 marzo, ma qualcuno (la polizia) sostiene che gli incontri sono stati parecchi, nella seconda metà di maggio. Badoglio arrivava a villa Savoia nel tardo pomeriggio, in borghese e in taxi. L’udienza del 15 è stata ufficiale. Negli ultimi giorni sono successe molte cose. Dopo la caduta di Pantelleria e Lampedusa, l’11 giugno, gli Alleati sono sbarcati il 10 luglio in Sicilia. È il primo grande sbarco in Europa. Proprio il 15 il direttore della Stefani, Roberto Suster, scrive nel suo diario: “Le cose in Sicilia vanno di male in peggio. I nostri non si battono, ma si arrendono. Il paese è disgustato. I fascisti furibondi.

Il mito del Duce è crollato. La molla patriottica sembra spezzata. Ognuno comincia a vergognarsi di essere italiano e di essere stato fascista”. L’incontro fra il re e Badoglio non porta tuttavia a niente di nuovo. Ivanoe Bonomi, un vecchio uomo politico del prefascismo che gode della stima del re e più  volte è stato ricevuto al Quirinale negli ultimi mesi, ha parlato il giorno dopo, il 16, con Badoglio e da lui ha saputo che il re non crede che un colpo di stato abbia possibilità di riuscita; non crede neppure in un governo di vecchi politici, da Einaudi a Ruini, da Bonomi a Soleri. “Sono tutti dei revenants” ha detto il re; e Badoglio: “Anche noi due, Sire, siamo dei revenants”.

Il 19 Roma è bombardata dagli aerei angloamericani e in serata Mussolini torna con Ambrosio da Feltre, dove si è incontrato con Hitler. Il 20 il re è informato che quell’incontro non ha risolto alcun problema e anzi ha aggravato la situazione dell’Italia. Ieri, 21, il duca Acquarone si è incontrato con Senise (in Quando ero capo della polizia, Ruffolo, 1946) e gli ha detto che il re ha accettato – o quasi – l’idea del colpo di stato e, sia pure con ancora molte perplessità , ha proposto una data: il 26 o il 29. Il lunedì e il giovedì sono i giorni in cui il re riceve abitualmente in udienza al Quirinale il capo del governo. Al Quirinale lo si può arrestare; non certo a palazzo Venezia o a villa Torlonia, dove abita lui, o a villa Savoia, dove abita il re. Della convocazione per sabato 24 del Gran Consiglio del fascismo, decisa il 21 da Mussolini, il re ancora non sa niente; e niente (o poco, attraverso il suo fido ministro della Real Casa, il duca Acquarone) dell’ordine del giorno che Dino Grandi ha preparato. Uscendo ieri dall’ufficio di Scorza, dove dal segretario del partito ha avuto la notizia della convocazione, Dino Grandi si è recato a casa di Federzoni e con lui ha discusso se era opportuno avvertire il re e i capi dell’esercito. Meglio di no. Nessuno può ancora prevedere quale sarà il voto del Gran Consiglio sull’ordine del giorno di Grandi; perciò non conviene “compromettere la Corona in un tentativo di esito così incerto”.

Come si spiega, allora, la decisione del re? forse per la notizia, fattagli avere dal sottosegretario agli esteri Bastianini, che si sta cercando di stabilire contatti con gli angloamericani per sondarne intenzioni e disponibilità ? oppure la notizia, giunta tre giorni fa al duca Acquarone, che Farinacci, l’esponente dell’ala più  radicale del partito fascista, sta tramando per l’accantonamento di Mussolini e il passaggio di tutti i poteri al generale Kesselring, comandante delle armate tedesche in Italia? In serata il re viene a sapere della convocazione del Gran Consiglio del fascismo per sabato 24; Federzoni lo ha confermato a Acquarone e subito Acquarone lo ha detto al re. Il progetto di arrestare Mussolini lunedì  26 o giovedì 29 viene fermato. Converrà aspettare la riunione del Gran Consiglio e il voto sull’ordine del giorno di Dino Grandi. Forse questo è il fatto nuovo che il re aspettava per rimuovere le sue formalistiche preoccupazioni di carattere costituzionale.

Il 22, giovedì, il re ha ricevuto Mussolini, come al solito. Non si sa bene che cosa si sono detti. Non è credibile, scrive Renzo De Felice, che non abbiano parlato dei sondaggi di Bastianini con gli angloamericani ed è credibile forse sì forse no quello che racconterà Badoglio (le testimonianze di Badoglio – scrive ancora De Felice – sono sempre da prendersi con le molle), che Mussolini avrebbe assicurato il re che si sarebbe sganciato dalla Germania entro il 15 settembre.

È domenica 25 e a Roma è una assolata giornata d’estate, fresca di primo mattino, poi calda e afosa. La città è tranquilla e poca la gente nelle strade. Nessuno sa che nella notte si è riunito a Palazzo Venezia il Gran Consiglio del fascismo e nessuno sa che, dopo più  di vent’anni, il fascismo sta per morire. Della riunione è invece a conoscenza Roberto Suster, ma non di come è andata a finire. Roberto Suster è il direttore della Stefani, l’agenzia di stampa ufficiale del fascismo. Nonostante la domenica e il programma di portare la famiglia in campagna, Suster decide di andare in ufficio. Esce di buon’ora dalla sua casa di via dei Monti Parioli e si reca nella sede dell’agenzia, in via di Propaganda. Nel suo ufficio di direttore dà un’occhiata ai giornali; un’occhiata senza interesse, perché sa che le notizie politiche importanti i quotidiani non le pubblicano se non gliele ha date la Stefani, e la Stefani non ha dato niente, neppure la notizia della convocazione del Gran Consiglio.

In prima pagina il “Messaggero” pubblica un articolo del suo direttore Alessandro Pavolini (Nessuna illusione è il titolo; nel testo c’è però una frase strana: “una invincibile nostra forza della disperazione”); poi si parla di un’aspra lotta su tutto il fronte in Sicilia, mentre il bollettino n. 1155 del Quartier generale delle Forze armate dà notizia della caduta di Palermo in mani angloamericane. Ma questo Suster lo sapeva già , perché i bollettini di guerra è la Stefani che li trasmette ai giornali.

Passano così le ore e non succede niente. Verso l’una Suster decide allora di andare a palazzo Venezia, dove uno come lui può entrare quando vuole; venti minuti di strada, a piedi. A palazzo Venezia – racconta nel suo Diario – “ho trovato Buffarini Guidi, Polverelli, Bastianini, Galbiati. Si guardavano un po’ in cagnesco, ma erano tutti sereni. Bastianini è stato lungamente dentro dal Duce, che ho intravisto attraverso la porta aperta, sempre massiccio ma invecchiato e molto imbronciato. Quando Bastianini esce, parliamo un po’ assieme, ed egli mi dice come stanotte il Gran Consiglio, con 19 voti contro 7, abbia invitato il Duce a non persistere in metodi di governo e su strade che hanno ormai dimostrato di essere fatali alla Nazione. Egli ritiene pertanto che il Duce non possa più  rifiutarsi né esitare a dare una nuova efficienza alla Nazione, affidando i vari dicasteri, che lui, senza efficienza né competenza, detiene, a uomini capaci e responsabili, che sappiano rimettere in moto l’organismo dello Stato, inceppato gravemente dal suo strapotere accentratore e incompetente. Bastianini crede che la crisi possa durare al massimo 48 ore e che il Duce non potrà avere nella sua soluzione che una parte di forma e di prestigio, dati i gravissimi dissidi e le sanguinose accuse che sono state scambiate la notte scorsa durante il Gran Consiglio”. “Parlo anche con Polverelli, che ostenta la più  grande calma e serenità . A proposito della seduta del Gran Consiglio egli mi dice che si è perso molto tempo per discutere problemi di dettaglio come il funzionamento delle corporazioni, ma che anche i voti espressi non hanno che un valore interno di partito. Su mia richiesta mi autorizza a partire oggi stesso per Norcia, dove da qualche giorno ho deciso di accompagnare la famiglia. Galbiati, il capo della Milizia, è invece scuro in volto e passeggia nervoso. Buffarini Guidi, l’ex sottosegretario agli interni, è allegro e saltellante. Entra a passo di corsa con il panzone traballante nel salone del Duce, attraver sandolo ansante con il braccio levato. Operetta”.

Sono le due quando Suster lascia palazzo Venezia; rientra in agenzia e al telefono chiama subito Manlio Morgagni per raccontargli tutto quello che ha visto e sentito. Manlio Morgagni è il presidente e direttore generale della Stefani ed un collaboratore fedele e devoto di Mussolini fino dal 1922. È con i soldi di Mussolini che nel 1924 ha comprato l’agenzia Stefani, un’impresa privata, nata nel 1853 a Torino per iniziativa di Camillo Benso di Cavour.

“Morgagni” scrive Suster nel suo Diario “è molto allarmato e abbattuto, soprattutto perché non riesce a prendere contatto con nessuno. Né il sottosegretario agli interni, Albini, né il segretario particolare del Duce, De Cesare, né il capo della polizia Chierici hanno risposto alle sue ripetute ed ansiose tele fonate. E lui, come amico personale del Duce, ha il senso di essere abbandonato da tutti. Parliamo a lungo della situazione e io non gli nascondo la mia impressione che la situazione del Duce e del regime sia ormai insostenibile. Basandomi però sulla stessa opinione e sull’atteggiamento degli oppositori, mi sembra che fatti decisivi non debbano verificarsi prima di due o tre giorni. Certo che si ha nell’aria la sensazione che tutto crolli”.

Il direttore della Stefani torna a casa e dice alla moglie di disfare le valigie. Nonostante le assicurazioni di Polverelli, che è il suo ministro, la partenza per la villeggiatura è rimandata. Roberto Suster ha capito che è successo qualcosa di importante.

In agosto i protagonisti del colpo di stato hanno un obiettivo comune: finire la guerra. Nessuno ha progetti di un futuro di libertà e di democrazia. Il duca Acquarone continua i suoi contatti politici per garantire la sopravvivenza della monarchia di casa Savoia. Il generale Ambrosio e il Comando supremo non si preoccupano più  di possibili sbarchi alleati e studiano i modi per contenere il nuovo nemico che è il tedesco. Il Capo del governo Badoglio finge tuttavia di continuare la guerra, illudendosi di poter trattare l’armistizio con gli Alleati come potenza ancora combattente. Con questo spirito il generale Castellano viene inviato a Lisbona col compito di esaminare con i rappresentanti inglesi e americani le possibilità di una collaborazione anche militare; torna a Roma con il testo dell’armistizio già  redatto e già scritto dai governi alleati: resa senza condizioni. Dino Grandi si rende conto che non può aspirare a qualche collocazione politica e si trasferisce in Spagna. Mussolini, detenuto a Ponza, poi alla Maddalena, poi sul Gran Sasso, sarà liberato dai tedeschi il 12 settembre e il 18 sarà con Hitler a Monaco. Il 1° dicembre nascerà la Repubblica Sociale.

 

Bibliografia

Renzo De Felice, Mussolini l’alleato, Einaudi, 1990. Frederick W. Deakin, Storia della repubblica di Salò, Einaudi, 1963. Giuseppe Castellano, Come firmai l’armistizio di Cassibile, Milano, Mondadori, 1945. Paolo Puntoni, Parla Vittorio Emanuele III, il Mulino, 1993. Carmine Senise, Quando ero a capo della polizia. Diario 1940-1943, Mursia, 2012. Egidio Ortona, Diplomazia di guerra – Diari1937-1943, il Mulino, 1993. Dino Grandi, 25 luglio, il Mulino, 2013. Archivi della Santa Sede. Giuseppe Bottai, Diario 1944-1948, Rizzoli, 2001. Benito Mussolini, Storia di un anno. Il tempo del bastone e della carota, Milano, Mondadori, 1944


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