Un morto qualunque. Neanche il gesto più disperato e più tragico scuote la nostra indifferenza

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Un uomo è morto domenica notte nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Lo ha confermato martedì sera la sindaca di Gradisca, come riportato da una nota online del quotidiano “Il Piccolo”. Per il momento non c’è altro: tre giorni dopo la sua scomparsa “sembra” che sia di nazionalità marocchina e “non ci sarebbero dubbi” sul suicidio. Non c’è un nome, non c’è una certezza, il quotidiano cartaceo oggi non riporta altre notizie, probabilmente non filtrano oltre le mura e le reti invalicabili del “centro per il rimpatrio”.

È la terza morte misteriosa, in questi ultimi due anni, senza contare Abdel Maijd El Kodra, spentosi in ospedale a Monfalcone dopo mesi di ricovero a causa delle ferite riportate nella caduta dal tetto della struttura, durante una manifestazione.

Nel caso dell’altro giorno, sia stato suicidio o altro, una persona ha il diritto almeno di essere chiamata per nome, che si conosca un po’ della sua storia, di sapere i mille perché nascosti dietro a ogni evento così tragico. Se non altro, ammesso che sia stato un gesto di disperazione, sarebbe necessario dargli voce, sia essa un grido di disagio personale, sia essa un urlo di denuncia nei confronti di un sistema di detenzione troppo lontano del rispetto dei diritti umani.

Non si può scomparire nel nulla, non si può tacere per quasi tre giorni la storia finale di un essere umano, non si può impedire al suo ultimo atto di proclamare il desiderio di vita che alberga in ognuno di noi.

Non si può neppure continuare con i CPR (prima CPTA, CPT, CIA…), centri di privazione della libertà individuale voluti dai Governi di destra e di “sinistra”, sulla base di leggi anacronistiche, superate dalla Storia. A quando una vera “politica europea dell’accoglienza”? Il che significa politica del lavoro, della casa, dei ricongiungimenti familiari, in una sola espressione, della libera circolazione delle persone?

È vero che ovunque stanno crescendo le povertà e che l’attenzione di tutti dovrebbe davvero essere costantemente orientata su coloro che non hanno più neppure il minimo sostentamento, su chi è costretto a dormire all’addiaccio e a sopravvivere di espedienti. Una cosa non esclude l’altra e dalla triste notizia di ieri non possono che rafforzarsi l’inquietudine e l’indignazione.

Si dia nome e voce al fratello che ha finito la sua esistenza nel CPR di Gradisca, affinché almeno la sua morte nel silenzio non sia stata totalmente vana.


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