Una democrazia dal guinzaglio corto. Dal libro di Stefania Maurizi

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“Una democrazia dal guinzaglio corto” è un capitolo del libro di Stefania Maurizi, “Il Potere Segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e WikiLeaks”, Chiarelettere, prefazione di Ken Loach). L’autrice ha messo a disposizione dei lettori di Articolo21 questo capitolo molto attuale in cui si parla di Afghanistan e di come l’Italia è stata trasformata nella piattaforma di lancio delle guerre USA, nel silenzio generale, un silenzio cruciale per il complesso militare-industriale americano e per quello italiano, che dipende strettamente da esso. 

di Stefania Maurizi

La password per decifrare il database era molto complessa e ogni volta digitarla era un esercizio di pazienza. Ma ne valeva la pena: i 4189 cablo sull’Italia e sul Vaticano erano così attuali. Andavano dalla fine del 2001 al febbraio del 2010. Quando finalmente ebbi accesso ai documenti, in quel gennaio del 2011, non mi pareva vero di poter leggere le corrispondenze della diplomazia americana che rivelavano segreti sugli esponenti del governo e dell’opposizione in carica o comunque ancora protagonisti della politica italiana. I nomi dei giornalisti, cardinali, papi, generali, funzionari della burocrazia statale italiana e straniera erano attualissimi. Ed erano tutti lì, nessuno dei documenti era minimamente censurato, come spesso avviene quando il governo americano li rilascia in copia a chi fa richiesta di desecretarli dopo trenta o quarant’anni. No, stavolta potevamo leggere tutto.

Si trattava di un numero enorme di file che, studiati in modo sistematico, permettevano di entrare nella testa dell’amministrazione Bush e Obama, capire con esattezza come agivano a livello globale e cosa pensavano al di là delle dichiarazioni ufficiali o delle ricostruzioni approssimative o distorte dei media.

Verificare la loro autenticità non fu difficile. Potevo contare sull’esperienza dei colleghi stranieri che avevano già lavorato su quei documenti e potevo fare affidamento sul lavoro di analisi che avevo effettuato in passato su circa duecento corrispondenze della diplomazia statunitense che risalivano a quarant’anni prima e che, trascorso ormai così tanto tempo, ero riuscita a far desecretare, grazie alle competenze di un ex diplomatico e di studiosi americani specialisti delle politiche di desecretazione del governo degli Stati Uniti.

L’Italia rivelata dai cablo era una democrazia dal guinzaglio molto corto, dove i politici subivano grandi pressioni: dalla guerra in Afghanistan al nostro cibo, che ci rende famosi nel mondo, gli Stati Uniti intervenivano massicciamente sulle faccende italiane. A far emergere le pressioni stavolta non erano libri o articoli antiamericani e neanche il j’accuse ideologico di intellettuali o attivisti: erano i diplomatici statunitensi stessi. Le avevano raccontate, nero su bianco, nelle loro corrispondenze ufficiali con il Dipartimento di Stato. I 4189 cablo sull’Italia e sul Vaticano ne fornivano la prova.

Alcuni dei documenti più espliciti riguardavano la guerra in Iraq: in uno datato 12 maggio 2003, neppure due settimane dopo che il presidente George W. Bush aveva annunciato la vittoria, l’ambasciatore americano a Roma, Mel Sembler, faceva un’analisi del contributo che l’Italia, allora guidata dal presidente Carlo Azeglio Ciampi e dal primo ministro Silvio Berlusconi, aveva dato all’invasione dell’Iraq. Quella guerra aveva generato una fortissima opposizione in tutto il mondo, in particolare in Europa, dove l’America di Bush si ritrovava isolata e criticata. Ma l’Italia di Berlusconi aveva rotto l’isolamento e aveva garantito il suo appoggio, nonostante l’opinione pubblica fosse visceralmente contraria e nonostante la nostra Costituzione, che all’articolo 11 recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

«Il governo italiano ha fatto la scelta strategica di mantenere la sua politica allineata con gli Stati Uniti e vi ha tenuto fede, nonostante l’intensa pressione politica interna affinché desistesse» scriveva l’ambasciatore americano Sembler, che nel cablo spiegava: «Quando il presidente Ciampi sembrava sul punto di sollevare dei dubbi sulla [legittimità] costituzionale di un dispiegamento della 173a Brigata Aviotrasportata dell’esercito degli Stati Uniti, direttamente dal suolo italiano, il governo ha elaborato delle tattiche con noi per affrontare le sue preoccupazioni. Il supporto logistico alle forze armate americane è stato eccezionale. Abbiamo ottenuto tutto quello che abbiamo chiesto».

Sembler continuava raccontando come avessero potuto usare l’Italia per far arrivare in Iraq le forniture belliche di cui avevano bisogno: «Aeroporti italiani, porti e infrastrutture dei trasporti sono stati messi a nostra disposizione».

Una delle questioni cruciali su cui il governo Berlusconi aveva dato un contributo importante, secondo la diplomazia americana, era stata quella di evitare che il presidente Ciampi denunciasse la collaborazione dell’Italia come una violazione della Costituzione. Scriveva Mel Sembler: «Il governo italiano ha lavorato in contatto con noi su delle tattiche che assicurassero che Ciampi non sollevasse la questione costituzionale».

L’ambasciatore andava avanti raccontando che lo schieramento della 173a Brigata era stato «il più grande spostamento di truppe da combattimento per via aerea dalla Seconda guerra mondiale». Dopo aver esposto in dettaglio la collaborazione ricevuta, affermava: «Il governo Berlusconi ha portato un paese completamente contrario alla guerra il più vicino possibile, politicamente, allo stato di belligeranza». E l’esecutivo di Silvio Berlusconi aveva reso tutto più facile: «Se al potere ci fosse stata un’altra coalizione – in particolare una guidata dal centrosinistra – il percorso sarebbe stato più accidentato» sottolineava.

Poi traeva le sue conclusioni: «Pur riconoscendo che l’Italia può apparire un posto arcano e bizantino fino alla frustrazione, siamo convinti che è un posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari».

A colpire non era solo il racconto di questi fatti e la sfrontatezza delle parole usate, ma anche altre rivelazioni sulle soluzioni adottate per impedire a chi manifestava contro una guerra, che si sarebbe rivelata devastante, di «bloccare i treni e i camion che trasportavano l’equipaggiamento militare». Apparentemente tutto si era svolto nel rispetto della democrazia, ma i cablo aprivano uno squarcio sui veri metodi delle nostre istituzioni.

«Il governo italiano» scriveva l’ambasciatore americano Sembler «ci ha ripetutamente colpito in modo favorevole, per la sua capacità di bilanciare l’imperativo politico della nonviolenza contro i manifestanti pacifisti, con il bisogno di aiutare le forze americane a fare il loro lavoro. Sebbene i metodi italiani siano diversi dai nostri (gli italiani preferiscono spostamenti a notte fonda, cambiamenti all’ultimo minuto e inganno generalizzato), il governo ha lavorato gomito a gomito con l’esercito degli Stati Uniti e con l’ambasciata, impedendo con successo a chi protestava di fermare i treni e i veicoli che trasportavano l’equipaggiamento militare.»

Ma come erano stati neutralizzati i manifestanti pacifisti, esattamente?

Sembler lo spiegava così in un altro cablo del febbraio 2003, appena un mese prima dell’invasione dell’Iraq: «Il dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno ha creato un centro per monitorare gli eventi e per mettere a punto tattiche insieme con i rappresentanti delle Ferrovie dello Stato». E continuava: «È stato attivato un sistema di contromisure che include una pesante sorveglianza delle comunicazioni dei manifestanti, lo schieramento di centinaia di forze dell’ordine in punti chiave lungo le tratte ferroviarie, e gli spostamenti dell’equipaggiamento durante la notte. Giocando a gatto e topo con i treni, cambiando spesso i percorsi con breve preavviso, il governo italiano è stato in grado di mettere fuori combattimento chi protestava». Dunque funzionava così, la Repubblica italiana? Apparentemente tutto si era svolto nel rispetto delle regole, ma in realtà, secondo il racconto dell’ambasciatore, quella linfa della democrazia che è il dissenso era stato aggirato e spiato, esattamente come nei paesi autoritari. Erano solo stati usati metodi più rispettabili, non brutali come quelli delle dittature, ma non per questo meno gravi.

Come aveva detto Chelsea Manning nel descrivere il contenuto dei documenti segreti che aveva deciso di inviare a WikiLeaks:

«Noi [americani] siamo meglio, per certi versi. Siamo molto più sottili, capaci di usare molte più parole e strategie legali per legittimare qualsiasi cosa», ma «il fatto che qualcosa sia più sottile non lo rende giusto».

Era una conclusione che si poteva applicare anche alle istituzioni italiane, non solo a quelle statunitensi, come rivelavano i cablo. Chi aveva intercettato segretamente i pacifisti italiani per impedire il blocco dei treni con l’equipaggiamento necessario per la guerra in Iraq? I servizi segreti italiani o quelli americani? La nostra polizia? E chi aveva autorizzato quelle intercettazioni?

[…]

Quanto all’Afghanistan, invece, era una richiesta continua a fare di più: più truppe, più carabinieri per addestrare la polizia afghana, più fondi, più libertà dai vincoli imposti ai soldati italiani (caveat) nella guerra ai talebani. Le pressioni erano costanti sia da parte dell’amministrazione Bush che di quella Obama.«Quando chiediamo risorse militari aggiuntive o fondi per l’Afghanistan» scriveva la diplomazia americana nel febbraio del 2009, quando ormai Barack Obama si era insediato, «i funzionari del governo italiano replicano che il loro bilancio economico limitato non permette di fare di più. Non dovremmo accettare questa scusa. Il fatto è che il governo italiano ha preso la decisione di spendere per la difesa meno di quanto sia necessario per mantenere il suo status di alleato Nato di alto livello: circa l’uno per cento del Pil. Dovremmo spingerli a stanziare nel loro budget della difesa fondi sufficienti per sostenere le loro responsabilità in Afghanistan.»

Anche per questo l’amministrazione Bush considerava la sinistra italiana come molto problematica. «Una forte vittoria del centrosinistra riporterebbe al potere i sindacati e i tradizionali “partner del sociale” con prevedibili richieste di aumentare la spesa per lo stato sociale, che potrebbe erodere gli impegni nel settore degli esteri e della difesa» scriveva alla vigilia delle elezioni dell’aprile 2006.

Le risorse che l’Italia destinava alla guerra in Afghanistan non erano l’unico motivo di insoddisfazione: i cablo rivelavano che, secondo i diplomatici americani, l’Italia era sospettata di pratiche corruttive. «Sulla base di informazione ottenuta nel 2008 che indicava che i servizi segreti italiani pagavano i guerriglieri nella regione di Kabul affinché non attaccassero le truppe italiane» riportavano nel febbraio del 2009, «l’allora ambasciatore Spogli sollevò il problema con il primo ministro Berlusconi e ricevette l’assicurazione che il governo italiano avrebbe indagato sul caso e avrebbe cessato tali pratiche, se le accuse fossero state vere.Anche il presidente Bush pare che lo abbia sollevato direttamente con Berlusconi, il quale ripeté che il governo italiano non faceva cose del genere.»

Si trattava di accuse fondate? Dall’aprile del 2008 al febbraio del 2009 i file riportavano questi sospetti ripetutamente. A oggi non è affiorata alcuna prova ma, se un giorno dovessero emergere conferme al di là di ogni ragionevole dubbio, sarebbe un enorme scandalo.

Mentre scrivo l’Italia ha appena lasciato l’Afghanistan dopo vent’anni. Ha perso cinquantaquattro soldati, ne ha riportati a casa circa settecento feriti e ha speso 8,474 miliardi di euro

– una cifra notevole, considerando la gravissima crisi economica in cui versa il nostro paese da oltre un decennio –, tutto questo per una missione fallita, costata la vita a decine di migliaia di afghani innocenti. E avremmo pure pagato talebani e signori della guerra locali?

I 4189 cablo sull’Italia rivelavano molto di più che le pressioni per la guerra in Iraq e in Afghanistan. Lasciavano emergere un potente affresco di come l’Italia fosse diventata una nazione cruciale per il complesso militare-industriale americano e le sue guerre perpetue, dopo l’11 settembre più che mai. «L’Italia rimane il nostro più importante alleato europeo per proiettare il nostro potere militare nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Nord Africa» scriveva l’ambasciatore Spogli nell’ottobre del 2008. «Abbiamo 15.000 tra soldati e personale civile del Dipartimento della Difesa e 17.000 famigliari in cinque basi in Italia. Il governo italiano ha approvato l’espansione della base a Vicenza per consolidare la presenza della 173a Brigata Aviotrasportata, ha approvato la base dei droni in Sicilia, Global Hawk, e noi stiamo lavorando con gli italiani per mettere in piedi i comandi dell’esercito e della marina degli Stati Uniti per Africom.»

Nella distrazione dell’informazione italiana, che riservava e riserva tuttora un’attenzione marginale a questi temi – a eccezione delle rare polemiche politiche – il nostro paese era ormai diventato «la piattaforma di lancio delle guerre americane», come lo definì nel 2013 il «Guardian».

I cablo permettevano di capire questa trasformazione dall’inizio: fornivano informazioni puntuali su come, piano piano, mantenendo un profilo più basso possibile, gli Stati Uniti, con il consenso della classe politica nostrana, avessero trasformato l’Italia in quella piattaforma.

Senza le ricostruzioni dettagliate delle conversazioni tra la diplomazia e il governo italiano su questo tema, non avrei mai acquisito l’acuta consapevolezza che questi documenti mi hanno trasmesso. Dalle guerre segrete dei droni fino ai conflitti boots on the ground, come l’invasione dell’Iraq, che aveva visto la città di Vicenza essere al centro del «più grande spostamento di truppe da combattimento per via aerea dalla Seconda guerra mondiale». È così che aveva scritto l’ambasciatore americano Mel Sembler, riferendosi alla 173a Brigata Aviotrasportata, una forza di intervento rapido in Europa, Africa e Medio Oriente, che può essere schierata in sole diciotto ore e ha combattuto in Iraq e in Afghanistan. Non solo: i file rivelavano i retroscena di come il complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti riuscisse a operare nel nostro paese nell’impunità, anche quando si macchiava di crimini gravissimi, come il rapimento di un essere umano, Abu Omar, per le vie di Milano, in pieno giorno.


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