Ciao Emilia

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Ciao Emilia, e grazie. A Emilia De Biasi, sconfitta da un maledetto tumore a soli sessantadue anni, mi legavano sentimenti di profonda stima, gratitudine e riconoscenza ma, soprattutto, tante pagine di vita vissuta e bella politica condivisa che oggi possono apparire quasi utopistiche. Era appena sette-otto anni fa ma sembra passato un secolo. Ci siamo conosciuti ai tempi in cui entrambi militavano nel PD, precisamente nell’AreaDem di Franceschini, e abbiamo condiviso tanti momenti di passione e impegno civile in difesa della buona informazione, dei diritti dei lavoratori dello spettacolo, della salvaguardia del fondo per l’editoria e di molti altri valori che in quegli anni costituivano il patrimonio comune di un’associazione come Articolo 21 e di gran parte delle forze del centrosinistra. È finito tutto, ma l’amicizia no, quella almeno è rimasta.

Ricordo bene che la mattina del 19 aprile 2013, il giorno in cui, in serata, venne silurato Prodi ad opera degli indegni centouno (che poi erano anche di più), mi scrisse un messaggio in cui diceva: “Sei stato ascoltato!”. Purtroppo no, amica mia, ma quel sincero riconoscimento di un amico e di un militante rende bene l’idea di che persona fosse.
E ricordo bene anche i giorni tragici del settembre 2013, quando il partito era ormai irrimediabilmente renziano e io ed Emilia ci trovammo a combattere su fronti contrapposti: io dalla parte di Cuperlo, sapendo che sarebbe stata una sfida impossibile, e lei sul fronte di Renzi, sia pur senza alcuna vera convinzione. È stata una delle poche a stimarmi e a volermi bene anche quando le strade si sono inevitabilmente divise. Altri hanno usato altri metodi, altri toni e ben altri comportamenti ma non è questa la sede adatta per compiere polemiche e rivendicazioni. Emilia, dal canto suo, poco dopo la nascita del governo Renzi, mi aveva invitato a pranzo al Senato: all’epoca, era presidente della commissione Sanità ed era profondamente dispiaciuta per quello che da parte mia non era un addio solo alla corrente in cui entrambi avevamo militato per anni, e che di fatto, a parer mio, non esisteva più, ma allo stesso PD e, forse, persino alla politica attiva. Lei voleva che rimanessi, che continuassi a battermi, la sua era una stima sincera, disinteressata, ricca di consigli e di un confronto costante e ricco di ideali.

Emilia sapeva essere, al contempo, una grande donna di partito, una di quelle figure “fedeli alla linea”, e una terribile peperina, come dimostrò a Cortona, quando AreaDem abbracciò acriticamente il renzismo e lei pose, invece, una serie di questioni di merito che negli anni successivi si sarebbero rivelate non solo fondate ma essenziali per la salvaguardia di un bene comune che più volte, soprattutto nel 2018, ha rischiato di venir meno.
Emilia era così: dolce, schietta, sincera, una compagna a tutto tondo e una persona speciale, una con la quale potevi litigare mille volte ma mai in maniera definitiva. Aveva modi spicci, diceva in faccia quello che pensava, si arrabbiava, non rinunciava mai alla sua tempra alla sua combattività, alle sue polemiche e alle sue battaglie.

Nel settembre 2013, evidentemente crocevia di molti destini, ricordo ancora che ci scontrammo sulla direzione che avrebbe dovuto prendere la crisi aperta da Berlusconi, proprio mentre era in corso la mia ultima riunione di AreaDem. Io sostenevo che non si dovesse escludere a priori l’ipotesi di un’intesa con i 5 Stelle, magari guidata da Rodotà; lei, realisticamente, sosteneva che si dovesse far di tutto per puntellare Letta e andare avanti. Avevamo ragione e torto entrambi, ce lo dicemmo con la dovuta franchezza e ci salutammo. Qualche mese dopo ci sentimmo nuovamente e, come detto, lei mi invitò a pranzo: un incontro che, per mille motivi, è stato sempre rimandato e, alla fine, è saltato del tutto. Da allora non ci siamo più sentiti, anche se qualche volta andavo a sbirciare la sua bacheca e leggevo con attenzione le sue riflessioni: mai banali, sempre pungenti, sagge, mai accomodanti nei confronti di nessuno.
Già nel 2013 Emilia aveva capito che il centrodestra doveva preparare il dopo Berlusconi e, da sincera democratica qual era, temeva che potesse persino indurci a rimpiangerlo. Già in quegli anni aveva compreso le potenzialità del movimentismo e aveva consigliato al Partito Democratico di non rinunciare mai a un onesto confronto con mondi che si stavano staccando da noi.

Quando c’era un diritto per cui battersi, lei c’era sempre. E ora che non c’è più, la sua mancanza si farà sentire ovunque. Quanto a me, proverò sempre il rimpianto di non aver insistito, di non essermi fatto più vivo, di non averci creduto abbastanza. Una cosa, tuttavia, è certa: non la dimenticherò, non potrei mai.

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