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La Bielorussia ha messo il bavaglio al web

 

Per ammutolire le opposizioni il regime di Lukashenko usa armi digitali sofisticate comprate anche da paesi democratici. Tra i fornitori l’azienda Sandvine che le vende anche all’Egitto di Al Sisi

Lo YouTuber bielorusso Sergei Tikhanovsky, attivista pro-democrazia, aveva annunciato la sua intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali 2020 del suo paese a maggio scorso, ma è stato arrestato due giorni dopo. La moglie, Svetlana Tikhanovskaya, ha deciso allora di correre lei stessa contro Alexander Lukashenko. Minacciata di vendette sui figli se non si fosse dimessa dalla corsa presidenziale, li ha mandati all’estero ed è emersa come il principale avversario di Lukashenko. Però, a dispetto delle mobilitazioni, delle accuse di brogli e delle violenze contro i dimostranti pro-democrazia, il ras della Bielorussia, da 26 anni al potere, ha annunciato lo stesso l’ennesima vittoria “bulgara” con l’80% dei voti  ieri si è insediato di nascosto.

Per Tikhanovskaya e l’opposizione le elezioni sono state truccate. Le proteste continuano e il ras ha deciso di mostrare i muscoli con l’aiuto di zar Putin, nonostante l’intervento, blando, della Ue e del Commissario Onu per i diritti umani. Così, ancora oggi, come risposta alle proteste, le autorità continuano con arresti e intimidazioni, interruzioni di Internet e il blocco delle news.

Attualmente sono circa 50 i siti d’informazione ancora bloccati in Bielorussia. Ma da chi? Da compagnie bielorusse e americane.

Mentre le autorità bielorusse hanno imposto alle compagnie telefoniche di ridurre i loro servizi nella capitale per contrastare l’organizzazione delle proteste, secondo Bloomberg, l’agenzia di sicurezza americana Sandvine – che si vanta di poter bloccare fino a 150 milioni di siti web -, avrebbe fornito al governo in carica gli strumenti per oscurare le informazioni online già da maggio, ben prima delle elezioni.

Il 15 settembre Sandvine ha emesso un comunicato in cui ha dichiarato che non avrebbe più aggiornato gli strumenti censori, senza però ritirarli dalla disponibilità del governo bielorusso. Sta facendo lo stesso in Egitto.

Potrebbe bastare questo per avere la prova di come in Bielorussia Lukashenko e soci stiano giocando una partita truccata, ma ci sono altre evidenze al proposito.

In due diversi rapporti, uno di OONI, una stimata comunità globale che misura la censura di Internet in tutto il mondo, e l’altro di Qurium Media Foundation, è evidente come gli operatori bielorussi utilizzino la propria infrastruttura per attuare il blocco dei siti web adottando per giunta varie tecniche di reindirizzamento del traffico e di Deep packet inspection, cioè il filtraggio dei dati che viaggiano in rete per bloccare contenuti sgraditi al regime.

Le aziende bielorusse coinvolte, Business Network, Beltelecom, Unitary Enterprise A1, Mobile TeleSystems Belarus, servono la quasi totalità della popolazione.

Come effetto di questa censura, tra i siti bloccati secondo OONI c’è stato anche il sito web dell’Associazione bielorussa dei giornalisti che ha presentato segnali di blocco durante il mese di agosto. Ma anche i siti web che offrono strumenti di elusione della censura sono stati bloccati.

A denunciarlo la stessa Qurium Media Foundation, azienda svedese di cybersecurity che supporta media indipendenti e organizzazioni per i diritti umani nei regimi repressivi di 50 paesi.

Qurium offre pro-bono il supporto a media indipendenti, giornalisti investigativi, attivisti e difensori dei diritti umani che sono oggetto di attacchi digitali, phishing mirato, dispositivi compromessi, e l’analisi forense di questi attacchi. Qurium offre anche un servizio di hosting sicuro che include mitigazione DDoS, backup e ripristino, supporto tecnico a chi ne ha bisogno. Lo fa da dieci anni. Grazie.

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