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Yemen dimenticato, Battaglia: “Per aggirare oscuramento si investa per ritorno giornalisti sul campo”

 

Nessun paese al mondo negli ultimi 100 anni è stato esposto a una carestia e a un disastro umanitario devastanti come quelli che hanno portato lo Yemen sull’orlo di un abisso.
Senza lo stop ai raid della coalizione guidata dall’Arabia Saudita e la fine del conflitto iniziato nel 2015 tra i ribelli Houti e le forze armate governative, oltre 14 milioni di persone continueranno a essere esposte all’insicurezza fisica e sanitaria e alla fame. Condannati a una fine di stenti.
Ad aggravare la situazione il Covid 19, che sta estendendo la spirale della pandemia in tutta la regione.
Le notizie delle ultime ore riguardano proprio la gestione dell’emergenza coronavirus, la milizia sciita che si contrappone al governo yemenita ha attaccato gli ospedali tendati che ospitano le squadre mediche incaricate di svolgere i tamponi nell’area di Qaniya, tra Mareb e i governatorati di al-Bayda, nello Yemen centrale.
Per comprendere quale sia la situazione sul campo nessuno più di Laura Silvia Battaglia, giornalista e documentarista che segue sin dall’inizio le vicende yemenite, può aiutarci a delineare un quadro esauriente.
Il cessate il fuoco in Yemen annunciato lo scorso aprile, e prorogato di un mese, è stato infranto. Era utopico pensare che reggesse?
“La tregua è stata unilaterale e ad essa non è seguita alcuna risposta da parte dei cosiddetti ribelli del Nord, gli Houthi. Gli scontri di terra sono proseguiti sui fronti usuali (confine a Nord di Saada con l’Arabia Saudita; tra il governatorato di al Jawf e il governatorato del Marib; nella città di Taiz) anche perché gli Houthi che hanno riconquistato il governatorato di al Jawf un mese fa non hanno alcuna intenzione di recedere, ma anzi di avanzare sul Marib. Se prendessero il Marib, vincerebbero la guerra di posizione a Nord, ottenendo il controllo del territorio in continuità da Nord fino al Centro del Paese, ossia alla città di Taiz. Ma i giochi veri di queste ultime due settimane si giocano a Sud dove il movimento separatista del Sud, l’STC, ha approfittato di questa stessa tregua unilaterale per dichiarare un distanziamento definitivo dal governo centrale del presidente Mansour Hadi con sede ad Aden. Con le loro truppe stanno spingendo sempre più le rappresentanze governative ad asserragliarsi nel compound di Aden e hanno già svaligiato la sede della Banca Centrale trasferendo i caveau in “località segreta”. Nel frattempo le tribù di Abyan hanno portato le loro truppe verso Sud, su Aden. Ciò che si configura è la disfatta definitiva del governo centrale a favore delle due maggiori istanze separatiste del Nord (gli Houthi) e del Sud (l’STC). Dal punto di vista regionale significa picche per i sauditi, i quali hanno finora sostenuto il governo Hadi ma speso quantità irragionevoli di denaro in armi in questa guerra, e molte stellette per l’Iran, che profitta delle milizie del Nord, e per gli Emirati ,che hanno finanziato l’STC e le milizie del Sud per avere un controllo strategico sulle coste del Sud-Est dello Yemen, sui porti di Aden e Mukalla e sullo stretto di Baab al Mandab”.
Quali i margini per giungere a un’intesa che ponga davvero fine alla guerra nel Paese?
Ci sono tre condizioni che, se, e quando raggiunte, potranno portare alla fine della guerra. La prima è che il presidente Hadi venga fatto fuori, con buona pace degli alleati sauditi. La sua figura è debole, il suo governo è debole. La componente maggioritaria dello stesso governo, in mano ai Fratelli musulmani yemeniti (partito al Islah) è osteggiata da tutti gli altri attori interni (dall’ex partito di Ali Abdullah Saleh al partito Ansarullah degli Houthi, dai salafiti all’STC) ed esterni (sauditi, emiratini, egiziani e iraniani) eccezion fatta per Qatar, Turchia e Sudan. La seconda è l’opportunità di capire se potrà essere ristabilirà una unità nazionale confederata (ipotesi altamente improbabile, nelle mie previsioni) o se prevarrà la divisione antica in Nord e Sud Yemen; la terza è che non potrà esserci accordo se non verranno definite le aree di influenza per gli attori esterni (confini di mare agli emiratini, confini di terra ai sauditi, eccetera) e lo sfruttamento del petrolio e del gas yemenita ancora non disponibili, finché non si riuscirà a costruire la famigerata pipeline che, se realizzata, porterà il petrolio del Marib e dell’Hadramouth ad essere stoccato sulla costa Sud di Mukalla, aggirando l’attuale traffico di petroliere sullo stretto di Hormuz. Come si può immaginare questa è una soluzione sulla quale, già negli anni Novanta, avevano messo gli occhi i sauditi ma con l’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh non c’erano mai riusciti. Adesso è arrivato il momento di approfittare di uno Stato inesistente ma gli Emirati sono in posizione di vantaggio. Vedremo chi la spunterà, perché i commensali devono fare i conti con le tribù yemenite, con al Qaeda e con il governatore dell’Hadramouth, che vorrebbe fare affari ma con profitto e senza perdere in dignità e, soprattutto, in revenue del petrolio”.
Sul conflitto in Yemen continua a pesare il silenzio dei mainstream, soprattutto in Italia. Come aggirare questo oscuramento?
Lo Yemen non è centrale per gli interessi strategici dell’Italia e questo è il motivo per cui non trova spazio quanto la Libia. Tuttavia, considerato che l’Italia punta a riconquistare la sua presenza nelle vecchie colonie del Corno d’Africa (Somalia ed Eritrea) e che ha più di un interesse con gli Emirati Arabi Uniti, di tipo commerciale ma anche strategico-militare (ricordo che le nostre nasi sono appoggiate ad Abu Dhabi e che per anni abbiamo istruito nelle nostre accademie navali gli ufficiali della Marina yemenita) lo Yemen potrebbe riemergere progressivamente dal radar dell’analisi geopolitica. Per quanto riguarda i media internazionali, sulle panarabe il conflitto è copertissimo ma ovviamente da due propagande opposte (quella saudita ed emiratina che si esercita su Al arabya  e sul quotidiano emiratino The National e quella qatariota anti-saudita su Al Jazeera e sui media di proprietà affini come Middle East Eye o Al Araby). Quello di cui c’è bisogno sono testimoni sul posto ma il blocco dei visti d’ingresso da parte del governo centrale yemenita da una parte, la modalità di copertura embedded con i sauditi dall’altra e  l’opzione di smuggling tramite il confine omanita pagando cifre astronomiche agli Houti dall’altra ancora, rendono questa impresa un’operazione quasi impossibile. Per aggirare “l’oscuramento” ci vorrebbero prima di tutto moltissimi soldi per finanziare l’impresa e una concessione di visti regolare che è la conditio sine qua non affinché la copertura giornalistica sia possibile”.
Lo Yemen è anche ai margini del dibattito sul Coronavirus. Qual è la situazione della pandemia nel Paese?
Per mesi, in Yemen, del Corona virus ci si è fatti beffe. Da marzo circolavano on line sui social, video con immagini di uomini che vestivano bottiglie di plastica o imbuti di stagno a mo’ di mascherine; le massaie si inviavano catene di messaggi su whatsapp con il decotto dei miracoli da propinare notte e dì per allontanare il virus. Nel frattempo, la vita è trascorsa in modalità zero-social distance, nei mercati affollatissimi, nei matrimoni altrettanto affollati, nelle riunioni del thè del pomeriggio, e anche in frontline tra i ribelli del Nord e le truppe governative. Tutto questo fino al 10 maggio, quando, per la prima volta, il governo autoproclamato dei ribelli del Nord, gli Houti, con capitale Sana’a, ha dovuto annunciare il primo morto di Coronavirus per bocca del ministro della salute Taha al-Mutawakkil: un somalo impiegato in un albergo del centro della capitale. Da quel giorno, la preoccupazione è palpabile, i decessi aumentano vertiginosamente e, nel Paese, secondo l’organizzazione Mondiale della Sanità, si contano 16 morti e 108 casi accertati di cui 21 in una sola giornata, per la regione meridionale, senza contare la difficoltà di verificare le cause di molti decessi, soprattutto al Nord. A ciò si aggiunga il fatto che le milizie non hanno avuto finora grande interesse nel diffondere l’allarme per paura di svuotare la frontline. Del resto, qui ognuno cercherà di profittare cinicamente dei vantaggi che il  virus offre per avanzare tatticamente”.
Quali le conseguenze e lo stato generale della crisi umanitaria del Paese?
Il primo problema è che sarà molto difficile diagnosticare la malattia. In Hadramouth molte persone sono morte per la febbre gialla che ha alcuni sintomi simili. Ormai il virus è diffuso quasi ovunque: si sarà in grado di capire chi è morto per questa patologia? La risposta è: probabilmente no. Il secondo problema è il collasso del sistema ospedaliero. Nel 2016, durante i primi due anni di guerra, ho visitato le strutture sanitarie da Nord a Sud. Mancavano gli antibiotici, l’insulina, le macchine per la dialisi. Figurarsi quale fosse il numero delle terapie intensive. E figurarsi oggi, dopo cinque anni di guerra. Ad Aden quando un uomo di ritorno dall’Egitto si era presentato un mese fa in ospedale, temendo di essere infetto, i dottori sono letteralmente fuggiti dall’ambulatorio. E io, onestamente, avrei qualche dubbio a dare loro torto, in un Paese dove si muore di colera perché l’acqua è inquinata o non c’è. Quell’acqua che sarebbe il primo elemento per non contrarre il Covid-19.
Tra i lavori giornalistici più importanti sullo Yemen ci sono i tuoi reportage, un documentario, un web-doc e una graphic novel, “La sposa yemenita”. Quanto è stato difficile portarli a termine e vederne la pubblicazione/diffusione?
Non ho avuto mai difficoltà a pubblicarli, diffonderli, venderli. Tutt’altro, come si può immaginare, sia in Italia che all’estero. Difficile è stato preparare i viaggi, ottenere i visti, entrare nel Paese, lavorare nel Paese e uscirne. Una volta sono stata arrestata per tre giorni al confine con l’Oman, tutte le volte ho attraversato il Paese sugli autobus di linea bardata come una locale, nascondendo le SD con il girato negli indumenti intimi, lasciando l’equipment in posti sicuri e affittandola in altri, rispondendo con attenzione per non fare passi falsi ai check point delle diverse milizie, lavorando con colleghi locali e cercando di ingegnarci per non attirare troppi sospetti. In queste condizioni logistiche, è difficile organizzare progetti di spessore sullo Yemen che abbiano il sapore della complessità, che non si pieghino alle semplificazioni e alle propagande e che abbiano anche degli standard elevati. Per il documentario “Yemen nonostante la guerra”, che adesso sta uscendo anche sul mercato internazionale, è stato molto faticoso dovere coordinare tre unità di produzione in tre città diverse, e averlo dovuto fare in parte di presenza, in parte da remoto. Ugualmente difficile è stato trovare cinquemila euro per finanziare il viaggio da cui è nato il web-doc Yemen the secret country e trovarne altri cinque per lo sviluppo e la post-produzione che è stata totalmente a mio carico e a carico dei miei sostenitori sulla piattaforma Kickstarter, per mantenere una totale indipendenza. Tuttavia non ci si può fermare di fronte a nessuna difficoltà, perché questo Paese ha un bisogno disperato di essere raccontato e questo è semplicemente un dovere. E’ solo ciò che deve essere fatto per dargli voce e restituire dignità ai suoi abitanti”.

 

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