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“Le mie figlie non riescono a immaginare che ci sia stato un tempo in cui si sparava in strada”. Intervista a Mario Calabresi (oggi anniversario uccisione del padre Luigi)

 

Qual è la funzione del giornalismo? Come aiutare l’opinione pubblica a leggere i fatti? Come abbassare i toni di un discorso pubblico sempre più imbarbarito? Dare un volto alle vittime può contribuire a pacificare il Paese? Quanto può essere potente la testimonianza di una famiglia? Di questo ed altro abbiamo parlato con Mario Calabresi nel 48° anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, suo padre, avvenuto a Milano il 17 maggio 1972.

L’assassinio di tuo padre avvenne al termine di un linciaggio pubblico, che peraltro non finì con la sua morte e per certi versi non è ancora terminato. In tutto questo che ruolo giocò l’informazione?

Una parte del giornalismo diede il peggio di sé. Tra il 1969 e il 1972 venne fatta una campagna contro mio padre piena zeppa di falsi, di quelle che oggi chiameremmo fake news. Si disse tra l’altro che era stato addestrato dalla Cia, che era stato negli Stati Uniti per organizzare degli incontri tra i generali della destra americana e i militari che volevano fare il golpe in Italia, tutte teorie che potevano essere smontate in un attimo anche con semplici riscontri: mio padre non parlava una parola d’inglese e non andò mai oltreoceano e negli anni dei presunti incontri era uno studente universitario.

Tanti giornalisti democratici sono andati dietro questa roba e sono stati beceri.

Il punto cruciale del giornalismo è farsi le domande e guardare in faccia la verità, anche se non è quella che ti fa più comodo in quel momento.

È a tuo avviso un copione che pur con modalità diverse stiamo rivedendo anche adesso? Anche in questi giorni continuiamo ad assistere a feroci linciaggi pubblici.

Io credo che non si possa fare un paragone tra gli anni Settanta e oggi. Noi oggi assistiamo a una violenza verbale terribile, che però grazie al cielo non ha un riscontro sulle strade, nelle piazze. Negli anni Settanta la violenza verbale e quella fisica si sposavano ogni giorno, una campagna di minacce fatte allora con manifesti sui muri, sui giornali, con interventi nelle radio aveva sempre uno sbocco di violenza fisica; a Milano, Roma e Torino la sera non uscivi, il sabato pomeriggio non uscivi, sono state uccise 500 persone per violenza fisica. È importante vedere le differenze, altrimenti ci sembra sempre tutto uguale.

Oggi il nostro problema è l’imbarbarimento del discorso pubblico, ma non abbiamo un riscontro di violenza fisica.

Diverso è il discorso da fare per i cronisti minacciati, perché in quel caso il rischio di una degenerazione, di un’intimidazione violenta e fisica, è reale.

Cos’è secondo te che consente all’odio di dilagare e che impedisce alle istituzioni di arginarlo? C’è qualcosa che si può fare per evitare che la diffamazione porti alla delegittimazione e generi isolamento?

Trovo che l’idea della scorta mediatica sia fondamentale, l’idea che chi è minacciato non sia lasciato solo, perché le mafie e la criminalità organizzata colpiscono quando vedono che una persona è in solitudine. Far sentire il sostegno e far capire che la persona non è sola è la miglior cosa che si può fare.

Per quanto riguarda l’imbarbarimento del discorso pubblico, che negli ultimi anni è degenerato a causa di due fattori, ovvero la Rete, che rende possibile a chiunque di avere spazio anche in un protagonismo che spesso e volentieri è dato dalla violenza verbale, che fa rumore, e la crisi profonda della politica, che ha adottato come prassi l’abitudine a sporcare l’avversario, a mio avviso bisognerebbe fare almeno tre cose:

  • tutti gli account degli odiatori andrebbero rimossi in tempo reale, non è possibile che stiano lì: come nel calcio, se non stai alle regole del gioco e continui a fare falli, vieni espulso;
  • occorre dare il giusto peso alle cose: se c’è uno con pochi follower che sbraita, insulta e fa discorsi razzisti, non bisogna dargli visibilità mediatica, trasformandolo in eroe, bisogna levargli il volume;
  • soprattutto in televisione bisogna smetterla in nome dell’audience di invitare personaggi totalmente squalificati, permettendo loro di fare discorsi di odio e razzismo; bisogna avere il coraggio etico di non chiamarli più e diversamente gli altri partecipanti dovrebbero avere il coraggio di alzarsi e andarsene.

In “Spingendo la notte più in là” hai scritto che la storia che viene proposta è sempre vista da una parte sola, manca completamente la voce delle vittime: negli ultimi anni è cambiato qualcosa? Cosa si potrebbe fare per favorire un maggiore equilibrio?

Sì, un miglioramento c’è stato: penso ad esempio alla narrazione sui femminicidi.

C’era la tendenza terribile a dare voce solo all’assassino. Da direttore de “La Stampa” avevo convocato i cronisti e dato loro questa indicazione: quando andate a scrivere, assumete il punto di vista della vittima e cercate di raccogliere il più possibile notizie su di lei, perché non si può dare spazio solo all’autore della violenza. Se saprete mettervi davanti alla persona ammazzata o ferita, con molta probabilità riuscirete ad evitare la frase infelice.

È una scelta, questa di dare un volto ai fatti, di far parlare le vittime o comunque i protagonisti, che ha sempre caratterizzato il tuo lavoro: dalle storie delle vittime del terrorismo a quelle di chi è caduto e ha saputo rialzarsi, dalle storie dei medici volontari in Africa al recente lavoro su Andy Rocchelli. Questo approccio è il frutto della tua esperienza personale, un modo per colmare almeno in parte quell’analfabetismo di sensibilità nei confronti delle vittime di cui soffre il nostro Paese, o è un modo di interpretare il tuo essere giornalista?

Credo sia un misto: un po’ l’ho imparato dalla mia storia, un po’ è una caratteristica di alcuni giornali come il New York Times e il Guardian, che non raccontano in maniera astratta i fatti, ma attraverso un’esperienza. Ad esempio ti spiegano il Covid attraverso un medico, un’infermiera: mettono le persone al centro.

A proposito della tua vicenda familiare hai parlato di un manuale Cencelli della memoria: secondo te è possibile e come unificare la memoria degli italiani? Diversamente credi si possa arrivare a una riconciliazione pur sapendo che sarà impossibile una lettura condivisa dei fatti?

Per quanto possibile tante cose sono accadute, da questo punto di vista il tempo è generoso; se penso alla mia vicenda e a come si è evoluta rispetto a quando ho scritto “Spingendo la notte più in là”, il rapporto tra mia madre e la vedova Pinelli è stato un rapporto di affettuoso rispetto e questa è una buona cosa.

Come hai raccontato alle tue figlie del loro nonno? Come possiamo trasmettere ai più giovani queste ferite della storia repubblicana man mano che aumenta la distanza dai fatti?

Gliene ho parlato quando erano in III-IV elementare: la cosa che mi ha colpito di più è che ancora oggi non riescono a comprendere come sia potuto accadere, non riescono a immaginare che ci sia stato un tempo in cui si sparava in strada. Questa è un’ulteriore testimonianza del fatto che sotto il profilo della violenza fisica il nostro è un Paese più pacificato.

Tua madre e la vostra famiglia, come altre famiglie, hanno scelto di scommettere tutto sull’amore per la vita: a tuo avviso ha pagato? Solo per voi (e sarebbe già moltissimo) o anche per il nostro Paese? È stato un esempio che ha fatto crescere tutti?

Mi piacerebbe dirti di sì, spero che lo sia stato e abbia seminato. È una scelta che ti mette in pace e pertanto ne sarebbe valsa la pena anche se non fosse servita a nessun altro.

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