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Patrick Zaky, iniziato il calvario della detenzione preventiva

 

Altri “15 giorni di detenzione per supplemento d’indagine”.

La formula, con la quale si lascia a languire in carcere per mesi se non per anni chi per la giustizia egiziana è un presunto criminale, è sempre la stessa.

Il “supplemento d’indagine” è un pretesto. Le accuse nei confronti di Patrick Zaky, entrato sabato 22 febbraio nel calvario della detenzione preventiva, sono false e fabbricate.

Come per l’avvocata Mahienour al-Masri o il protagonista della rivoluzione del 2011 Alaa Abdelfattah, entrambi arrestati lo scorso settembre (Alaa mentre era in libertà condizionata da marzo, quando aveva terminato di scontare una condanna a cinque anni), il rischio è che per mesi la detenzione preventiva sia rinnovata automaticamente, senza supplementi d’indagine né interrogatori del detenuto.

Non c’era alcun motivo, se non un chiaro intento persecutorio, per continuare a privare Patrick della libertà. La sua detenzione preventiva è persino contraria alla procedura penale egiziana: egli non ha mai avuto e non ha alcun potere di alterare il corso delle indagini, manomettere prove o influenzare testimoni. La famiglia risiede in un luogo noto e raggiungibile.

Ora è fondamentale non disperdere l’entusiasmo, l’emozione e la solidarietà delle ultime due settimane. Ognuno (le piazze per quello che le limitazioni per ragioni sanitarie permetteranno, gli organi d’informazione e soprattutto la diplomazia italiana) dovrà continuare a fare la sua parte.

L’obiettivo del rituale dei 15 giorni è infatti proprio quello di far via via dimenticare le storie dei detenuti, spegnere la mobilitazione.

Per Patrick, questo non deve accadere. Dobbiamo essere tutti pronti ad affrontare una campagna, che potrà avere anche tempi lunghi, per arrivare all’annullamento delle accuse, alla scarcerazione e al suo ritorno a Bologna, la città che l’ha adottato.

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