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Nuova ondata di arresti di giornalisti, accademici e attivisti turchi mentre l’UE è pronta a riprendere i colloqui per l’adesione della Turchia

 
Una nuova ondata di arresti ha travolto ieri giornalisti, attivisti e accademici in Turchia, tra cui Targut Tarnhanli e Betul Tanbay, e altre 13 persone.  Sono state rinchiuse in carcere al termine di una serie di incursioni simultanee in tutto il Paese nell’ambito dell’inchiesta sulle proteste di Gezi Park di oltre 5 anni fa. Una continua azione repressiva messa in atto dalle autorità turche nonostante la fine dello Stato di emergenza, almeno su carta, nei confronti delle voci dissenzienti che null’altra ‘colpa’ hanno se non quella di aver espresso pacificamente le loro opinioni.
La Procura di Istanbul ha dichiarato che i destinatari delle ordinanze delle custodie cautelari sono accusati di avere legami con l’associazione Anadolu Kültür, fondata dal noto editore e attivista della società civile Osman Kavala, ritenuta un’organizzazione per fino terroristici. Le imputazioni vanno dal tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale del Paese a quello di “scatenare caos e turbolenze nel paese” attraverso lr proteste di Gezi Park del 2013.
Secondo la dichiarazione del procuratore generale, i detenuti sono stati accusati di aver favorito e organizzato la rivolta, portando fomentatori e attivisti professionisti dall’estero per diffondere la protesta e promuovere le attività ‘terroristiche’ nei media compiacenti.
Osman Kavala è arbitrariamente detenuto dall’ottobre 2017 perché  sospettato di aver partecipato al tentativo di rovesciare il governo e l’ordine costituzionale con il fallito golpe del 15 luglio 2016. Ma finora nessuna vera e propria imputazione è stata ancora formulata. L’associaazione da lui fondata “Anadolu Kültür” è nata per promuovere la pace e i diritti delle minoranze attraverso la cultura.
Insieme a Tanbay e Tarhanlı lo hanno raggiunto ieri in carcere Yiğit Ekmekçi, Ali Hakan Altınay, Asena Günal, Meltem Aslan, Bora Sarı, Ayşegül Güzel, Filiz Telek, Yiğit Aksakoğlu, Yusuf Cıvır, Hande Özhabeş e Çiğdem Mater.
Le proteste del Gezi Park si animarono nel 2013 dopo che un piccolo gruppo di manifestanti contrari alla sua distruzione furono brutalmente dispersi dalla polizia. Le proteste locali si diffusero rapidamente e si trasformarono nella più grande manifestazione di dissenso civile nella storia della Turchia, con quasi 3 milioni di persone che si sono riversate nelle strade di 81 città.
Nove persone hanno perso la vita e migliaia sono rimaste ferite a causa della violenta repressione da parte della polizia che ha ripetutamente usato tattiche aggressive e forza eccessiva contro i manifestanti.
La libera espressione in Turchia continua dunque a essere limitata e lo stato di diritto a deteriorarsi.
Negli ultimi due anni è stato registrato un forte aumento delle Corti che perseguitano giornalisti, accademici, difensori dei diritti umani e attivisti politici non violenti nel tentativo di far tacere le voci critiche e dissidenti. Oltre 170 operatori dell’infornazione e scrittori continuano a rimanere dietro le sbarre, facendo della Turchia il più grande carcere per giornalisti del mondo.
In queste ore arriva nel Paese l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini, accompagnata dal commissario Ue per la politica di vicinato e i negoziati sull’allargamento, Johannes Hahn, per la ripresa del dialogo politico ad alto livello tra l’Unione europea e la Turchia. La delegazione turca sara’ guidata dal ministro degli affari esteri Mevlut Cavusoglu responsabile anche degli affari europei.
Ci auguriamo che prima ancora di discutere di tutte le questioni di interesse comune, tra cui temi chiave di politica estera come gli sviluppi in Siria, Iran e Iraq, le relazioni bilaterali, la cooperazione in materia di migrazione e terrorismo, si condanni l’ennesima violazione del diritto della libera espressione e gli arresti dei numerosi eminenti rappresentanti della società civile delle ultime ore.
Le ripetute detenzioni delle voci critiche e la continua pressione sugli attivisti per indurli a fermare la loro azione in difesa dei diritti sono in contrasto con l’impegno dichiarato del governo turco nei confronti delle libertà fondamentali e  l’annuncio di riforme nel campo dello stato di diritto e della magistratura al fine di migliorare i livelli di democrazia.

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