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Addio a Guido Columba. Passione e orgoglio di essere e dirsi “cronista”

 

Difficile trovare uno che, più di Guido, incarnasse la passione e l’orgoglio di essere e dirsi “cronista”. Usava quella parola con straordinaria convinzione, quasi che la definizione di giornalista gli sembrasse generica, riduttiva, meno ricca e meno aderente alla realtà della professione. E dei cronisti italiani è stato per lunghi anni, da Presidente dell’Unci, il puntiglioso e appassionato portavoce dentro gli organismi della categoria e nelle iniziative di piazza delle quali è stato animatore in risposta ai ricorrenti tentativi di leggi-bavaglio.
Ho avuto la fortuna di fare sindacato fianco a fianco con lui nelle stanze della Fnsi. Il cronista alla prova dei cambiamenti, a confronto anche con quelle voci della società che all’informazione da tempo chiedono di saper rispettare anche altri diritti, di non usare il diritto di cronaca come una clava. Discutemmo anche insieme a lui, parola per parola, la nascita della “Carta di Roma”, il protocollo per un’informazione corretta in tema di migrazioni. Accese discussioni per comprendere perché il termine “clandestino” fosse da abbandonare, in quanto carico di pregiudizi. Guido non ne era del tutto convinto, temeva che fosse una concessione al cosiddetto politically correct. Ma non portò mai le sue perplessità al punto di rottura. Perché un altro tratto che lo caratterizzava era l’ostinato perseguimento dell’unità dei giornalisti. Alla “casa comune” credeva davvero e profondamente: al punto da coprire di sorridente sarcasmo le tante – troppe, diceva lui – polemiche tra correnti che animavano e animano la vita del sindacato di categoria.
Ma l’unità dei giornalisti non era fondata mai, nelle parole di Guido, sulla base fragile ed equivoca del corporativismo. Il cronista è figura così rilevante perché è il più vicino alla vita dei cittadini, è colui che meglio può dar voce ai loro diritti ed impedire che vengano calpestati. Da qui l’impegno strenuo con cui Guido schierò l’Unci e se stesso in prima fila negli anni in cui governi e ministri diversi, da Mastella ad Alfano, provavano a limitare il diritto-dovere (un dovere, non solo un diritto) di cronaca. Cortei, sit-in, volantinaggi, sempre con la passione di un liceale, convinto senza esitazioni che il disegno di legge sulle intercettazioni fosse un attacco al diritto dei cittadini di sapere.
Difensore implacabile del nostro ruolo, sì, ma con gli occhi bene aperti sulle colpe della nostra informazione, sulle nostre responsabilità di categoria. Ho ritrovato le parole pronunciate in una delle mille iniziative degli anni scorsi sulla libertà di informazione sotto attacco. Parole nette, come sempre erano netti i suoi interventi: “L’Unione Cronisti è intransigente nella difesa del diritto-dovere di cronaca. Tuttavia mi corre l’obbligo di dire che questa mattina c’è una parola che qui è stata dimenticata da tutti: una parola di autocritica. I temi della diffamazione, delle querele e del risarcimento danni, che sono molto negativi, sarebbero meno negativi se i giornalisti dessero alle persone di cui parlano il reale diritto di rispondere e di dare la loro versione dei fatti. L’aver praticamente affossato la rettifica forza tutti gli interlocutori che si sentono diffamati a ricorrere alla magistratura, penale e civile”.
Guido era così: guai a toccare i giornalisti, ma i giornalisti non possono autoassolversi. Gli siamo grati per la sua competente passione, che lo ha portato a partecipare fino all’ultimo alle iniziative pubbliche dei giornalisti, più tenace di una malattia lunga e dura. Come ha fatto ancora quest’estate, in prima fila all’assemblea di Articolo 21 nella sede della Casa Internazionale delle Donne. Con lui, come sempre, c’era Luciana Borsatti, A lei, ora, l’abbraccio più affettuoso dei tantissimi colleghi e amici di Guido.

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