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Tre manifesti a Ebbing. Un elogio della resistenza civile

 

La solitudine di un cittadino che chiede giustizia di fronte a uno stato che non l’ascolta può fare impazzire. Lo sa bene Mildred, a cui hanno ucciso e violentato la figlia Anna, senza che si sia trovato l’assassino. Passano i mesi a Ebbing uno sperduto paesino del Missouri, ma il capo della polizia locale,  Bill Willoughby, e i suoi poliziotti si sono rassegnati ad abbandonare il caso. Mildred, donna decisa e dai modi sbrigativi, affitta tre manifesti nella strada che porta al paese e ci fa scrivere frasi provocatorie sul poco impegno della polizia locale verso l’indagine.

Scoppia il caso, arrivano le tv. Tutta la cittadina ne parla e vorrebbe che lei togliesse quei manifesti. Prova a convincerla il prete con le buone, ma viene preso a male parole. Ci prova Jason, un poliziotto razzista e violento con le cattive, ma lei ignora le minacce; va a trovarla a casa lo stesso Willloughby per parlare a quattr’occhi. Si danno del tu, lui le confida che ha un tumore e i giorni contati, ma Mildred non si impietosisce e chiede ancora che l’assassino di sua figlia sia trovato.
La tensione sale di giorno in giorno, fino a quando qualcuno non incendia i manifesti. Le fiamme nella notte ricordano gli avvertimenti del KKK. L’escalation di vendette sembra portare alla distruzione collettiva, ma un suicidio inaspettato apre un finale imprevedibile.
Il regista Martin McDonagh ha dato un sapiente ritmo discontinuo alla storia, alternando scene d’azione di grande effetto, con sospensioni riflessive molto intense. Il tutto compresso nella claustrofobia del piccolo centro della provincia interna americana, fatta di case squallide, pub al neon e gente abbrutita da birre, biliardo e routine.  Frances McDormand (Mildred) taglia il suo personaggio con una interpretazione affilata, fino a farne una scheggia che ferisce appena la si tocchi. I dialoghi sono ben scritti, ma spesso disturbati da una traduzione con qualche “fottuto” di troppo.
Il film è un elogio della resistenza civile, al coraggio, alla tenacia. E a una donna che non ha paura degli uomini, né del potere, né delle fiamme del cielo e della terra. Esco pensando che l’ingiustizia esige la lotta. Anche contro i consigli ragionevoli di chi non si è mai esposto e vuole convertirti al confort borghese della resa.

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