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Le mani (dei clan) sul Po: la ‘ndrangheta voleva ‘far fuori’ un giornalista

 

Il Grande Fiume e il suo “oro grigio”. Quando i clan mettono gli occhi sui cantieri del Nord Italia la parola d’ordine è una sola: sabbia, sabbia, sabbia. Sono gli anni del boom dell’edilizia. Prima c’è la Tav, la Ricostruzione poi. E la sabbia del Po, finissima per le costruzioni fa gola a molti. Soprattutto alle organizzazioni criminali, che cercano materia prima da piazzare ai costruttori a prezzi ribassati. E ora potrebbe esserci un filo che lega le attività abusive di estrazione di sabbia dal Po con le dichiarazioni del pentito Vincenzo Marino che, in una delle ultime udienze del maxiprocesso Aemilia, ha raccontato di come la ‘ndrangheta, nei primi Anni Duemila a Reggio Emilia, avesse ipotizzato di fare fuori un assessore e un giornalista che davano fastidio: un cronista “da sistemare se avesse ancora rotto le scatole” e un “problema da risolvere” con un amministratore locale che non firmava i piani regolatori (“O mette la firma o questo lo ammazziamo e la firma la mette un altro”).

L’Associazione stampa Emilia-Romagna e l’ordine regionale dei giornalisti ora chiedono alla Direzione distrettuale antimafia di verificare la dichiarazione rilasciata dal collaboratore di giustizia con ogni accertamento possibile. “La presunta rivelazione – sottolineano Aser e Odg sarebbe avvenuta durante un incontro nel 2003 in una concessionaria di Gualtieri con Antonio Muto, a processo in Aemilia come partecipe dell’associazione mafiosa. In quel periodo nella Bassa reggiana giornali e televisioni si sono più volte occupati delle indagini sugli scavi abusivi in Po e della movimentazione di terra e ghiaia in nero, di cui parla negli interrogatori il pentito Giglio che fa esplicito riferimento ad Antonio Muto”.

Delle mani (dei clan) sul Grande Fiume inizia a parlare infatti proprio Giuseppe Giglio. Primo pentito del maxiprocesso Aemilia, “Pino” Giglio è considerato il “commercialista” dei Grandi Aracri: quello che usava società per comprare sabbia e ghiaia in nero, quello che ripuliva il contante delle ‘ndrine emettendo fatture per operazioni inesistenti. Interrogato dai pm racconta di come si fosse riuscito a mettere in piedi nel mondo delle escavazioni un sistema criminale tra Reggio, Mantova e Modena.

Fine anni ’90. Giglio si è appena trasferito dalla Calabria a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, e ha comprato un camion. La ‘ndrangheta intanto si è spartita le sponde del Po: da una parte i ‘cutresi’ di Nicolino Grandi Aracri, che hanno fatto di Brescello la loro base operativa, dall’altra gli Arena di Isola Capo Rizzuto, che a Viadana sono i re dello spaccio, del riciclaggio e dell’estorsione.

“Mi mandarono a caricare in una cava – racconta Giglio – si scavava sabbia e ghiaia in natura e io facevo trasporto per conto terzi. Un giorno conobbi il figlio di uno questi proprietari, mi propose di vendermi del materiale di nascosto dal padre, in nero: senza fattura, senza niente. I prezzi erano bassissimi…” A quel punto Giglio si mette in affari con Antonio e Salvatore Muto, costruttori crotonesi trapiantati al Nord e vicini ai Grandi Aracri, ma il materiale andava piazzato. Così inizia a fare il giro dei cantieri, svendendo gli inerti a prezzi di gran lunga inferiori a quelli dei suoi concorrenti.

Eccola la geografia criminale del mercato di sabbia e ghiaia da una parte all’altra del Fiume: migliaia di camion che hanno attraversato Emilia e Lombardia con carichi non a norma, milioni di metri cubi di inerti estratti senza autorizzazioni e svenduti sotto costo, alterando l’equilibrio del mercato; quintali di rifiuti di ogni sorta, “tombati” nelle cave esaurite; piccoli imprenditori locali che hanno spalancato le porte alle cosche per guadagnarne le briciole e la latitanza di controlli da parte di chi doveva vigilare e non lo ha fatto

Sono gli anni in cui un vigile urbano di Brescello, Donato Ungaro (nella foto) si mette in testa di fare il giornalista. Filma le imbarcazioni che scavano la notte nell’alveo del Fiume e sulla Gazzetta di Reggio scrive di un misterioso progetto di centrale a turbogas, su cui aveva messo gli occhi anche gli imprenditori dei Grande Aracri. Il Comune di Brescello lo licenzia, quattordici anni prima di diventare il primo municipio emiliano sciolto per mafia. E proprio in quel periodo anche Legambiente denuncia gli abusi dei costruttori sulle sponde del Po e le infiltrazioni della criminalità organizzata, che avrebbe tirato le redini del business della sabbia attraverso i “camionisti”. “Il Fiume? Terra di nessuno”, racconta l’associazione ambientalista. “Per fare i sopralluoghi dovevamo strisciare nel buio con tecniche paramilitari, perché non volevano che qualcuno disturbasse la loro attività. Lo so, sembra il Far west ma era solo la Bassa reggiana”.

Intanto la domanda resta una: chi è il giornalista di cui il pentito Marino non ricorda il nome? “È possibile – si chiedono Aser e odg – che quelle indagini e il conseguente clamore mediatico abbiano dato fastidio agli uomini della ’ndrangheta nel settore delle costruzioni perché veniva messa a rischio la possibilità di continuare ad approvvigionarsi della materia prima a prezzi ribassati?».

Per approfondire www.lemanisulfiume.com

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