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Catalogna: un voto che rispecchia le ansie dell’Europa 

 

Non sappiamo come andrà a finire la spinosa questione catalana, quali saranno gli esiti di questa crisi che si protrae ormai da anni, e che negli ultimi mesi ha avuto una tragica accelerazione, e se davvero si possa giungere al drammatico passo dell’indipendenza dalla Spagna, più volte annunciata e mai, finora, per fortuna realizzata. Non sappiamo come si comporteranno le diverse forze politiche, se davvero i liberali di Ciudadanos riusciranno a gestire il consenso ottenuto con quel minimo di buonsenso che sembra aver smarrito il presidente Rajoy e se mai verrà dato seguito alla saggia richiesta di Podemos e dell’alcaldesa di Barcellona Ada Colau di costituire una Spagna multinazionale, più forte proprio grazie all’unione delle sue diversità.

Quanto alla combattiva Ines Arrimadas, faro di Ciudadanos in Catalogna, ci auguriamo che abbia più tatto rispetto al leader nazionale di questa giovane formazione di centrodestra, il prode Albert Rivera, al quale purtroppo sfugge, come del resto all’ineffable Rajoy, che ostinarsi ad attuare l’articolo 155 della Costituzione, commissariare la regione e mostrare i muscoli è il miglior modo per esacerbare gli animi e far emergere con sempre maggiore vigore le pulsioni separatiste.
Per compiere dei passi avanti sulla strada del dialogo e della ricomposizione delle parti occorrerebbe una sinistra forte, autorevole e soprattutto unita; tuttavia, sappiamo bene che queste speranze ormai stanno diventando utopie in tutto il Vechio Continente, e la Spagna devastata dalla crisi non fa eccezione, come testimoniano le ultime tornate elettorali cui abbiamo assistito. Il punto è che questo disastro iberico coincide pienamente con la crisi strutturale di un’Europa priva di identità, le cui ansie sono molto simili nei vari paesi, differenziandosi solo per via delle divergenze storiche e culturali dei medesimi ma essendo unite dallo stesso comune denominatore di una perdita di valori dalla quale non pare esserci via d’uscita.

È una sconfitta collettiva, dunque, il tracollo epocale di una classe dirigente inadeguata, di un’opinione pubblica incattivita, di un sistema che palesemente non funziona più, di uno stato sociale al collasso, di una smania indipendentista diffusa e di uno spirito frazionista che affondano le proprie radici nella scomparsa delle ideologie novecentesche e nell’incapacità generale di dar vita a nuove forme di pensiero, in grado di fornire un senso all’azione politica e civile non solo del ceto politico ma della società nel suo insieme.
E così si annaspa, si procede senza alcun entusiasmo, ci si perde, si assiste inermi all’inesorabile sconfitta dell’idea democratica e si finisce con l’abbracciare un disincanto comune da cui deriva buona parte dei disastri dell’ultimo decennio.
“Oggi in Spagna, domani in Italia”: un tempo era una nobile esortazione alla lotta, oggi è un emblema della resa in cui un po’ tutti ci sentiamo immersi.

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