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Milano, i giornalisti scendono in piazza. Sempre più precari e sfruttati, a rischio la qualità del lavoro

 

E’ una giornata di foschia, in piazza della Scala, a Milano. Ma i giornalisti che la mattina di venerdì 24 novembre hanno scelto di manifestare sono tanti, quanti non se ne erano visti negli ultimi anni. Crollo degli stipendi, erosione delle tutele contrattuali, sfruttamento del lavoro fuori e dentro le redazioni sono solo i più urgenti dei motivi che hanno spinto la categoria a scendere in piazza. Sotto il cielo di Milano, i tanti palloncini bianco-azzurri che galleggiano a pochi passi da Palazzo Marino sono lì a testimoniare un punto di non ritorno per la categoria.

Ci salverà l’art.21. «È la più grave crisi dell’editoria degli ultimi anni» – ripetono gli organizzatori dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti – «e se un moto di orgoglio non parte dalla Lombardia, la capitale dell’editoria in Italia, sarà difficile che qualcosa cambi». Ma un motivo di speranza c’è, secondo i manifestanti. Ed è l’articolo 21 della Costituzione italiana: richiamarsi alla funzione costituzionale della stampa può e deve essere un modo per salvare dall’estinzione un’intera categoria. Che se smettesse davvero di svolgere il proprio lavoro, metterebbe in pericolo la sussistenza stessa della vita democratica del paese.

I numeri della crisi. Secondo i dati dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, i lavoratori della regione coperti da contratto di lavoro dipendente erano 5.114 nel 2012. Nel 2017 sono 4.301. Di questi, quelli con contratto Fnsi-Fieg, erano 4.600 nel 2012 e sono oggi 3.829: una perdita, in 5 anni, rispettivamente del 16 e del 17 per cento. Una diminuzione delle posizione lavorative contrattualizzate che si accompagna ad un calo netto degli stipendi, diminuiti del 33%. Critica anche la situazione dei sempre più numerosi freelance e dei co.co.co., un piccolo esercito di precari ad alta sostituibilità, con una retribuzione lorda media annuale di 14.348 euro.

I giovani tagliati fuori. E se la situazione è difficile per tutti, a passarsela particolarmente male sono i giovani, come spesso accade in Italia. Mentre un giornalista senior guadagna, in media, 20.800 euro, gli under 30 sono fermi a quota 10.100. Il massimo a cui possano aspirare, una volta passato l’esame di stato da professionisti, è strappare quei 1.400 euro del minimo contrattuale mensile. Una posizione, che, in realtà, è destinata a una quota minima dei tanti giovani che, gratuitamente o con retribuzioni minime, contribuiscono ogni giorno a rimpolpare pagine di giornali e a scrivere i pezzi che circolano in rete.

La testimonianza. «Buongiorno a tutti. Mi chiamo Marco. Mi vedete parlare, ma in realtà non esisto». Esordisce così uno dei giovani giornalisti che interviene durante la manifestazione per dare una testimonianza del proprio lavoro. Marco incarna il tipico caso di iper-sfruttamento giovanile: è più che trentenne ed ha maturato molte esperienze da redattore precario – o «collaboratore». In sei anni di lavoro è stato sotto contratto due volte: una volta con un contratto di due anni, un’altra con uno di sette mesi. Ora è disoccupato: a giugno, dopo che gli avevano promesso il fatidico rinnovo contrattuale, gli hanno annunciato che a settembre sarebbe rimasto a casa. Se troverà un nuovo lavoro nei prossimi mesi, sarà uno dei pochi «fortunati».

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