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Jake LaMotta e l’America della violenza

 

Giacobbe La Motta, da tutti conosciuto come Jake LaMotta, era il classico figlio di origini italiane della New York povera, di quel dannato Bronx in cui si sono consumati tanti destini fra la barbarie e lo strazio, con fiumi di droga, alcol e andirivieni dalla galera a fare da sfondo ad esistenze disperate.
Diciamo che a Jake LaMotta, indiscutibile campione dei pesi medi, è andata leggermente meglio, anche se non poté certo sottrarsi al controllo della malavita, alla logica perversa delle scommesse, all’aberrazione che circondava la boxe della Grande Mela e alla violenza che inevitabilmente caratterizzava un ambiente in cui a farla da padrone erano la rabbia e la voglia dei riscatto dei suoi protagonisti.
Non era alto, non era nemmeno particolarmente prestante ma aveva un’aggressività, un desiderio di riscossa, una forza interiore e un coraggio senza eguali: caratteristiche che gli consentirono di affermarsi nella stagione eroica dei Mitri e dei Marciano, fino a sfidare il suo grande rivale Ray Sugar Robinson nel match del 14 febbraio 1951, detto anche “il massacro di San Valentino” per la violenza spaventosa di quelle tredici riprese che si conclusero con la vittoria per K.O. tecnico di Robinson, segnando l’inizio del declino di LaMotta.

Neanche quella volta, tuttavia, benché fosse ormai quasi privo di sensi, abbandonato sulle corde del ring e sfinito per i colpi ricevuti, nemmeno in quell’occasione Jake LaMotta si arrese, non finendo a terra e perdendo solo perché l’arbitro, su richiesta del pubblico, interruppe l’incontro, decretando la vittoria di un Robinson che non la smetteva più di colpire selvaggiamente l’avversario.
Da quel momento in poi, per LaMotta, “Toro scatenato” e fragile, fiero ma al tempo stesso prigioniero delle sue mille paure, prima fra tutte la gelosia ossessiva che lo ha accompagnato per l’intera vita, ci furono solo sofferenze, finché non decise di abbandonare il pugilato, di acquistare alcuni bar e di riciclarsi come attore di second’ordine, custodendo gelosamente il mito di una gloria giovanile ormai lontana.
Celeberrima la sua interpretazione ad opera di Robert De Niro nel film di Martin Scorsese: un affresco epico dell’America a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta, con i suoi lati oscuri, i suoi tormenti, le sue ipocrisie, la sua imperante legge della giungla e la sua impossibilità di essere un paese normale sotto nessun punto di vista.

E ora che questo figlio della miseria e del supplizio non c’è più, ora che la rabbia si è spenta e la furia può finalmente riposare, guardiamo a lui con il rimpianto per un amore perduto: quello per le storie che non hanno bisogno di alcun film, in quanto sono esse stesse sceneggiature, soggetti colmi di ansia, di passione, di bellezza maledetta e infine di addii, fra cui quello all’ingenuità al cospetto dello sfruttamento e della cappa criminale che da sempre, purtroppo, accompagna i grossi giri di denaro.

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