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Roulette russa in Venezuela

 

Maduro e l’opposizione si giocano il potere dell’uno contro l’altra con la pistola puntata alla fronte di oltre 30 milioni di venezuelani. Lo denunciano gli stessi giornali e TV del paese. Lo confermano al telefono amici e colleghi. E’ la politica del massimo azzardo e nessuna delle due parti vuol deporre le armi. Domenica scorsa il Presidente si è infilato in un vicolo cieco portando a compimento la fraudolenta elezione di una Asamblea Nacional Constituyente (ANC), che dovrebbe neutralizzare il legittimo Congresso in cui dal dicembre del 2015 l’opposizione ha la maggioranza assoluta (167 seggi contro 112).  La Mesa de Unidad Democratica (MUD), il composito agglomerato che combatte il governo chavista, non ammette che il suo piano di abbatterlo con l’occupazione permanente della piazza sia fallito.

L’impasse politico-istituzionale era già evidente un mese fa, quando i morti per le strade e i dissidi nelle caserme, i vuoti negli scaffali di supermercati e farmacie, i buchi nel bilancio dello stato e la sua sempre più scarsa liquidità finanziaria avevano spinto a colloquio le parti contrapposte. Oggi va ricordato che entrambe erano arrivate all’incontro azzoppate dai dissensi interni, che nella impossibilità d’impedirlo lo avevano sabotato trattenendo i propri esponenti dal parteciparvi. Voluntad Popular di Leopoldo Lopez si era distinta nell’azione di contrasto e per saggiarne la disponibilità il governo aveva allora permesso il trasferimento del suo leader dal carcere agli arresti domiciliari. Ma il gesto isolato e strumentale non basta, non costruisce credibilità politica.

Le manifestazioni non sono cessate, Maduro non ha rinviato la consultazione per la nuova Costituente. Altri cadaveri sono rimasti sull’asfalto. Lopez è stato prelevato nuovamente da casa sua dai servizi segreti (SeBoDi) e con lui è finito anche l’altro ex sindaco di Caracas, Antonio Ledesma. Se il governo crede che il dialogo possa essere riavviato nel parlatorio di qualche carcere o nella Centrale del SeBoDi, vuol dire che ha perduto del tutto la testa. Ed è quanto sostengono non soltanto i più estremisti nell’opposizione; lo temono anche i chavisti critici così come quelli ormai schierati apertamente contro Maduro, accusato di essersi trincerato gomito a gomito con una nomenclatura corrotta oltre che inefficiente.

A poco vale ormai ricordare le responsabilità anche gravissime di molti uomini dell’opposizione di oggi nei pessimi governi precedenti all’epoca chavista, i loschi affari e le crisi ricorrenti tra liberalconservatori, democristiani e socialdemocratici, la loro comune mancanza di un coerente disegno di sviluppo del paese. La pretesa di Maduro e dei generali che ancora l’accompagnano d’imporre un modello autoritario nel bel mezzo di una crisi economica devastante è cinica e impraticabile. La sussistenza del Venezuela è allo stremo. Solo l’ombra orribilmente cupa degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e i rischi di guerra civile impediscono un “golpe militar”. Ma i tempi utili a un dialogo appaiono strettissimi. Il prossimo 8 agosto, i ministri degli Esteri latinoamericani riuniti a Lima, dovranno assumere una decisone tanto difficile quanto impossibile da rinviare.

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