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Processo Alpi-Hrovatin. Assolto Hashi ma troppe ancora le domande senza risposta

 

Hashi da oggi ricomincia a vivere. Ricomincia a vivere dopo 16 anni passati in carcere per un reato mai commesso: l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Non è lui il colpevole. Così ha deciso la Corte di Perugia dopo un processo di revisione durato nove mesi. Processo riaperto grazie a noi di Chi l’ha visto, grazie alla tenacia di Federica Sciarelli che ha sempre cercato la verità. Che non si è mai arresa.

“Se è vero che Hashi è stato condannato – ha detto il magistrato Dario Razzi durante la requisitoria – dobbiamo anche avere il coraggio di ammettere che possa essere innocente.” E Hashi è innocente.

L’abbraccio – lungo – nell’aula del tribunale di Perugia dopo la sua assoluzione è stato indescrivibile. Emozionante. Vero. Perché è anche grazie a noi se oggi Hashi è un uomo libero. Certo, nessuno gli restituirà quei 16 anni di vita passati in carcere. Ma la dignità, quella sì.

Anche Luciana, la mamma di Ilaria, ha abbracciato Hashi. Perché mai ha creduto nella sua colpevolezza. “Abbiamo sempre detto che lui era un capro espiatorio e che lo avevano scelto apposta per darci un colpevole. Noi non avevamo bisogno di un colpevole ma vogliamo ‘il colpevole’, che ancora non abbiamo”. C’è amarezza, in queste parole. Luciana è stanca. Quasi rassegnata. Sono passati quasi 23 anni dalla morte di Ilaria e Miran e ancora non sappiamo perché sono stati uccisi.

La storia di Hashi, è una storia penosa per la giustizia italiana. E’ la storia di un ragazzo somalo che – a 22 anni – arriva nel nostro Paese da “vittima”. E – in poche ore – da “vittima” diventa “carnefice”.  E’ una storia che inizia vent’anni fa quando Hashi – con una decina di connazionali – viene invitato a Roma per testimoniare davanti a una commissione di inchiesta circa presunte torture inflitte dall’esercito italiano a cittadini somali. Ci sono foto, tremende, di quegli abusi. E Hashi – per l’appunto – è una delle vittime.

A stilare l’elenco dei testimoni da portare in Italia – con la collaborazione di un gruppo di avvocati somali – è l’allora ambasciatore Giuseppe Cassini. L’ambasciatore però non si limita a quello: mentre è in Somalia – sono passati tre anni dall’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – cerca di capire cosa sia successo ai nostri colleghi. E indagando trova due testimoni. Un tale che si chiama Ahmed Ali Rage, detto Gelle e Sid Abdi, l’autista di Ilaria e Miran. Proprio Abdi viene imbarcato sullo stesso aereo di Hashi. I due – testimoni di crimini ben differenti – viaggiano dunque assieme. Dopo aver deposto davanti alla commissione di inchiesta sui presunti abusi subiti – però – Hashi viene portato in Questura a Roma e lì arrestato con l’accusa – terribile – di aver ucciso Ilaria e Miran. Ed ecco che da vittima di abusi diventa colpevole di un duplice omicidio.

Per l’allora pm che conduce le indagini – Franco Ionta – non ci sono dubbi: è lui il colpevole. Ben due testimoni indicano il suo nome.

Solo che il primo testimone, Abdi – l’autista di Ilaria – ribadisce ciò che già un anno prima aveva detto alla Digos e al pm Ionta: lui non ha idea di chi abbia sparato, non conosce nessun uomo del commando. Il nome di Hashi arriva alla fine di un interrogatorio lunghissimo, confuso, spesso contraddittorio, dopo due ore di interruzione. E durante quelle due ore di interruzione gli uomini della Digos vanno al Ministero degli Esteri, dall’ambasciatore Cassini.

Il secondo testimone – quel tale, Gelle – racconta invece sempre al pm e alla Digos che anche lui era lì e ha visto tutto: Hashi faceva parte di quel maledetto commando. Peccato che – poi – Gelle descriva una scena dell’agguato diversa dalla realtà, con Ilaria seduta sul sedile anteriore del pick-up e Miran su quello posteriore (bastava vedere le immagini per scoprire che era esattamente il contrario). E poi sparisce. Proprio così: il super testimone diventa latitante. Introvabile per la giustizia italiana. Gelle non si presenterà mai al processo. Non confermerà mai le sue accuse contro Hashi. Eppure altri tre testimoni, sentiti in primo grado, affermano senza dubbio che il giorno dell’omicidio di Ilaria e Miran, Hashi era a 300 chilometri da Mogadiscio, come da lui sempre sostenuto. Tanto che, in primo grado, il giovane somalo viene assolto. Non è lui il colpevole. Per la procura di Roma, però, è Hashi il colpevole. Il secondo grado ribalta la sentenza. La Cassazione conferma. Hashi viene condannato a 26 anni di carcere per un reato che non ha commesso.

Passano gli anni. Hashi sconta la sua pena in prigione. Abdi – appena torna in Somalia – muore misteriosamente dopo aver rivelato a un giornalista di aver ricevuto soldi “per tacere”. Gelle è irreperibile. O almeno, nessuno lo va a cercare. Fino a quando, due anni fa, a cercarlo ci siamo andati noi di Chi l’ha visto. E l’abbiamo trovato in una città dell’Inghilterra, dove vive con la sua famiglia e fa l’autista di mezzi pubblici.  Ecco – a noi, Gelle, ha raccontato di aver detto solo bugie. Lui non era lì quando hanno ucciso Ilaria e Miran. Non ha visto nulla. Non può aver visto nulla. Una testimonianza pilotata, la sua. Con il nome di Hashi fatto in cambio di soldi, perché gli italiani avevano fretta di chiudere la faccenda.

In carcere c’è un innocente.  “Io sono andato via con una bugia” – racconta. “Ma non sono mai andato a processo e non sono mai andato davanti a un giudice per indicare quell’uomo come colpevole, perché non c’ero. Io che dovevo indicarlo non c’ero. Ma quello che dico non viene controllato?”

No, a quanto pare il racconto di Gelle non è stato controllato. Il pm ha condotto un’inchiesta basandosi su due testimonianze dubbie. Nonostante tre persone avessero confermato che Hashi – quel giorno – non era a Mogadiscio. Nonostante più di un testimone avesse detto che Gelle non era sul luogo dell’agguato. Ma no, c’era quella foto scattata pochi minuti dopo l’attentato ai nostri colleghi. Ecco – Gelle si era riconosciuto in quella foto. Peccato non fosse lui, ma un signore che si chiama Ossobow.

Dopo la nostra intervista la Corte di Perugia, che ha la competenza di giudicare i processi che si sono svolti a Roma, ha accolto l’istanza di revisione del processo presentata dai difensori di Hashi, Douglas Duale, Natale Caputo e Antonino Moriconi. E dopo nove mesi ecco la parola fine. Fine di una storia penosa per la giustizia italiana. Fine di vent’anni di bugie, depistaggi, silenzi. C’è la parola fine – è vero – ma troppe domande non hanno ancora una risposta.

Perché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi? Cosa avevano scoperto? Chi sono i mandanti?  “Ora confido che vengano riaperte le indagini, dopo questa brutta pagina di giustizia italiana – ha commentato Federica Sciarelli subito dopo l’abolizione di Hashi. “Ora bisogna individuare i mandanti, e i colpevoli. Quanto ancora deve ancora aspettare Luciana, la mamma di Ilaria Alpi, per avere la verità?” Già, quanto deve ancora aspettare Luciana? Quanto dobbiamo aspettare tutti noi?

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