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L’egemonia culturale di Dario Fo

 

Dario Fo apparteneva a tutti, era il lato buono dell’Italia popolare e colta risorta dalle macerie della guerra. Standogli accanto, ti accorgevi che non era possibile fare dieci passi di seguito senza che qualcuno gli si avvicinasse per stringergli la mano e sorridergli affettuosamente come quando s’incontra l’amico di sempre.  Ai Parioli o nei quartieri spagnoli di Napoli, nel mercatino di Testaccio o nelle stradine semideserte intorno a Porta Romana, nei vagoni di prima classe o nei treni regionali suscitava ovunque manifestazioni d’affetto senza distinzione di classe, di età, cultura o ideologia.

Dario è l’espressione più genuina della “egemonia culturale della sinistra” dal dopoguerra alla metà degli anni Ottanta, tanto nel teatro e nell’editoria, quanto nei mass media . Il suo teatro civile si pone lo stesso obiettivo del cinema neorealista: mostrare, alle persone comuni, la realtà sociale senza infingimenti e commiserazione. Emblematico è lo sketch sulle “morti bianche” nella Canzonissima del 1962, uno squarcio di realtà che si insinua, sotto forma di satira, nella tranquilla atmosfera del sabato sera: un atto di coraggio civile che costò, a lui e a Franca, una messa al bando dalla televisione di Stato che durò quindici anni, e a cui pose termine il direttore di Rai2 Massimo Fichera (che, a sua volta, pagò l’impertinenza di mandare in onda “Mistero buffo” con un ostracismo che, ancora oggi, penalizza la memoria di quello che è stato il dirigente più rappresentativo della Riforma della Rai del 1975).

Grazie al grammelot, alla gestualità dei giullari e alle maschere della commedia dell’arte, Dario costruisce “ponti ermeneutici” sia per rendere popolari i testi sacri sia, al contrario, per dare dignità poetica alla musica e alle leggende delle classi subalterne. Significativa, inoltre, è l’esperienza di “Ci ragiono e canto” uno spettacolo musicale che nasce da una serrata dialettica tra il rigore accademico degli antropologi culturali e le istanze di un teatro che vuole aprirsi a chi abitualmente non lo frequenta, in particolare alle giovani generazioni. Non è un caso se la prima rappresentazione di “Ci ragiono e canto” si tenne al Teatro Carignano di Torino nella primavera del 1966, un anno prima dell’occupazione studentesca di Palazzo Campana, la scintilla che fa da innesco al Sessantotto. Più di una volta, Dario ha giocato d’anticipo sulla realtà, a volte semplicemente svelandola.

Ho avuto la fortuna di godere, negli ultimi quindici anni, dell’amicizia sua e di Franca: un privilegio che mi ha consentito – grazie anche al lavoro svolto insieme su Caravaggio e Raffaello per “Le mostre impossibili” – di fare esperienza del suo carisma e del suo metodo di lavoro. C’è da augurarsi che un giorno qualcuno raccolga la sua lezione, (per fortuna, gli esempi non mancano); ma temo, per dirla col poeta, che tarderà molto a nascere, se nasce, qualcuno che abbia una risata come la sua: un nardo di sale e d’intelligenza.

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