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Egitto, proseguono le intimidazioni alla libertà di informazione

 

In Egitto non si fermano le intimidazioni e le restrizioni alla libertà d’espressione. Il 20 ottobre quattro uomini hanno tentato di perquisire la sede della Commissione egiziana per i diritti e le libertà (ECRF), la stessa organizzazione non governativa che fornisce assistenza legale alla famiglia Regeni. I quattro individui, secondo quanto dichiarato da Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ong, hanno affermato di essere funzionari del ministero degli Investimenti ma si sono rifiutati di fornire le loro generalità e il mandato di perquisizione. E secondo Abdallah, uno di loro era un poliziotto in borghese. Dopo aver fatto alcune domande in merito alle attività dell’organizzazione, i “funzionari” hanno chiesto di poter parlare con Mohamed Lotfy, il direttore esecutivo, in quel momento assente, e hanno cercato di perquisire l’ufficio. Solo l’arrivo tempestivo di uno degli avvocati dell’organizzazione ha impedito ai presunti funzionari di condurre l’ispezione.

Quanto accaduto non è che l’ultimo di una serie di messaggi lanciati all’indirizzo della Commissione per ostacolare il suo lavoro e quello di altre organizzazioni che quotidianamente denunciano gli abusi, le violenze e le ingiustizie commesse dagli apparati di sicurezza egiziani. Il rischio è che anche ECRF possa finire nel vortice repressivo che ha investito la società civile egiziana a partire dal 2011. Nel giugno 2011, l’allora ministro per la Cooperazione internazionale Fayza Abul Naga – oggi consigliere del presidente al-Sisi per la sicurezza nazionale– ha istituito una commissione per accertare l’origine e la provenienza dei fondi utilizzati da oltre 100 Ong locali ed internazionali. Agitando lo spettro di una presunta ingerenza straniera esercitata attraverso queste organizzazioni, la polizia ha chiuso preventivamente alcune Ong nel dicembre 2011 e l’avvio di un’inchiesta ha successivamente portato alla condanna di 43 persone nel giugno 2013.

Il caso è stato riaperto nel febbraio 2016 quando altre Ong sono state chiuse, come il Centro Nadeem per la Riabilitazione delle Vittime di Violenza, oppure fortemente limitate nelle attività da poter svolgere. In Egitto, questa lunga guerra giudiziaria contro le Ong e la società civile è conosciuta come caso 173 e attualmente coinvolge circa 37 organizzazioni che forniscono assistenza legale ai prigionieri, raccolgono dati e statistiche sugli abusi delle forze di sicurezza egiziane, diffondono una cultura della legalità e del rispetto dei diritti umani. In linea con questa strategia, il 17 settembre scorso la Corte criminale del Cairo ha ordinato il blocco dei fondi di 3 Ong (CRE, l’HMLC e il CIHRS) e dei loro leader, Abdel Hafiz Tayel, direttore esecutivo del CRE, Moustafa el Hassan, direttore dell’HMLC e Bahey Eldin Hassan, direttore del CIHRS, oltre a Gamal Eid, direttore dell’ANHRI, e Hossam Bahgat, fondatore dell’EIPR[1].

Ahmed Samih, responsabile dell’organizzazione Al-Andalus Institute for Tolerance and Anti-Violence Studies, è stato più fortunato e ha potuto lasciare il paese in tempo grazie alle informazioni tempestive di un suo amico. “Alla fine di febbraio ho ricevuto un messaggio da parte di un amico che lavora come avvocato e che ha avuto l’occasione di guardare i rapporti della commissione del 2011 e altri documenti relativi all’operato di diverse Ong che lavorano in Egitto. È stato lui ad avvertirmi che prima o poi sarebbero venuti a cercarmi”. Ahmed si è immediatamente trasferito in Tailandia e lì, dopo 4 mesi, ha scoperto dalle pagine di un quotidiano di essere indagato sebbene nessuna autorità giudiziaria abbia mai dato segnali concreti di un suo coinvolgimento nelle indagini. Dal 15 giugno scorso i fondi di Ahmed e quelli della sua organizzazione sono stati congelati.

Negli ultimi anni, specialmente dopo le rivolte del 2011, queste e altre organizzazioni si sono posizionate in prima linea nel tortuoso percorso che avrebbe dovuto avvicinare l’Egitto ai principi di libertà e giustizia sociale più volte invocati in piazza Tahrir e nel resto del paese. Tali associazioni, però, si sono immediatamente scontrate con un sistema profondamente cristallizzato, incapace di riformarsi e che vedeva in loro le quinte colonne degli interessi di altri paesi. Il clima è ulteriormente peggiorato nel luglio 2013 dopo la deposizione di Mohamed Morsi. È stato in quel momento che ha avuto inizio una campagna repressiva adottata a tutti i livelli. Nelle università, nelle fabbriche, nella politica, nei media, nell’arte e nella letteratura: ogni settore della vita civile è stato investito da una strategia che ha fatto di tutte le voci contrarie ad al-Sisi e di chi lo sostiene dei nemici da annientare.

La repressione, sostenuta da una massiccia demonizzazione delle opposizioni sui giornali e sulle principali reti televisive, non ha colpito solo membri e simpatizzanti dei Fratelli musulmani, ma ha coinvolto studenti, artisti, operai, giornalisti, attivisti e membri di Ong accusati di minare l’integrità dello stato, di promuovere idee che danneggiano la morale pubblica, di partecipare a proteste e scioperi non autorizzati, di diffondere informazioni false con lo scopo di sovvertire il regime o di ricevere fondi esteri non autorizzati. A tale scopo, pochi mesi dopo la deposizione di Mohamed Morsi, il presidente ad interim Adly Mansour ha approvato nel novembre 2013 una legge che ha drasticamente ridotto la possibilità di organizzare manifestazioni e aumentato il numero dei detenuti.

Parallelamente alle limitazioni imposte dagli organi dello Stato, si sono moltiplicati anche i casi in cui comuni cittadini hanno segnalato alla polizia individui ritenuti sospetti, spesso aggredendoli verbalmente o fisicamente. I media egiziani li definiscono dei “cittadini onorevoli” poiché con le loro azioni metterebbero al riparo la nazione da possibili complotti ed ingerenze esterne. Persino prendere un caffè con alcuni amici e discutere privatamente di questioni politiche ed economiche è sufficiente per chiedere l’intervento della polizia, così come accaduto al giornalista e saggista di Le Monde Diplomatique Alain Gresh nel 2014. Dando uno sguardo al rapporto sulla libertà d’espressione pubblicato dall’Associazione Egiziana per la Libertà di Pensiero e d’Espressione, non è una coincidenza che al secondo posto tra le cause che hanno impedito ai giornalisti di svolgere il proprio mestiere nella prima metà del 2016 ci siano proprio le denunce dei comuni cittadini (61 violazioni), precedute solo dalle azioni della polizia (134 violazioni).

Secondo un rapporto pubblicato da ANHRI nell’agosto 2016 ci sarebbero 60.000 prigionieri politici in Egitto su una popolazione carceraria di circa 106.000 persone e nel corso degli ultimi anni sarebbero state costruite o si starebbe ultimando la costruzione di 19 nuovi istituti penitenziari. Non c’è organizzazione umanitaria che non abbia denunciato lo stato penoso delle prigioni egiziane, il sovraffollamento e le torture subite dai detenuti. Chi le ha visitate, per lavoro o perché costretto, racconta di decine di persone, spesso anche più di 40, costrette a stare in celle poco più grandi di 20 metri quadrati dove non c’è spazio per dormire, senza cure mediche e in condizioni igieniche disastrose che aumentano la possibilità di contrarre malattie. Mentre le torture, sebbene condannate dalla Costituzione egiziana (art.52), rappresentano una prassi consolidata di cui le forze di polizia si servono per estorcere confessioni dalla dubbia attendibilità.

Attivisti e attiviste come Alaa Abdel Fattah, Ahmed Douma, Ahmed Said, Youssef Shabaan, Sanaa Seif, Yara Sallam e Mahienour el Masry, giusto per citarne alcuni, sono stati o si trovano tuttora in carcere per aver preso parte a proteste non autorizzate. In molti casi, questo capo d’accusa è stato sufficiente a giustificare lunghe pene detentive inflitte a centinaia di persone, talvolta ridotte in appello o tramite amnistie presidenziali. Ci sono attiviste come Aya Hijazi e giornalisti come Mohamed Abo Zeid – Shawkan – che si trovano in stato di custodia cautelare in carcere da oltre 2 anni senza che il processo nei loro confronti sia mai cominciato, in completa violazione degli artt. 142 e 143 del Codice di procedura penale egiziano. Negli ultimi mesi, il caso dell’avvocato Malek Adly, così come quello di Ahmed Abdulllah, sono  divenuti di dominio pubblico anche in Italia visti i loro continui appelli per far luce sulla morte di Giulio Regeni. Adly, in particolare è un avvocato del Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali ed è fondatore del Fronte per la Difesa dei Manifestanti Egiziani, un gruppo di cui fanno parte 34 organizzazioni umanitarie ed avvocati che documentano e diffondono le pratiche illegali e le violenze della polizia. Adly è stato arrestato lo scorso maggio con l’accusa di voler destabilizzare il paese per aver invitato i suoi concittadini a protestare contro la scelta del governo di vendere le isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Ha trascorso 4 mesi in carcere, buona parte dei quali in isolamento, salvo poi essere scarcerato ma con le accuse contro di lui ancora in piedi. Si tratta di una strategia ampiamente diffusa per esercitare pressioni sugli oppositori e mantenerli in una sorta di perenne limbo giuridico su cui le autorità possono far leva per imbavagliare le critiche verso il regime.

Il 2016 è stato dichiarato dall’ex generale “l’anno della gioventù”, sebbene ci sia una frattura sempre più profonda tra i giovani e il regime messo in piedi da al-Sisi. Un corto circuito ben espresso dalla decisione di 5 partiti e movimenti giovanili egiziani, tra cui il Doustour e il partito social-democratico, di non partecipare al Forum nazionale sulla gioventù sponsorizzato dalla presidenza della Repubblica. L’11 novembre è stata indetta anonimamente una manifestazione per denunciare il peggioramento delle condizioni socio-economiche in cui il paese si è avvitato. È difficile dire se e quanto questa protesta avrà successo, dato che alcuni credono si tratti di una manifestazione a cui parteciperanno solo i sostenitori dei Fratelli Musulmani, mentre per altri si tratterebbe di una strategia governativa per far uscire allo scoperto altri oppositori. Al di là delle speculazioni attorno all’evento, è certo che la mancanza di latte, zucchero, pane e altri beni di prima necessità insieme alla svalutazione della lira egiziana e ad un generale peggioramento delle condizioni economiche, hanno probabilmente rotto l’entusiasmo e il disincanto iniziale attorno ad al-Sisi.

[1] ANHRI – Arabic Network for Human Rights Studies; EIPR – Egyptian Initiative for Personal Rights; HMLC – Hisham Mubarak Law Center; CIHRS – Cairo Institute for Human Rithts Studies; CRE – Center for Right to Education

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