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Dario Fo: e adesso il giullare può volare

 

Se Dario Fo avesse letto e ascoltato certi elogi postumi, probabilmente si sarebbe divertito parecchio. Dopodiché, con il sorriso perennemente stampato sulle labbra e il suo stile inconfondibile, si sarebbe preso gioco dei loro autori, ironizzando sull’italica tendenza a costruire ponti d’oro per il vecchio nemico che se ne va.
Dario Fo: c’è poco da aggiungere su una vita straordinaria, su un’esistenza lunga novant’anni che lo ha condotto alla vetta del Nobel per la Letteratura e alla conquista di innumerevoli riconoscimenti internazionali, di una stima e di un consenso di cui pochi artisti hanno goduto nonché di un affetto popolare che era la sua vera forza e la ragion d’essere del suo teatro.

Perché è inutile girarci intorno con somma ipocrisia: Fo non piaceva a tutti, anzi divideva parecchio, da sempre, fin da quando venne censurato, insieme alla Rame, dalla RAI di Bernabei per essersi fatto paladino, a “Canzonissima”, dei diritti degli operai che cadevano dalle impalcature, svelando di fatto il lato oscuro di un boom economico senza regole e di una società dei consumi e del benessere che generava, al tempo stesso, una notevole esclusione e una miriade di ingiustizie.
Dario Fo dava fastidio ai despoti, ultimo in ordine cronologico il sultano turco Erdogan, ai ciarlatani, alle nullità e ai loschi individui che da sempre abusano del potere per farsi gli affari propri alle spalle dei cittadini; ma dispiaceva soprattutto, è bene ricordarlo, ai conformisti, a coloro che se non fossero nati uomini sarebbero nati zerbini, a chi, per dirla con Victor Hugo, pagherebbe per vendersi, ai servi di tutti i governi e di tutti i padroni e a chi non ha alcun rispetto per la propria dignità né per quella degli altri.
Dario Fo ha subito accuse infamanti e ostracismi d’ogni sorta, a causa del suo continuo schierarsi, del suo non confondere mai la propria voce col coro, del suo porre la cultura al servizio degli ultimi, delle sue scelte politiche e del suo navigare, per novanta magnifici anni, in direzione ostinata e contraria, contribuendo a salvaguardare quel briciolo di senso civico che ci è rimasto dopo settant’anni di omologazione al pensiero dominante.

Dario Fo non si è mai posto il problema di non piacere a tutti; al contrario, riteneva un suo preciso dovere non piacere alle categorie summenzionate, dileggiarle e metterne in risalto la pochezza, la boria, la saccenza e l’indegnità morale, ridicolizzandone la spocchia e le narrazioni agiografiche ufficiali. E disturbava proprio per il suo splendido sorriso, per la sua innata capacità di castigare ridendo i costumi corrotti della società, per quel buongusto che gli consentiva di essere, al contempo, sottile e sferzante e che nel ’97 gli fruttò il riconoscimento più ambito ad opera dell’Accademia di Stoccolma.
E ora che questo giullare irriverente, discusso, amato e detestato, apprezzato assai di più all’estero che nel nostro piccolo Paese, così avaro verso le menti brillanti e non disposte a vendersi, ora che questo giullare può volare libero, lassù, abbracciato alla moglie Franca e a tanti amici con i quali continuerà a dar vita alla sua poetica grandezza per altre platee, solo ora che ne avvertiamo la mancanza, forse, ci rendiamo davvero conto di cosa abbia significato il suo passaggio su questa Terra.
Ha scelto ottobre per uscire di scena, quando a Milano l’autunno inizia a farsi sentire e lui, figlio dei primi bagliori di primavera, semplicemente si copriva in modo un po’ bizzarro e continuava a portare in giro la sua sublime potenza espressiva.
La vita, secondo lui, era “una meravigliosa occasione fugace da acciuffare al volo tuffandosi dentro in allegra libertà”.
E oggi, osservando i volti di coloro che sono stati costretti a rendergli omaggio pur avendolo sempre osteggiato, si comprende ancora meglio chi fosse Dario Fo e quale fosse il livello medio di chi lo avversava, non avendo ali abbastanza robuste per andare ad esplorare la bellezza del mondo.

P.S. Proprio oggi l’Accademia di Stoccolma ha assegnato il premio Nobel per la Letteratura al grandissimo Bob Dylan, a sua volta poeta degli ultimi e dei dimenticati, da sempre impegnato in prima fila in battaglie politiche e civili che hanno rivoluzionato l’America e l’immaginario collettivo dell’Occidente. Non so voi, ma io lo considero un passaggio di consegne. E sono certo che Dario Fo, da lassù, starà applaudendo.

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