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Bangladesh, una scia di omicidi impuniti di blogger e attivisti laici

 

Il sanguinoso attacco di venerdì sera contro un locale pubblico frequentato da stranieri nella capitale Dacca ha concentrato l’attenzione sulla catastrofica situazione del Bangladesh, un paese in preda a una forte polarizzazione politica, in cui sempre più potere stanno assumendo i gruppi armati islamisti.

Non si è trattato, peraltro, del primo caso in cui sono stati presi di mira gli stranieri e, in particolare gli italiani: nel settembre 2015 era stato ucciso un nostro cooperante, Cesare Tavella. L’omicidio del “crociato” era stato rivendicato anche in quel caso dal gruppo Stato islamico.

La storia recente del terrorismo in Bangladesh ci parla però prevalentemente di “omicidi mirati” locali. La campagna di eliminazioni è iniziata dopo che nel 2013 un gruppo armato islamista aveva pubblicato una “lista della morte” contenente oltre 80 nomi, soprattutto di blogger sostenitori della laicità.

Solo l’anno scorso almeno cinque persone (quattro blogger e un giornalista) sono state uccise a causa dei loro scritti e delle loro opinioni laiche.
Nella prima parte di quest’anno sono stati uccisi Nazimuddin Samad, uno studente di 28 anni che aveva organizzato campagne in favore della laicità sui social media, e Xulhaz Mannan, fondatore e direttore della prima rivista sui diritti delle persone Lgbti nel paese.

Che agiscano in strada o riuscendo a entrare con una scusa nelle abitazioni private, uccidendo poi le vittime a colpi di pistola o di machete, gli aggressori rimangono finora impuniti.

Non solo le autorità del Bangladesh non condannano con fermezza questi vili attacchi ma arrivano fino al punto di consigliare di smetterla di “offendere i sentimenti religiosi” dalla popolazione.
Il risultato è che decine di altri blogger o attivisti laici, privi di protezione, sono entrati in clandestinità o sono stati costretti a lasciare il paese.

 

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