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Alpi-Hrovatin. Gelle: gli emissari somali “volevano quella storia”. Noi la verità

 

Che Gelle avesse mentito e che Hashi Omar Hassan fosse innocente era ormai chiaro. La Corte d’appello di Perugia ha letto ieri la traduzione delle dichiarazioni rilasciate da Gelle che ha ritrattato le accuse verso Hashi e anche specificato ciò che ha detto e ciò che non ha mai detto durante il primo processo sul duplice omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin. Gelle ha mentito e questo lo sapevamo ma vorremmo che dalle sue dichiarazioni possano emergere elementi utili per abbattere il muro delle menzogne che sino a questo momento ha costretto un innocente dietro le sbarre e ha ostacolato i genitori di Ilaria, i suoi colleghi e chi pretende di sapere la verità nell’ottenere giustizia.

Dunque, in base alla nuova testimonianza, Gelle ha affermato di essere stato raggiunto, all’epoca dei fatti, da due emissari somali mandati dal funzionario europeo Ahmed Washington. I due gli avrebbero raccontato dell’uccisione di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin: “volevano quella storia” ha detto il falso supertestimone che è stato sino ad ora chiamato con un nome altrettanto falso. Ahmed Ali Rage in realtà si chiama Ahmed Ali Dahir. Ahmed Washington invece era il collaboratore dell’ex ambasciatore Giuseppe Cassini, incaricato di indagare sul duplice omicidio del 20 marzo 1994 e che portò in Italia Gelle per farlo testimoniare. Rispetto a quello che il somalo dichiarò nel 1997, dall’interrogatorio letto ieri emerge inoltre che Cassini gli avrebbe promesso un visto per l’Italia. Gelle aveva dichiarato ai microfoni di Chi l’ha visto? di “essere stato pagato dagli italiani” per quella falsa testimonianza e adesso che le sue parole sono tutte agli atti il quadro si chiude in una cornice fatta di promesse e di compensi. Su queste dichiarazioni Cassini si era già espresso durante l’udienza del 5 giugno 2016 e le aveva definite “penose”. Gelle, che ha inoltre ammesso di aver deciso di testimoniare il falso pur di abbandonare la Somalia, è intanto riuscito nel suo intento: prima in Italia, dove per tutto il periodo del primo processo ha lavorato come aiuto meccanico accompagnato sul luogo dalla polizia; poi in Inghilterra, risultando per anni irraggiungibile. Per quanto “penoso” sia stato il comportamento di Gelle, non è affatto chiaro come sia possibile che il disastro processuale del caso Alpi-Hrovatin possa dipendere unicamente dalla volontà di un uomo di fuggire dal proprio Paese.

Tra le cose che non tornano, la recente dichiarazione di Gelle: “non ha mai detto che Hashi facesse parte del commando e che si trovasse sull’automobile” da cui sarebbero partiti i colpi mortali. Eppure nella testimonianza del 1997 compare proprio questa affermazione da lui firmata insieme al resto. Durante l’interrogatorio gli è stata mostrata proprio la sua firma: “ho firmato qualcosa ma non so cos’era”, ha detto ai magistrati. Molti aspetti dell’omicidio, delle successive indagini e dei processi rimangono dunque avvolti nel buio ma praticamente certa è la definitiva scarcerazione di Hashi, sulla cui innocenza si giungerà a sentenza a ottobre. Altra certezza è che sulla morte di Ilaria e Miran si continuerà a cercare, anche in base alle dichiarazioni di Gelle. Dentro o fuori le aule di Tribunale.

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