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Lo scandalo non è che Dario Fo lasci il suo archivio alla Svezia, ma che non lo possa lasciare all’Italia

 

Ha suscitato un po’ di polemica e qualche ironia, la notizia diffusa dal maggior quotidiano svedese, la «Dagens Nyheter», che Dario Fo intenderebbe praticamente lasciare tutto il suo archivio alla Reale Accademia di Svezia. Questo perchè «il suo sogno è creare un museo interattivo, un mondo teatrale alla Disneyland, da realizzare in un vecchio fienile ristrutturato di 400 mq che potrebbe contenere un intero teatro: scenografie, costumi, maschere… Ma anche la sua produzione d’artista (schizzi, disegni e dipinti) oltre alle carte personali: l’intera carriera teatrale di Fo è infatti documentata nei minimi dettagli. La moglie Franca Rame, morta nel 2013, conservò oltre mezzo secolo di manifesti e documentazione dei loro spettacoli tra immagini, filmati e video: oltre a 30 armadi pieni di recensioni e lettere con lodi, critiche e persino minacce».
Che questo sterminato e ricchissimo patrimonio culturale prenda la strada della non lontana Svezia é cosa che evidentemente non rallegra; e non sarebbe spiaciuto un immediato intervento del ministro Dario Franceschini, un suo tempestivo prender contatto con Fo, per cercare con lui una possibilità perchè questo prezioso patrimonio culturale possa restare, adeguatamente valorizzato e fruibile, in Italia. Ma forse è proprio qui, il cuore del problema: Franceschini non contatta Fo perché sa di non potergli promettere nulla di quanto, evidentemente gli svedesi gli hanno assicurato.

Non è del resto il primo caso. Molti anni fa, l’ancor lucido e centenario Giuseppe Prezzolini da tempo ritiratosi a Lugano, in Svizzera, riceve una visita dell’allora ministro per i Beni Culturali Giovanni Spadolini; i due si conoscono da tempo, da quando il ministro dirigeva «Il Resto del Carlino», e Prezzolini ne era collaboratore. Spadolini la prende alla lontana: si rallegra per la buona salute dell’amico; con tatto, ricorda che tutto è destinato a passare, e che lui h vuto la fortuna di attraversare un secolo – e che secolo! – e se ha pensato alla destinazione delle sue preziose carte, del suo poderoso archivio. Prezzolini comprende l’antifona, e accompagna Spadolini alla Biblioteca cantonale di Lugano: gli mostra un’intera stanza a lui dedicata, con tutte le sue carte ben ordinate, catalogate, disponibili. «In Italia», domanda a Spadolini, «puoi garantirmi la stessa cosa?». Si dice che Spadolini abbia preferito tacere. Le carte e tutta la documentazione raccolta da Prezzolini nei suoi cent’anni di vita sono rimaste a Lugano.

Non solo: la via di Lugano l’hanno presa anche altri archivi importanti; quelli, per esempio di due importanti, significativi scrittori: Ennio Flaiano e Guido Ceronetti. Un motivo ci sarà.

Il ministro Franceschini, se puo’ vada a visitare il Museo Nazionale di Reggio Calabria, dove sono ottimamente custoditi e conservati i Bronzi di Riace. Solo quei due capolavori meritano il viaggio. C’è un pero’. Il museo ha una sede prestigiosa, si affaccia sulla centrale piazza De Nava, a breve distanza del Lungomare Falcomatà; è un edificio progettato, fra i primi in Italia, ai soli fini dell’esposizione museale: opera di Marcello Piacentini, uno dei massimi architetti del periodo fascista, che lo concepi’ in chiave moderna dopo aver visitato e studiato i principali musei d’Europa. E’ ricco, quel museo, di una quantità di capolavori di arte greca e ionica, monili, statue, bronzi, lapidi, oggetti d’uso comune di inestimabile valore. Una delizia per studiosi e turisti. Peccato che da anni – da anni! – quell’inestimabile patrimonio sia inaccessibile, in attesa di essere catalogato e valorizzato come merita. E ci saranno senzâltro delle ottime ragioni per «giustificare» che accada quello che accade; al tempo stesso é puro e semplice masochismo. E si dirà che mancano i fondi, il denaro necessario, le strutture, il personale specializzato. Come no…Pero’ converrà pur domandarsi perchè (e come) gli altri musei, nel mondo, riescono a finanziarsi, e i nostri sono in attivo; non bisogna neppure andare lontano: basterebbe chiedere al vicino Vaticano, che sa custodire e valorizzare ottimamente il patrimonio culturale e artistico che ha a disposizione. Verrebbe quasi la voglia di dar tutto l’immenso, ricchissimo patrimonio italiano in gestione al Vaticano, sarebbe senz’altro in mani migliori. E comunque, possibile che tra le innumerevoli «trovate» del nostro presidente del Consiglio non ce n’é una che riguardi la detassazione per chi riserva quote del suo denaro per la conservazione e la tutela di beni culturali? Perchè i comuni d’Italia non fanno altrettanto? Basterebbe «copiare» da altri paesi, che queste cose le fanno da tempo, e con profitto. E ora: alzi la mano chi puo’ dare torto a Fo, se porta il suo «patrimonio» in Svezia…

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