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Il servizio pubblico deve ripartire dai propri utenti e dalle molteplici professionalità di cui dispone

 

La riforma della Rai non può essere uno spot. Il servizio pubblico radiotelevisivo va cambiato radicalmente, mettendo al centro la qualità dell’informazione. Se la sfida è questa, va raccolta. L’auspicio è che si faccia al più presto. Il sindacato dei giornalisti, a tutti i livelli, non teme il confronto sulla riforma perché è un tema che ha sottoposto da anni ai governi e ai vertici aziendali che si sono succeduti. Riformare vuol dire anche razionalizzare i costi. Pensare, però, che il confronto possa ridursi ad uno sterile tira e molla su tagli e risparmi, pure necessari, significherebbe perdere un’occasione.
Il servizio pubblico deve ripartire dai propri utenti e dalle molteplici professionalità di cui dispone. Bisogna ridisegnare l’offerta informativa, adeguandola ai tempi. Fondamentale, da questo punto di vista, sarà il ripensamento della governance aziendale. Un servizio pubblico concepito negli anni della Guerra fredda e della lottizzazione partitocratica, limitato nelle proprie potenzialità dalla legge Gasparri, non serve al Paese. L’informazione Rai deve tornare a raccontare l’Italia e gli italiani, valorizzando le realtà locali, che sono cosa ben diversa dai localismi. Questo, ovviamente, presuppone meccanismi di nomina differenti da quelli utilizzati fino ad oggi, ma soprattutto indipendenza dalla politica e dai suoi protagonisti. Su queste basi, il confronto deve iniziare al più presto. Avendo però ben chiaro che si tratterebbe soltanto del primo tassello di una riforma altrettanto ineludibile: quella del sistema radiotelevisivo nel suo complesso, con il superamento della legge Gasparri.

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