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Se 10 nostri concittadini dispongono di un patrimonio pari a quello complessivo di 500mila famiglie operaie

 

Tutto il mondo è paese e tante sono le cose che non vanno. Ovunque. E, di fronte all’evidenza, chi non perde occasione per lanciare strali contro le tasse e vede il male soltanto nella pagliuzza negli occhi degli altri e non “vede” lo scintillio dorato nei propri occhi e di quelli dei propri simili (abbiamo presente tutti certi sguardi dell’avido Paperon dei Paperoni…) dovrebbe tacersi. O, quanto meno, dichiarare apertamente di stare dalla parte dei cattivi. Le cose vanno male ovunque: secondo una recente indagine dell’Ocse, negli ultimi trent’anni i redditi si sono sempre più concentrati nelle mani di pochi. Il fenomeno è particolarmente rilevante nei Paesi anglosassoni (negli Stati Uniti il 20% dei redditi finisce nelle tasche dell’1% degli americani meglio retribuiti), ma anche l’Italia non scherza: nel 1981, l’1% dei redditi più alti non raggiungeva il 7% del totale dei redditi, mentre nel 2012 la percentuale ha superato abbondantemente il 9% delle remunerazioni complessive. Maggiore equità, secondo l’Organizzazione parigina, si ha in Danimarca e in Olanda, ma la situazione è pesante a livello mondiale, perché i ricchi hanno intercettato ovunque la fetta più sostanziosa della crescita dei redditi, con il risultato di acuire le distanze, persino nei Paesi di solida tradizione di uguaglianza e di redistribuzione della ricchezza, come Finlandia, Norvegia o Svezia.

L’Italia, si diceva, non scherza. Il Censis ci ha appena rivelato che i 10 nostri concittadini più ricchi dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello complessivo di 500mila famiglie operaie e che 2mila italiani ricchissimi (lo sono anche a livello mondiale) sono padroni di un patrimonio che sfiora i 170 miliardi di euro (immobili a parte!). Tradotto: lo 0,003% della popolazione italiana possiede una ricchezza pari a quella del 4,5% della popolazione totale. Ed è ancora l’Ocse a rivelare lo scheletro nell’armadio: più si sale di livello, afferma, meno la ricchezza è legata ai redditi da lavoro, che rappresentano il 70% degli introiti del 10% più ricco degli italiani, ma scendono appena al 20% per lo 0,01% più ricco, monopolista nei redditi da capitale e nei profitti legati al business personale.

E c’è ancora chi si chiede chi ha pagato la crisi e, soprattutto, l’austerity. Tra il 2006 e il 2012, registra il Censis, i consumi familiari annui degli operai si sono ridotti del 10,5%, mentre quelli dei dirigenti hanno registrato soltanto un -2,4%. Ed ecco che si riparla di distanze in ricchezza che si allargano, ma si parla anche di compattezza sociale che si sfarina. D’altronde, sono i numeri a parlare: oggi il patrimonio di un dirigente è pari a 5, 6 volte quello di un operaio, mentre era pari a  3 volte 20 anni fa. Il patrimonio di un libero professionista è pari a 4, 5 volte quello di un operaio (4 volte 20 anni fa). Rispetto a 12 anni fa, i redditi familiari annui degli operai sono diminuiti del 18%, quelli degli impiegati del 12%, quelli degli imprenditori del 3,7%, mentre i redditi dei dirigenti sono aumentati dell’1,5%. L’1% di chi è pagato meglio (circa 414mila contribuenti) ha percepito nel 2012 un reddito medio annuo sopra i 100mila euro, a fronte di un valore medio dei redditi degli italiani sotto i 15mila euro.

Il rischio di finire in povertà, dunque, è concreto e diffuso, soprattutto per i residenti nel Sud (33,3%), triplo rispetto a quelli del Nord e doppio rispetto a quelli del Centro. Ma non tutto dipende soltanto dall’inadeguatezza di patrimoni e redditi: ci sono eventi della vita che sempre più generano diversità che diventano distanze sociali. Avere figli, per esempio, raddoppia il rischio di finire indebitati per il mutuo, l’affitto, le bollette.

Erosi i risparmi, intaccati pericolosamente i faticati “tesoretti” di nonni e vecchie zie, le famiglie italiane hanno rispolverato l’antica propensione al risparmio. Rielaborando i dati Istat, Coldiretti ha fornito uno schema che rappresenta le strategie adottate dalle famiglie per risparmiare. Mentre nei primi anni della crisi gli italiani hanno rinunciato soprattutto ad acquistare beni non essenziali, dall’abbigliamento alle calzature, una volta toccato il fondo hanno iniziato a tagliare persino sul cibo, con un crollo record di oltre il 3% nel 2013, rispetto all’anno precedente. Ne hanno fatto le spese il pesce fresco (-20%) la pasta (-9%), il latte (-8%) l’olio di oliva extravergine (-6%), l’ortofrutta (-3%), la carne (-2%). Complessivamente, gli acquisti hanno fatto registrare un crollo del 7% (abitazione, acqua, elettricità, sanità, istruzione, cultura), raggiungendo punte clamorose per l’abbigliamento (-16%) e per mobili, elettrodomestici e manutenzioni (-12%).

Acquisti, quelli in questi ultimi settori, che – sottolinea Coldiretti – in fin dei conti possono essere rimandati. Ma per l’alimentare, che va in tavola tutti i giorni ed è sempre stato tendenzialmente in crescita dal dopoguerra, c’è un limite: e così, la famiglia italiana s’è buttata sui prodotti a basso costo, decretando il successo dei discount, gli unici a fare registrare un aumento (+1,6%) nel commercio al dettaglio nel 2013. Una leggera inversione di tendenza è attesa per il 2014, perchè sarà proprio la spesa alimentare, si augura Coldiretti, a beneficiare maggiormente del bonus Irpef di 80 euro al mese destinato da maggio a dicembre a 10 milioni di lavoratori dipendenti.

Gli utilizzi di quell’extra in busta paga saranno molto diversi, precisa il Censis, se il bonus sarà strutturale o non avrà continuità nel tempo. Se gli 80 euro saranno un incremento una tantum del reddito, 2,7 miliardi di euro (dei 6,7 miliardi previsti dal decreto del governo) andranno ad alimentare la domanda interna. Se invece il bonus diventerà una modifica fiscale permanente, l’incremento della spesa per consumi nei prossimi otto mesi sarà superiore a 3,1 miliardi di euro, cioè circa il 15% in più rispetto al primo caso e sarebbero un milione in più le persone che destinerebbero tutti o in parte gli 80 euro ai consumi.

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