Sei qui:  / Articoli / Esteri / I limiti del libero arbitrio: pena capitale atroce in un carcere dell’Oklahoma

I limiti del libero arbitrio: pena capitale atroce in un carcere dell’Oklahoma

 

È durata 43 minuti l’agonia di Clayton Lockett, condannato alla pena capitale per iniezione letale presso il  carcere di McAlester, in Oklahoma, Stati Uniti d’America. Dopo atroci dolori, spasmi e contrazioni fisiche strazianti, che non si fatica a definir alla stregua di una tortura, è sopraggiunto l’infarto, che ha spento definitivamente la vita di Lockett. Sarebbero dovute essere due le esecuzioni a breve distanza temporale l’una dall’altra. Dopo i palesi “disguidi” avvenuti con la prima, si è invece deciso di fermare e rinviare di quattordici giorni la seconda esecuzione, quella di Charles Warner, per un’indagine globale sulla metodologia utilizzata. Prescindendo dal lapalissiano errore umano di somministrazione medicale del sedativo, il quale ha fatto si che il medico dichiarasse l’incoscienza di Lockett poi clamorosamente smentita dalla reazione del reietto che, dopo i primi dieci minuti stando al racconto dei testimoni e dei giornalisti presenti, ha ripreso conoscenza, mosso la testa e le spalle, digrignato i denti e lanciato urla strazianti mentre il vecuronio bromuro ed il cloruro di potassio, rispettivamente usati per bloccare la respirazione ed il battito cardiaco, dilagavano nel suo corpo senza, di fatto, anestesia, questo fatto di cronaca pone almeno due questioni sulle quali val la pena riflettere.

La prima questione è di ordine giurisprudenziale, sociale e civile e riguarda la miscela usata per l’esecuzione. Fino al 2011 nel carcere dell’Oklahoma, come anche in altre strutture, è sempre stata usata un’unica iniezione di Pantobarbital, un efficace barbiturico acquistato da aziende produttrici europee. Da qualche anno però, tali aziende, conoscendone gli usi e gli scopi, rifiutano la vendita di tale prodotto agli stati americani. In conseguenza di ciò, questi ultimi, si son trovati costretti a cercare nuovi venditori dall’animo diciamo così, meno sensibile, per approntare nuovi cocktail mortali. Anche il New York Times ha sottolineato la novità di tale somministrazione applicata in Oklahoma, ricordando che le sostanze di cui si è detto, erano state utilizzate soltanto una volta e con quantità cinque volte superiori in Florida. Il fatto becero, se ci si vuol sforzare di trovar il becero nel già lutulento marasma di questa “pratica di giustizia”, riguarda l’anonimato che tali nuovi venditori impongono allo stato americano compratore ed agli istituti di pena, impedendo così di conoscere la vera natura commerciale delle sostanze. Cioè, in sintesi, ai detenuti condannati alla pena capitale, non è neanche concesso di sapere per mano di quale agente chimico moriranno perché non possono conoscerne la tracciabilità clinica, industriale e manifatturiera. Una vita che si uccide due volte: la prima nel fisico, la seconda nell’essenza di essere umano. L’altra questione è certamente quella legata all’effettivo arbitrio che l’uomo si arroga sull’esistenza dell’altro. I casi come questo, non sarà certo l’ultimo a farci tornare su tale annosa questione, non sembrano smuovere nelle coscienze una reazione, non sembrano creare un effetto domino apprezzabile sull’opinione collettiva. Sostanzialmente ci troviamo a fronte di un limite del libero arbitrio che, con la pena di morte, viene costantemente ignorato, superato, svilito e lasciato nell’angolo. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, parlava di verità che spesso risiede nel medium tra gli opposti. Forse sarebbe il caso che tra un lassismo rieducativo e la pena di morte si arguisse alla salvaguardia della dignità dell’individuo ma soprattutto all’inviolabilità della sua vita, indipendentemente dalle azioni che ha commesso. Mutatis mutandis credo che le due questioni siano poi figlie dello stesso problema: un problema ben lungi dall’essere risolto che ci fa guardare ad una delle più grandi potenze mondiali, con non poca mestizia e miserevole rammarico.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE