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Legge elettorale: il verdetto della Consulta e i ritardi del Parlamento

 

La legge elettorale è incostituzionale. Lo ha dichiarato con nettezza la Consulta, secondo quanto si apprende dal comunicato stampa diramato al termine della camera di consiglio, seguendo una prassi utilizzata in occasione delle decisioni più attese. Per comprendere appieno i termini della dichiarazione d’incostituzionalità e le sue ricadute sul sistema è prudente attendere il deposito della motivazione che, come di consueto – precisa la Corte – «avrà luogo nelle prossime settimane», soltanto dal giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta della sentenza, producendosi l’effetto della perdita di efficacia delle disposizioni censurate. Certamente, però, la Corte ha ritenuto incostituzionale sia il premio di maggioranza della Camera (potenzialmente abnorme in assenza di una soglia minima per essere attribuito), sia i premi di maggioranza (regionali) del Senato (che non assicurano neppure una maggioranza in assemblea), sia, infine, il sistema dei listoni bloccati (che non assicurano la libertà di scelta, e quindi di voto, dell’elettore).

L’incostituzionalità dei premi di maggioranza lascia un sistema elettorale proporzionale corretto dalle soglie di sbarramento (piuttosto basse, almeno per le liste coalizzate). Più difficile comprendere come la Corte abbia superato il sistema delle liste bloccate, seppure il risultato sembri essere quello di consentire all’elettore l’espressione di una preferenza (le norme in materia essendo infatti state dichiarate incostituzionali «nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza»).

Sulla base di queste prime informazioni, quindi, sembrerebbe poter risultare un sistema proporzionale per liste concorrenti (con soglie di sbarramento) e voto di preferenza (che la deprecabile pratica del latinorum porterà a denominare, probabilmente, consultum). Un sistema che, stando alle dichiarazioni pubbliche e alle iniziative assunte in sede parlamentare (proposte di legge, mozioni, ordini del giorno), risulterebbe del tutto minoritario. Ciò che (ancora) ci si aspetta, quindi, è che il Parlamento intervenga rapidamente per l’approvazione di una legge elettorale. La Corte costituzionale, infatti, nel comunicato stampa, ha precisato: «resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali».
Questa possibilità, in realtà, il Parlamento l’ha sprecata per mesi, inizialmente pensando di poter rinviare la riforma elettorale a dopo un lunghissimo percorso di riforme costituzionali (della durata di circa due anni e mezzo) e bocciando così la mozione Giachetti per il ritorno alla legge Mattarella (votata solo da SEL e M5S), salvo poi – ad inizio agosto – dichiarare la procedura d’urgenza, nonostante la quale, tuttavia, la Commissione affari costituzionali del Senato ha proceduto in modo lento ed incerto, continuando a muoversi nell’ambito di aggiustamenti del c.d. porcellum, senza, però, superare mai alcune divisioni di fondo.

Singolarmente, invece, è stata trascurata la possibilità di tornare alla legge Mattarella che, nonostante alcuni difetti (essenzialmente concentrati nella versione a suo tempo prevista per la Camera dei deputati), rappresentava certamente un ottimo punto di mediazione. Questo abbiamo cercato di dimostrare martedì scorso, in una conferenza stampa tenuta in Senato da Corradino Mineo, Felice Casson e il sottoscritto, per presentare alcuni ordini del giorno elaborati con Giuseppe Civati (e sostenuti dai senatori della sua mozione), volti a reintrodurre la legge Mattarella, preferibilmente con le modalità a suo tempo previste per l’elezione del Senato (che non aveva liste bloccate) e con la possibilità di introdurre il doppio turno di collegio, a favore del quale – come noto – il PD si è più volte espresso.
In effetti, la legge Mattarella ha raccolto consensi, in questa legislatura, prima o dopo, da quasi tutte le forze politiche: PD, SEL, Lega e Autonomie hanno presentato proposte di legge in materia, mentre la mozione Giachetti aveva avuto il consenso di SEL e M5S. Quest’ultimo, peraltro, stasera torna ad esprimersi – per mezzo del suo leader Beppe Grillo – a favore di questo sistema del quale anzi auspica il «ritorno immediato».

In effetti, un Parlamento la cui legittimazione è stata oggi così evidentemente compromessa (almeno da un punto di vista politico) sembrerebbe dover porcedere alla rapida approvazione di una legge elettorale, quale appunto la Mattarella (soprattutto nella versione prevista per il Senato – del tutto privo di liste bloccate – forte di un largo consenso popolare, essendo risultata da un referendum in cui si espresse per il maggioritario l’82,7% dei votanti), con la quale poter tornare alle elezioni.

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