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La modifica dell’art. 138 della Costituzione architrave delle lunghissime intese?

 

Il Senato ha approvato mercoledì 23 ottobre, in seconda lettura, il d.d.l. di deroga dell’art. 138 Cost., per riformare della seconda parte della Costituzione nel corso della presente legislatura. L’approvazione è avvenuta a maggioranza dei due terzi, ma per soli quattro voti. Molti meno di quelli a disposizione della maggioranza di “larghe intese”, soprattutto a causa di una “fronda” nel PdL e di qualche – in verità limitato – dissenso nel PD. Nell’ambito di questo gruppo, tuttavia, dieci senatori hanno diramato una nota critica in cui esprimono preoccupazione sia rispetto alla deroga dell’art. 138 Cost., sia rispetto al merito, auspicando l’approvazione soltanto di poche condivise riforme: quella della legge elettorale e, a livello costituzionale, il superamento del bicameralismo perfetto e l’eliminazione delle province.

Si conferma, insomma, che la maggioranza si regge su “larghe mal-intese”, nel cui ambito le diverse componenti politiche (anche interne ai partiti) continuano a cercare di leggere le varie scelte nei modi più sopportabili per loro stesse, in una costante tensione tra la tentazione e il timore della rottura (anche rispetto alle posizioni ufficiali dei loro stessi partiti).
A questo punto, però, salvo imprevisti (sempre in agguato nell’attuale quadro politico), il percorso sembrerebbe tracciato. Infatti, il d.d.l. giungerà intorno alla metà di dicembre all’approvazione della Camera dei deputati, dove la maggioranza dei due terzi pare anche più agevole. A quel punto, quindi, la legge sul procedimento per le riforme costituzionali entrerà in vigore intorno alla fine di dicembre e in gennaio il Comitato potrà iniziare a lavorare per riformare la seconda parte della Costituzione.
L’opera dovrebbe essere completata in un paio d’anni (di “larghe intese”). Infatti, nonostante il procedimento di revisione costituzionale sia stato abbreviato, lo stesso testo di deroga all’art. 138 Cost. prevede diciotto mesi di tempo per concludere il percorso parlamentare, cui seguirà – obbligatoriamente – il referendum popolare, che richiede, complessivamente, circa sei mesi. Si arriva dritti dritti al 2016, nella cui primavera, probabilmente, si potrebbe andare al voto, dopo circa tre anni di larghe, anzi lunghissime intese (come del resto aveva fatto sospettare già l’ampio documento dei “saggi” nominati dal Governo per fare il quadro delle riforme costituzionali – ed elettorali – necessarie).
Le critiche alla scelta di derogare l’art. 138 Cost. sono note e generalmente condivisibili. Tuttavia, esse sono considerate, soprattutto da parte dei più accaniti sostenitori della revisione costituzionale, come tentativi di “conservazione”, volti a rendere meno agevole o a rallentare le riforme. Invece – a ben vedere – sembra esattamente il contrario.
Infatti, per procedere con alcune mirate riforme costituzionali, magari a partire da quelle condivise – almeno a parola – più o meno da tutti, come la riduzione del numero dei parlamentari, il voto per il Senato ai diciottenni e la differenziazione del ruolo delle due Camere (con fiducia al Governo espressa dalla sola Camera), si sarebbe potuto fare molto prima. Senza impiegare oltre cinque mesi (che senza la maggioranza dei due terzi potevano diventare undici) ad approvare una nuova procedura (valida una tantum), per passare soltanto dopo al merito della revisione costituzionale, si poteva procedere direttamente sulla base dell’art. 138 Cost. In questo modo, tra maggio e giugno (2013), si sarebbe potuto elaborare, in Parlamento, il testo del d.d.l. di revisione di poche disposizioni costituzionali che le Camere avrebbero potuto licenziare – in prima deliberazione – entro la sospensione estiva. A quel punto tra la fine di ottobre ed i primi di novembre (cioè essenzialmente in questi giorni) ci sarebbe potuta essere la seconda deliberazione. Se questa fosse avvenuta a maggioranza dei due terzi – come prevedibile, data la dichiarata condivisione su questi pochi ma qualificanti punti – la procedura si sarebbe conclusa qui e, con una nuova legge elettorale (che le Camere avrebbero potuto nel frattempo licenziare, anche convergendo su un rapido ritorno al mattarellum) e magari una sul conflitto d’interessi, approvata la manovra economica, si sarebbe potuti tornare a votare nei primi mesi dell’anno (o – se anche fosse stato necessario un referendum costituzionale – qualche mese più tardi).
Potrebbe quindi venire il sospetto che l’ampio e complesso procedimento dettato dal d.d.l. appena licenziato sia in realtà l’architrave per conservare le lunghissime intese (perché – continueremo a sentire ripetere – “non ci sono alternative!”).

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