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Riforme istituzionali: le “lunghissime” intese in sei capitoli. Troppo ambizioso?

 

Pochi giorni fa è stato presentato il testo della Commissione per le riforme costituzionali composta da esperti nominati dal Governo. Essa propone, in sei “capitoli” fitti di idee, di riformare l’intero ordinamento giuridico: non solo la seconda parte della Costituzione, ma anche tutto l’impianto delle fonti del diritto, i regolamenti parlamentari, il sistema elettorale, i sistemi di partecipazione dei cittadini. Un programma molto (troppo) ambizioso per un Governo che è stato un mese “sull’orlo della decadenza” e la cui stabilità è comunque ogni giorno in discussione. Soprattutto, un programma con tempi tali da far passare dalle larghe alle lunghe, anzi lunghissime, intese.

Che dopo quarant’anni che si parla di riforme istituzionali sia proprio la legislatura più precaria della storia repubblicana a farlo sembra davvero poco plausibile; ma ancora più singolare è che di ciò sia il Governo a farsi carico. Questo Governo, infatti, è nato solo due mesi dopo le elezioni da un accordo tra due parti che dovrebbero essere inconciliabili. Una, infatti, è l’erede delle forze politiche che hanno fondato il vigente ordinamento costituzionale mentre l’altra – da sempre – ne contesta, almeno in parte, la validità. In questa situazione l’accordo poteva forse essere tentato, al più, su alcune assai assai specifiche riforme: una nuova legge elettorale, la diminuzione del numero dei parlamentari (e delle loro indennità) e semmai la differenziazione del ruolo delle due Camere.

I sei “capitoli” della relazione degli esperti del Governo sono invece estremamente ambiziosi (forse troppo?), riguardando il bicameralismo, il procedimento legislativo, la forma di Stato (Regioni e autonomie locali), la forma di Governo, il sistema elettorale, gli istituti di partecipazione. Al proprio interno ciascuno di questi capitoli propone soluzioni non solo – come inevitabile – complesse, ma spesso contorte, quando addirittura non “aperte” a più ipotesi. E’ quanto avviene, ad esempio, per la forma di Governo, rimasta “tricipite” – come Cerbero – con una opzione per il “parlamentarismo razionalizzato”, una “semipresidenziale” ed una “premierale”. Trasformare in norme tutte queste idee e sciogliere i nodi che perfino nell’ambito della commissione di esperti sono rimasti legati non sembra possibile per un Parlamento, ed una maggioranza, divisi anche su scelte assai meno “epocali” e le cui forze politiche si guardano con estrema diffidenza. Meriterebbe quindi riprendere solo alcune limitate riforme, magari sfruttando al meglio anche alcune idee contenute nel corposo lavoro dei “saggi” del Governo.

Ridurre il numero dei parlamentari – come proposto – dovrebbe essere agevole visto che tutti i partiti lo hanno promesso in campagna elettorale. Questo potrebbe connettersi alla riforma del bicameralismo. Ma poiché da questo punto di vista le opzioni sono ampie, ove non vi fosse convergenza, non se ne approfitti per non ridurre neppure il numero dei parlamentari e si proceda comunque a questo. L’urgenza delle urgenze rimane comunque la legge elettorale, su cui la commissione lascia aperte molte opzioni, anche perché ne collega essenzialmente la scelta a quella della forma di governo, su cui a sua volta non ha scelto. Sembra cioè che l’impasse delle forze politiche in materia si sia riprodotta anche in commissione.

Ciò è particolarmente preoccupante perché rinnovare le Camere col “porcellum” costringerebbe – con tutta probabilità – ad ulteriori larghe intese, forse sempre meno larghe, perché gli elettori ne sanzionerebbero i partecipanti, ma sempre più lunghe perché sono cominciate – si sa – alla fine del 2011. Ciò renderebbe ancora impossibile un Governo che compia scelte chiare ed efficaci. Ma forse è proprio questo che qualcuno vuole. Ultimamente sembra, infatti, che una delle maggiori preoccupazioni sia quella di non dividere, che significa, spesso, non scegliere e quindi non risolvere i problemi. Ecco che infatti si legge nella relazione che «la crisi dei partiti politici […] si manifesta […] nella prevalenza sistematica delle ragioni del conflitto su quelle di unità».
Forse bisognerebbe recuperare, invece, un chiaro (e civile) conflitto di idee sulle scelte politiche e preservare da questo le regole del gioco, a partire da quelle costituzionali, anche nelle ultime settimane oggetto di continui beceri attacchi per spicci calcoli di parte.

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