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Il progetto Yasunì-ITT. Ovvero quando il petrolio fa bene all’ambiente

 

Sembrerebbe che il Qatar sia interessato ad essere il primo paese – produttore di petrolio – ad appoggiare il progetto Yasuní-ITT. Lanciato nel 2007 dal presidente ecuadoriano Rafael Correa, Yasuní-ITT è un progetto di tutela ambientale innovativo e rivoluzionario, che ha lo scopo di lasciare il petrolio esattamente dov’è, ossia sotto terra.Nel corso del Terzo Vertice del Gruppo America del Sud-Paesi Arabi (ASPA) Ivonne Baki, la diplomatica ecuadoriana che si occupa delle promozione del progetto Yasuní-ITT, ha incontrato i rappresentanti dei paesi arabi quali Yemen, Qatar, Libano ed Emirati Arabi Uniti. Tra paesi produttori di petrolio era inevitabile parlare di greggio e quindi anche del progetto Yasuní-ITT, che ha quale obietto quello di evitare l’estrazione petrolifera dal blocco ITT-Ishpingo,Tiputini,Tambococha, stimato in 846 milioni di barili di petrolio. In breve, lo Stato ecuadoriano si vincola a mantenere a tempo indefinito nel sottosuolo le riserve di petrolio del parco – i cui proventi sono stimati in circa 7,2 miliardi di dollari nell’arco di 13 anni – a fronte di un impegno di compartecipazione della comunità internazionale, auspicato in almeno la metà del valore economico del greggio stimato, dunque un contributo internazionale auspicato pari a 3.600 milioni di dollari.

Il Blocco denominato ITT-Ishpingo-Tambococha-Tiputini – si trova nell’Amazzonia orientale ai confini con il Perù. Le indagini esplorative del ’92 e le successive del 2002 hanno rivelato – in quest’area – un quantitativo di greggio pari al 20% delle riserve del paese. Un patrimonio considerevole per un paese in cui i proventi provenienti dallo sfruttamento petrolifero costituiscono la prima voce del PIL nazionale, seguita solo dalle rimesse degli immigrati. Ma il bien vivir/buon vivere, ossia il rispetto della Natura (Pacha Mama) e il vivere in armonia con essa –  sumak kawsay in lingua quechua – sono principi costituzionali nell’ordinamento ecuadoriano. Aldilà delle parole e della difficoltà oggettiva di concretizzare taluni principi, l’Ecuador si trova già ad affrontare gravi problematiche ambientali: dalla questione della privatizzazione dell’acqua (mal gestita dal governo di Correa), allo sfruttamento delle miniere, la deforestazione ecc.

Emblematico è il caso Ecuador vs Texaco-Chevron, intentato dalle comunità amazzoniche per danni ambientali pari a 650.000 barili di petrolio riversati sul territorio per la non ottemperanza alle norme di sicurezza industriale dell’epoca e che ha portato – ad inizio anno – alla condanna della Texaco-Chevron e al pagamento di un risarcimento di 8,6 miliardi di dollari, raddoppiato fino a 18,2 miliardi di dollari per danni morali. Sentenza ad oggi disapplicata.

Nella sola area del parco sono state rilasciate, nel corso degli anni, ben otto concessioni di sfruttamento petrolifere e la sua superficie è divisa in sei blocchi petroliferi. Il blocco ITT – ambito dalla brasiliana PETROBORAS e da Petroecuador (l’impresa petrolifera nazionale) è costituito per l’80% da territori del Parco Nazionale dello Yasunì. Ma quello dello Yasuní è un greggio pesante, che necessita di un lungo processo di lavorazione. Per tale ragione la produzione nel blocco è possibile solo attraverso la costruzione di un’enorme infrastruttura di oleodotti, impianti di generazione di corrente e raffinerie nelle zone di estrazione. Il progetto per lo sfruttamento del blocco prevede di conseguenza un investimento di circa 3.000 milioni di dollari, per estrarre 65.000 barili al giorno di greggio pesante ma minaccia un impatto ambientale paragonabile a quello prodotto dalla Texaco.

Lo Yasuní – proclamato Riserva della Biosfera dall’UNESCO nel 1989 – è uno dei luoghi più biodiversi del pianeta. Si tratta di un parco nazionale che si estende su un’area di 9.820 km, tra il fiume Napo e il fiume Cururay e conta più specie di animali per ettaro di tutta Europa. Ospita il 44% delle specie di uccelli dell’intera foresta amazzonica, conta il maggior numero di specie di alberi per ettaro al mondo, un terzo delle specie anfibie e rettili del pianeta, più di 100.000 specie diverse di insetti, grosso modo la quantità di specie di insetti che si possono trovare in tutto il Nord America.

La proposta del governo ecuadoriano consiste nel lasciare il greggio del blocco ITT nel sottosuolo, coprendo la metà di tale greggio non estratto con la vendita ai paesi del Nord del Mondo di bond emessi dallo Stato. Per questa ragione è stato istituito il Fondo per la Transizione Energetica- FIDEICOMISO, un fondo fiduciario destinato a raccogliere i contributi a sostegno del progetto Yasunì-ITT. La Comunità internazionale ha subito mostrato un grande interesse per il progetto, ma prima la crisi finanziaria del 2008 poi l’attuale crisi economica hanno smussato gli animi.

A fine settembre, ai margini della Sessantasettesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Italia si è impegnata a contribuire al fondo per 35 milioni di euro. In realtà, si tratta di un’operazione di conversione del debito pubblico. L’intesa – firmata dal sottosegretario agli esteri Staffan De Mistura, il ministro per il patrimonio culturale dell’Ecuador Maria Fernanda Espinosa e il coordinatore esecutivo del Multipartner Trust Fund Office dell’UNDP, Bisrat Aklilu – ha lo scopo di definire le modalità attuative dell’Accordo di conversione del debito in favore dell’ambiente concluso fra Italia ed Ecuador a Quito, lo scorso 8 giugno. Accordo che prevede la conversione – di una tranche pari a 35 milioni di euro del debito dell’Ecuador nei confronti dell’Italia – in un contributo al Trust Fund per l’iniziativa ambientale “Yasuni-Itt” e che fa dell’Italia il maggiore finanziatore del fondo, come sottolineato dalla ministra Espinosa nell’apporre la firma.

A Lima i paesi arabi hanno considerato l’ipotesi di un finanziamento pari a 200 milioni di dollari ma anche la volontà di introdurre una tassa sulle esportazioni di petrolio per finanziare le conseguenze del cambiamento climatico paesi poveri. Una Robin Tax in nome del diritto climatico.

Come confermato da Ivonne Baki, coordinatrice del progetto, il Qatar potrebbe essere il primo paese produttore di petrolio ad impegnarsi fattivamente nel progetto.
Si comincia a parlare anche di Yasunizzazione, in quanto sono non pochi i paesi che stanno considerando l’ipotesi di tutelare il proprio territorio e l’ambiente in generale con questo tipo di proposte che se riusciranno a produrre i loro frutti, nel caso dello Yasunì produrranno un beneficio ambientale considerevole. 407 milioni di tonnellate di emissioni di anidrite carbonica evitate a causa di non estrazione e  800 milioni di tonnellate di CO ² scongiurate a causa della deforestazione.

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