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Manifesto. Il Governo batta un colpo: non puo’ nascondersi dietro la tecnica delle procedure

 

Non può finire così. La voce del “Manifesto” deve restare viva. Non può essere spenta. Non accetteremo che il fax dei liquidatori che ne annuncia la chiusura sia un certificato di morte. I commissari liquidatori forse si sono fatti trascinare dall’onda della mano libera ai tecnici. Ma la situazione assurda di questi giorni non è solo colpa loro. E’ frutto delle tante picconate, da qualche anno a questa parte, ai finanziamenti per l’editoria non commerciale, dei ritardi di erogazione dei fondi che causavano costi di interessi insopportabili, del clima ostile al sostegno pubblico alle voci del pluralismo, critiche, di segno ma indipendenti dai poteri classici. Ed è figlia di una distrazione politica che riguarda anche il Governo in carica.

Uno dei commissari liquidatori è nominato dal Ministero dello Sviluppo Economico. E proprio al Ministro Passera il sindacato dei giornalisti, la Fnsi, e quello dei lavoratori dell’area tecnica e amministrati, Slc_Cgil, avevano chiesto un incontro e un intervento di valutazione e indirizzo, un’evidenza di consapevolezza della situazione del pluralismo dell’informazione e non solo delle difficoltà dei conti della cooperativa.
Tutto è rimasto  ai piani bassi del Ministero. Ma quella del “Manifesto” è una vicenda importante, una realtà vera de pluralismo storico e culturale della stampa italiana non un asset qualsiasi.

E’ tempo, benché siamo al penultimo minuto, che Passera e il Governo battano un colpo. Non possono fare finta di niente e attendere che giornalisti e maestranze facciano loro i tagli di tutto (anche del lavoro) e prendano atto della fine. E urge subito adeguare i nuovi provvedimenti traendo tesoro dal fax di chiusura dei liquidatori del “Manifesto”. Nessuna norma di rigore e nell’assegnazione dei fondi può essere applicata come modello di laboratorio. Per i giornali di idee, delle minoranze (comprese quelle linguistiche) e per le testate delle comunità italiane all’estero non si può ricorrere solo a parametri econometrici.

Occorrono misure di garanzia stabili del sostegno basilare per poter tenere in piedi un impianto dignitoso per la creazione e l’offerta di informazione identitaria e plurale.
Le  situazioni complesse e il buon funzionamento dei circuiti della democrazia non possono esaurirsi nelle procedure di una tecnica amministrativa. La tecnica, le procedure amministrative, peraltro, consentono per il “Manifesto” l’esplorazione e la verifica fino in fondo di soluzioni diverse dalla chiusura. Anche i liquidatori lo sanno. Per valutare ogni ipotesi di questo tipo, avendo chiaro l’obiettivo di fondo della redazione e delle parti sociali era in vista un ulteriore confronto sindacale anche in sede di ministero del Lavoro.

Un incredibile fax ha quasi travolto tutto. Ora si ritorna, anche tecnicamente, entro due giorni salvo nuovi colpi di scena, alla via maestra del tavolo con le parti sociali, che deve essere negoziale e finalizzato alla prosecuzione dell’attività editoriale sia pure intervenendo al risanamento dei conti con nuovi sacrifici, attraverso ammortizzatori sociali dosato con intelligenza e criteri di corresponsabilità. La via tecnica alternativa per l’emergenza c’è. Non si comprende lo strappo grave, molto grave,che c’è stato. Ma c’è un punto di qualificazione strategica delle politiche per il pluralismo dell’informazione che deve trovare risposte nelle sedi istituzionali. E le scelte del Governo tecnico, piaccia o no, avranno e saranno giudicate per il valore di merito e per il carattere politico delle conseguenze che determineranno.

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