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Il socialismo nell’Europa a libertà vigilata

 

Ma quand’è che le grandi forze democratiche e popolari europee, quelle che raccolgono le aspirazioni e le istanze di libertà, solidarietà, equità, si decideranno a smantellare il perverso sistema che, per il tramite delle banche, delle borse, degli istituti di rating sottomette l’Europa ad un sistema di libertà vigilata?

Ora i nuovi “Padroni delle ferriere” hanno deciso di far pagare lo scotto anche alla loro creatura più affidabile, quella Germania locomotrice economica che avrebbero voluto sorda comunque ai richiami di cambiamenti dei meccanismi di rigore estremo imposti dalla Merkel e dalla concezione economica di cui lei è portatrice.

Hanno vinto i socialisti nella regione tedesca più popolosa ed i mercati hanno fatto pollice verso. Una domanda semplice semplice ai cantori  dell’ “indipendenza” di giudizio di quegli operatori: ma è possibile credere che nell’arco di un fine settimana la situazione economica della Germania si sia modificata tanto da determinare il cambiamento radicale della valutazione?

Quando si era trattato di Portogallo, Spagna, Grecia, Italia, nessuno di noi, approssimativo conoscitore di quei meccanismi, si era sognato di mettere in dubbio la correttezza di quelle operazioni. Ma oggi? E’ legittimo o no il sospetto che sia il giudizio politico e non economico a dettare quelle scelte di mercato? E se è così, che spazio di reale affermazione degli ideali di democrazia avranno i popoli europei se sulle loro scelte continuerà comunque a pesare questo scellerato modo di operare che sta uccidendo – questo sì realmente – l’unità istituzionale, l’euro, le regole comuni faticosamente costruite in mezzo secolo?

In altre parole, verso quale Europa si vuole andare? Quella imposta dai padroni delle finanze – pulite o sporche che siano – o quella che fa incontrare i popoli, li rende capaci di aiuti reciproci, ipotizza uno sviluppo collettivo, senza distinzione tra locomotrici e carrelli al traino? La risposta che è arrivata dalla Germania, proprio dalla Germania alimenta una forte speranza. Così come il risultato delle elezioni presidenziali francesi.

Si sta riaffermando un’idea e  una parola che sembravano cancellate dalla storia, un’idea e una parola a cui si legano le speranze di milioni di cittadini democratici. La parola è socialismo. Certo, per gli speculatori, gli evasori, i padroni che non vogliono tutele per i loro dipendenti questa parola e quest’idea sono un incubo, uno spettro a cui risponderanno rispolverando vecchi stereotipi: dai mangiatori di bambini, ai mangiapreti, a statalisti in lotta contro l’imprenditoria privata.

Che riscontro reale hanno queste affermazioni? Nessuno. Altra è la realtà di un liberismo smodato e senza regole a cui è stata lasciata carta bianca per l’economia dopo la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino. Il suo fallimento – quello sì – è sotto gli occhi di tutti. Finora ha prodotto sconquassi, impoverimenti, mancanza di prospettiva per i giovani, nuove generazioni più povere e prive di speranza rispetto a quelle precedenti. La sensazione di impotenza, la rabbia covata per anni, il balbettìo indistinto di chi avrebbe dovuto lottare per la loro tutela ha dato ai giovani e ai delusi l’estro di inventare iniziative spontanee ricche di significato politico, anche nelle loro accuse circostanziate ai partiti ciechi e sordi.

“Grillini” o “Pirati” o ”Indignados” vogliono tutti insieme una nuova considerazione dell’uomo e pretendono che la politica, una nuova politica, lo faccia. Affermatosi in tutta Europa, pronto a vincere anche in Italia, il socialismo deve avere la capacità di farsi interprete istituzionale di tutte queste istanze per costruire un modello di sviluppo equo e sostenibile, per ridare alla politica il primato che ha perso rispetto al potere finanziario ed economico, per sottrarre definitivamente l’Europa e tutti i suoi stati a quel regime di libertà vigilata che non è più sopportabile.

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