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Diaz, non che non sapessimo

 

Non che non sapessimo.  Ma noi non eravamo i picchiati, i violentati, gli offesi, i pestati e calpestati. Noi non eravamo neppure i numeri di quella storia orrenda. Non eravamo vittime, non eravamo testimoni. Tantomeno e dio ci scampi, eravamo i mandanti, gli esecutori, i tramiti. Noi semplicemente non c’eravamo. Ma noi siamo i cittadini, gli attori della vita sociale del Paese del quale rivendichiamo la maiuscola. E quel sapere, un sapere meticcio – quello setacciato di media e  politici, quello istituzionale delle veline, quello di pancia e vene che rimbalza nelle folle (mai dopotutto e nessuno in equilibrio) – non poteva bastarci.

Grazie, Domenico Procacci. Grazie, Daniele Vicari.

Oggi noi ci siamo stati. Andando in una sala a vedere DIAZ, noi – che sapevamo, giudicavamo, intendevamo e qualche volta pure ciarlavamo di uomini e luoghi, di volontà e omissioni – abbiamo violentemente, duramente, realmente portato noi stessi fino a quella notte, dentro e attorno a quei nove minuti scellerati nella scuola, alle ore che li seguirono in caserma. Abbiamo visto e vissuto.

Abbiamo lasciato i nostri corpi e il nostro sapere spurio su poltroncine imbottite, e siamo volati – nudi – dentro quei luoghi, quella cronaca. Siamo stati nella Diaz, siamo stati a Bolzaneto. Davvero. Siamo stati le vittime e i  carnefici: abbiamo ansimato e urlato nelle bocche di uomini e donne, siamo saliti e scesi dentro i tonfa stretti da poliziotti mai sazi. Abbiamo respirato l’aria pesante di corridoi e stanze che parlano di pochi mezzi e stenti operativi.  Siamo rabbrividiti spogliandoci davanti a occhi rapaci. Ci siamo nascosti nel buio, vibrando dei passi pesanti che venivano a cercarci.  Attoniti, insonnoliti ci siamo trovati il sangue addosso e i denti rotti. Ci hanno attraversato volgarità e crudeltà, ignoranza e arroganza. Mentre la violenza ci stritolava, il dubbio – anche politico – ci abbandonava e un milione di domande e domande e domande ci pugnalavano il cervello. Allora abbiamo pianto e digrignato denti sanissimi. Abbiamo anche penosamente sentito qualcosa di umano nel dubbio di un funzionario al comando. Il cinema con Diaz ci ha fatto recuperare, picchiandoci a sua volta,  il tempo delle azioni e dello scempio di un mandato istituzionale.

Tutto fondato sugli atti dei processi (diecimila pagine, quelle da leggere), due anni per scrivere una sceneggiatura senza concessioni, il film ci scuote nella dignità. Di cittadini, di creditori e sostenitori delle Istituzioni, di gente che non vuole – né oggi né domani – uno Stato che consenta ad essere così tradito nel diritto. Uno Stato che a Genova visse una notte ‘da macelleria messicana’, nella  definizione del vicequestore dell’epoca Michelangelo Fournier.

Diaz è costato molto, moltissimo. Dice Procacci: ‘secondo i crismi che in genere ci portano a fare un film, non sono stato un buon produttore’.

Ma il guadagno è altro dal denaro, in questo cinema. Diaz scorre per creare coscienza: dare corpo a un’emozione civile, parlare a quelli che sapevano un po’ o forse niente, consegnare una memoria attraverso un copione scritto dai processi. E magari portare a una riflessione su quel reato di tortura, che l’ordinamento italiano non prevede. Un’altra modesta proposta auspica che Diaz vada oltre le sale di proiezione canoniche. Oltre un’eventuale accoglienza in qualche rete televisiva. Diaz come visione nelle scuole superiori ma Diaz pure laddove si impara a gestire l’ordine pubblico. Per recuperare, assieme alla memoria, il primario senso della giustizia e della tutela del diritto e dell’integrità della persona.

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