Mektoub, My love, un Kechiche che non convince

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A cinque anni da “La vie d’Adéle” è arrivato in sala lo scorso 24 maggio, distribuito da Vision, il sesto lungometraggio del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche, dopo la presentazione alla 74esima edizione del Festival del Cinema di Venezia.

“Mektoub, My Love. Canto Uno” (“Mektoub” – “destino” in tunisino), è questo il titolo di un’opera che il regista stesso ha definito un inno alla vita, uno slancio vitale e dionisiaco. E’ la storia di Amin, ambientata nell’estate del 1994 (il debuttante Shaïn Boumedine) – un ex studente di medicina nonché aspirante sceneggiatore e appassionato di fotografia, che vive a Parigi e si mantiene facendo il cameriere – che torna a Séte (una località sul mare nel sud della Francia) per le vacanze, dove trascorre le giornate in maniera totalmente spensierata, insieme a suo cugino Toni, agli amici d’infanzia, e ad una comitiva chiassosa.  Le giornate si dipanano secondo un unico clichè: spiaggia, ristorante di famiglia, discoteca. Alla combriccola di amici di sempre si uniscono ora due ragazze nizzarde conosciute in spiaggia, Charlotte e Céline, con le quali Amin e Toni (in verità più il secondo che il primo) intrattengono un flirt estivo.  

Non c’è niente di più banale di un amore estivo per chi l’osserva. Non c’è niente di più intenso di un amore estivo per chi lo vive. E a dirlo è lo stesso Kechiche. Il film vagamente ispirato al romanzo di Francois Bégaudeau La Blessure, la vraie non convince fino in fondo.

Da una parte si nota una svolta del regista lontano ormai da ogni desiderio di denuncia sociale. Quello che mostra è un contesto di integrazione totale e compiuta, che sembra quasi un amarcord di un periodo, gli anni ’90, in cui l’integrazione sembrava un dato acquisito e nulla faceva presagire (forse) gli anni più bui che sarebbero arrivati.

Con una sceneggiatura scarna, lo spettatore assiste al trascorrere dell’estate, testimone passivo di quanto accade a Séte.  Dialoghi spesso inconcludenti, primi piani, una fotografia attenta al dettaglio che lascia intravvedere il desiderio carnale dei personaggi. Tutto parte del disegno dell’autore che appunto mira a mostrare questa “joie de vivre”, questo inno dionisiaco alla vita. Ma tanta inconcludenza, spalmata in un film di tre ore, rischia di annoiare lo spettatore che inevitabilmente si domanda quale sia il messaggio recondito dell’opera.


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