Danilo era di Suzzara, tra Parma e Mantova, da dove era fuggito poco più che ragazzo forse per non scontare troppo pesantemente, in un piccolo centro, la propria ‘gayezza’. Era incalzato dall’inquietudine di una condizione personale alla quale non avrebbe saputo sottrarsi e da una confusa urgenza di un talento al quale non poteva resistere.
Voleva dipingere e a Firenze, dopo il diploma in affresco all’Accademia, era stato alla scuola di Ottone Rosai, altro ‘irregolare’ di gran genio che teneva studio in via San Leonardo. Danilo ammetteva di dovergli tutto, probabilmente anche una sorta di ‘seconda nascita’.
Siamo stati alcune volte insieme a Firenze, per sopralluoghi, e camminando a piedi mi mostrava gli angoli della città osservata ancora attraverso gli occhi del Maestro, inquadrando in tele immaginarie – o possibili sfondi cinematografici – i tagli di luce, le fughe di muri, gli scorci di case e di strade, che le sue parole ‘componevano’ nella luminosa fissità di altrettanti dipinti.
Su Rosai aveva scritto anche un racconto, ambientato in un’osteria dove andavano qualche volta a pranzare insieme. C’era scarsità di cibo nell’immediato dopoguerra e la padrona, con fantasia tutta italiana, si ingegnava di servire il ‘pesciovo’, cioè una sorta di omelette modellata nell’illusorio aspetto di un pesce. Lo stesso ‘ovo di pesce’ di cui cinque secoli prima parla Pontormo nel suo diario: l’uovo gettato in padella che, una volta rivoltato su sé stesso, assume quella tipica forma allungata. La cucina povera che si condisce di fantasia.
Il Maestro, consumando quel pasto frugale, tracciava intanto disegni a carboncino sulla carta paglia dei sotto piatti, svelando all’allievo i segreti del proprio mestiere. Quell’arte che Donati pensò per tutta la vita di aver tradito a preferenza del teatro e del cinema, e non gli bastavano a placarlo i Premi Oscar e gli innumerevoli riconoscimenti che lo collocavano sul podio più prestigioso del mondo dello spettacolo.
Le tele che dipingeva, Danilo le mostrava a fatica e assai di rado, a causa di quel pudore ferito. Al pubblico regalava i suoi quadri virtuali, le composizioni sceniche che arricchivano le riprese di registi chiamati Pasolini, Zeffirelli, Fellini.
Quando Danilo è scomparso, quel 2 dicembre del 2001, mi venne naturale osservare che scomparire era la sua specialità. Poi sarebbe tornato. Quante volte era accaduto che abbandonasse il set, e vai poi a ripescarlo: Danilo, Daniluccio, telefonate, letterine, appostamenti, ma di lui non si sapeva più nulla, per giorni, a volte intere settimane. Con Fellini litigate come tra coniugi che si giurano eterno odio e poi li ritrovi a tubare quando meno te lo aspetti.
Negli ultimi anni Donati avvertiva la fatica del set, uno sforzo che ogni volta gli giungeva impossibile da tollerare un solo minuto di più.
Sosteneva che nel mestiere dello spettacolo era stato catapultato a caso, “per via di un impiccato”, un infelice assistente che per paura della propria ‘stranezza’ si era appeso alla graticcia del teatro, da cui il sangue gocciava sul palco. E lui era stato chiamato a sostituirlo da un’ora all’altra. “Quando si dice che l’impiccato porta fortuna”, aggiungeva sardonico. E di fortuna gliene aveva portata davvero, comprese le due statuine dello zio Oscar che pure disdegnava con una spalluccia di insofferenza: “Se ti cadono su un piede ti fanno pure male.”
Quel suo piede cagionevole, che stava per essergli amputato a causa del diabete, ma che al Policlinico Gemelli erano riusciti a salvare respingendo la cancrena millimetro dopo millimetro, con la tenacia di una guerra di trincea e la “perizia chirurgica da medici da fantascienza, ingegneri di una stazione orbitale”. Commentava Fellini che gli era stato accanto giorno dopo giorno.
Così Danilo aveva potuto continuare a calcare i set a dispetto di sé stesso, contro sé stesso, brontolando che era costretto per guadagnarsi da vivere, ma che non gliene importava niente; tanto il film è soltanto un gran guazzabuglio dove ci vuole un miracolo perché riesca bene, e alla fine compare appena la millesima parte dello sforzo e della fatica che ha richiesto; ed è giusto che sia così, perché il pubblico vuole vivere un sogno e di ciò che c’è dietro meno sa e meglio è.
Per questa ragione preferiva starsene nell’ombra, non voleva riflettori addosso, buoni per gli attori, per il regista, non per lui.
Quanto ai costumi, da Lila De Nobili e da Maria De Matteis aveva assorbito al Teatro alla Scala ogni goccia di nettare di cui aveva bisogno, non solo dal lato tecnico ed esecutivo, ma ancor più sul piano della impervia libertà creativa, che rappresentava la vera dimensione alchemica del mestiere.
La sartoria era la sua cella e officina, trasformata anche visivamente nella spelonca dello stregone grazie alla presenza delle grosse pentole ribollenti di vapori in cui venivano immersi i tessuti a intridersi di coloranti. Rivedo ancora a Cinecittà, Danilo già maturo e famoso, che con il mestolone rigirava di persona i bagni di tintura e poi metteva le stoffe stese ad asciugare sulle cavalle. Da quel laboratorio usciva l’impensabile: i manichini sembravano avanzare in processione verso il visitatore, sgargianti di acconciature fastose, avvolti in manti regali, panneggiati in abiti sontuosi e irreali, che Danilo aveva in precedenza schizzato con tratto lieve; e che poi tagliava di propria mano alla forbice, prima di passare il lavoro di cucito allo sciame di sarte del suo reparto.
Nelle sue alchimie si divertiva a ricreare la Storia. E ne sortivano gli imprevedibili’, inimitabili capolavori di “Fellini Satyricon”, di “Edipo Re”, di “Casanova”, di “Il Fiore delle Mille e una Notte”, di “Fratello Sole Sorella Luna”, di “Romeo and Juliet”. Invenzioni figurative che sarebbe stato impossibile affrontare senza il suo talento, e che hanno proiettato la qualità artigianale del cinema italiano a vette così straordinarie di fantapoesia, che nessun effetto digitale riuscirà mai ad eguagliare.
Dell’artista aveva assunto, ultimamente, perfino la postura massiccia, seduto come un totem in mezzo alle costruzioni (foto dal Pinocchio*) col basco in testa, il cappottone, lo sguardo velato che pur non gli impediva di controllare ogni dettaglio; un colore tirato di appena una sfumatura in più o in meno, una frangia mal cucita, una decorazione impercettibilmente fuori posto; e non c’era persona al mondo che potesse farlo deflettere, intransigente, coriaceo, scontroso, come solo un grande artista sa essere. Possedeva la gravezza, anche fisica, di certi poeti che inavvertibilmente, giorno dopo giorno, sembrano coincidere con la propria monolitica dotazione psichica.
Danilo si era come trasfigurato nelle sue opere, i severi Clown Bianchi dal volto di biacca, a cui aveva donato nel film di Fellini eterna e inarrivabile magnificenza, che aveva portato Piero Tosi a confidarmi:
“Sai quando mi manca Danilo? Quando rivedo I Clown. Quello che ha saputo inventare e realizzare per I Clown è irraggiungibile, poesia allo stato puro. Allora vorrei alzare il telefono, dirglielo, esaltarlo; gradiva i miei elogi, e io ero così contento di poterglieli offrire, trasfondergli la mia emozione!”
Un anno prima di morire Danilo volle assistere in compagnia di pochissimi amici alla proiezione di Satyricon organizzata dal Centro Sperimentale. Non lo rivedeva dal ’69, e a fine visione, con le pupille lustre, aveva commentato: “Ma abbiamo fatto noi tutta quella roba?” Quasi non credeva ai suoi occhi, si stupiva di trovarsi di fronte a una simile impresa. Affrontata, al suo solito, senza troppa consapevolezza, a testa bassa, corrucciato, quasi a dispetto. Prodigando il suo talento senza gioia, prendendosela anzi con quella ennesima sgobbata priva di senso: nato per donare, come recita anche il suo nome.
Come ogni autentico trasformatore della materia, Donati era anche un cuoco provetto. Sosteneva anzi che per mettere in scena un’epoca è indispensabile conoscerne da vicino le abitudini alimentari, il cibo, i sapori. Per entrare nello spirito del Satyricon si era servito del ricettario di Apicio, che teneva costantemente accanto a sé e consultava scrupolosamente.
Durante la lavorazione dei film, nelle pause, ispirato dall’estro utilizzava i fuochi dell’atelier come fornelli. A volte sui tavoli di sartoria tirava la sfoglia, che sorgeva dalle sue mani come il più affascinante dei pleniluni, un immenso disco di argento dorato così sottile che era quasi possibile guardarci attraverso.
A film concluso, sbollita l’arrabbiatura, era capace di imbandire cene da corte rinascimentale. Nella sua casa alle Murelle, vicino Todi, capitava che con la buona stagione, invitasse la brigata degli amici e cucinasse per loro, rigorosamente da solo, dalla prima all’ultima portata. Erano convivi sontuosi e ricercati che parlavano una lingua ormai sconosciuta. In una di esse Federico s’era fatto precedere, a sorpresa, da un dono da granduca, un pianoforte bianco a mezza coda, nuovo di zecca, su cui il magico Nino Rota, al termine della cena, potesse appoggiare le dita in un concerto al chiarore della luna.
Ma sono davvero avvenute queste cose? C’è stata una stagione adatta ad ospitarle?
In Umbria, si sono lasciati sfuggire l’occasione unica di trasformare il casale delle Murelle in un museo in cui raccogliere tutti i dipinti, i bozzetti, i cimeli, gli scritti, i premi, la straripante biblioteca d’arte di Danilo Donati. Sarebbero stati il luogo e la regione ideale per allestire un centro studi di arti scenografiche, di ricerca, di sperimentazione, di stage, di incontri internazionali, di laboratorio permanente. Salvare la memoria preziosa di un grandissimo artista del cinema italiano, il quale in quella terra prediletta aveva anche stabilito di voler riposare per sempre.
