Poste italiane è alla conquista di Tim, la vecchia società ex monopolistica delle e nelle telecomunicazioni italiane. Dopo un trentennio di sbornia liber-privatistica, riappare qualche spirito pubblico e -finalmente- uno degli assi della conclamata sovranità digitale parrebbe prendere forma. Navigare nella memoria ci fa venire il magone e suscita un orrore simile a quello provocato a Lila Crane dalla vista in cantina della madre scheletrita di Norman Bates nel famoso Psyco di Alfred Hitchcock: l’allora Telecom fu messa all’incanto come ai saldi per racimolare un po’ di risorse. Ciò accadde nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando l’Italia doveva fare cassa per entrare nell’euro. Fu un salasso per un apparato tra i più delicati strategicamente e buttato nelle mani interessate di spagnoli, francesi, presunti capitani coraggiosi, fino ai fondi speculativi statunitensi. Diventò, appunto, uno scheletro. Dopo diversi lustri viene realizzato il capolavoro dello spezzatino, vale a dire l’assurda divisione tra la società della rete e quella dei contenuti. Tutto ciò mentre da Palazzo Chigi si invocava la «rete unica», accettando peraltro la coesistenza di Open Fiber e di FiberCop, società entrambe filiate dall’universo statuale. Ora si appalesa un meta gruppo integrato, forte di una capillarità di presenze sul territorio senza paragoni. Infatti, lo sguardo delle autorità antitrust si è già voltato verso le operazioni in corso. Comunque, fatti salvi i chiarimenti (del governo, mah) sulle strategie industriali e, in particolare, sulla volontà di riaprire pure la questione della rete fisica, si tratta di un passo avanti. Attenzione, però, a non farne due indietro, se si dovesse ridurre il tutto ad un’avventura finanziaria certamente voluta dal vertice delle Poste.Se davvero si intende toccare la trama nervosa della sovranità digitale e dal protagonismo necessario per sopravvivere nell’era delle intelligenze artificiali in un affollato Cloud che assomiglia
all’inferno più che il paradiso, allora serve un salto di immaginazione. Se l’Italia ha numerosi ritardi a causa dell’era pan-televisiva, nonché di scelte politiche e non mediali, come l’asservimento al polo di Berlusconi (conflitto di interessi, ormai rimosso) e la decisione di rendere il servizio pubblico una costola del governo, ora si rende indispensabile un doppio salto: non solo da analogico a digitale, bensì tra dittatura degli algoritmi e indipendenza cognitiva delle persone. Riusciranno i nostri eroi a compiere simile passaggio senza intaccare diritti e livelli occupazionali? Ecco uno dei temi – sottolineato dalla Cgil- da affrontare senza slogan o approcci di maniera. Si apre in tale contesto una straordinaria opportunità, vale a dire l’aggiunta di un posto a tavola, per Rai Way. La società delle torri trasmissive del polo pubblico sembra sempre a un passo dall’incontro operativo con l’omologo apparato di Mediaset Ei Towers. A parte la illegittimità di un’unione che porterebbe subito al cartellino rosso per pratiche anticoncorrenziali, c’è da chiedersi se non sia conveniente rompere il prolungato fidanzamento per trovare una casa grande e ricca di opportunità.
Se è vero che il concetto di rete si è ibridato, ecco che le torri trasmissive della radiotelevisione possono tornare utilissime. Sempre che non si limitino ai vecchi confini, ma si cimentino nella
costruzione di adeguati Data Center. Qui si gioca la partita della proprietà dei dati e qui si affronta dalla via maestra il nodo della funzione pubblica. Pubblica ha da essere la circolazione dei dati,
oggi preda di avvoltoi voraci costruiti dalle Big Tech. Insomma, Rai Way prenda una strada adeguata alla grande storia della casa madre nell’innovazione tecnologica. Si discuta nei luoghi giusti di simile opportunità. E la commissione parlamentare di vigilanza ritorni a dare indirizzi forti. Non si convoca per l’ostruzionismo della maggioranza? Allora se ne prenda atto e le opposizioni diano un segno di conflittualità. O Rai Way va regalata alla concorrenza? È la prova del nove. Prendere o lasciare.
