Giornalismo sotto attacco in Italia

Call for Lebanon: cosa sta accadendo in Libano e perché non possiamo ignorarlo

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Il Libano non può aspettare: Alessio Paoletti, fondatore di Call for Lebanon, racconta quattro anni a Beirut e perché non ha potuto girare la testa dall’altra parte

Sono oltre un milione i libanesi costretti a lasciare le proprie case dall’intensificarsi dei bombardamenti israeliani nel sud del paese. Quasi un quinto della popolazione, in un paese che già ospita il più alto numero di rifugiati al mondo in rapporto agli abitanti. Le strade di Beirut si sono riempite di tende, le scuole pubbliche di famiglie senza più niente. Marcoluigi Corsi, rappresentante dell’UNICEF in Libano, nella sua dichiarazione del 27 marzo al Palais des Nations di Ginevra ha riportato che sono 19.000 i bambini sfollati ogni giorno. In Libano si stimano oltre 1.300 morti a causa dei raid israeliani.

La strategia israeliana è la stessa già documentata a Gaza da Human Rights Watch: distruggere ospedali, scuole, infrastrutture per rendere il territorio invivibile. Si tratta di crimini di guerra: il diritto umanitario vieta gli sfollamenti forzati permanenti, ma qui le case vengono rase al suolo.

Il bilancio è devastante. Il 26 marzo scorso sono stati uccisi 47 libanesi mentre l’esercito israeliano avanzava nel sud del paese, in quella che le cronache internazionali descrivono come un’escalation senza sosta. Decine di operatori sanitari uccisi dall’inizio dei combattimenti.

A tutto questo si aggiunge il sistematico tentativo di cancellare le testimonianze: l’esercito israeliano ha deliberatamente ucciso tre giornalisti in Libano con missili di precisione, dopo averne già uccisi altri nelle settimane precedenti. Come a Gaza, si cerca di eliminare le voci che raccontano quello che accade.

Le testimonianze che ancora arrivano descrivono una situazione devastante. Alcune di quelle voci raggiungono direttamente Alessio Paoletti, fondatore dell’Associazione Call for Lebanon. Alessio ha vissuto e insegnato a Beirut dal 2012 al 2016, dove ha intrecciato legami umani profondi che ha cercato di mantenere vivi nel tempo. Da quell’esperienza e dai legami costruiti negli anni, al suo ritorno in Italia è nata nel 2024 l’Associazione Call for Lebanon, in risposta ai primi bombardamenti israeliani nel sud del paese e nell’area meridionale di Beirut.

Com’è stato vivere e insegnare a Beirut? Cosa ti ha lasciato quell’esperienza, sul piano umano?

È stato un periodo molto intenso della mia vita. L’insegnamento è stato una grande sfida, un impegno che alla fine si è rivelato molto stimolante: gli studenti erano intelligenti, gentili, generosi. Non ho imparato l’arabo, purtroppo, ma ho migliorato molto l’inglese e ancora di più il francese.

Cosa mi ha lasciato? Dubbi, contraddizioni, nostalgie, ricordi dolci e talvolta amari, e soprattutto legami profondi. Una visione di me stesso diversa, e una visione della vita diversa da prima. Vivere in Libano significa guardarsi dentro, mettersi alla prova, confrontarsi con parti di sé che magari erano rimaste inespresse.

Ci sono stati anche momenti difficili, persino estremi. Penso per esempio a quando mi hanno rapito — e ho fatto come James Bond, gettandomi dalla macchina in corsa. Ma nel complesso porto con me soprattutto ciò che ho ricevuto umanamente: memorie, sapori, affetti, il calore delle persone. I saluti, gli abbracci, le presenze inattese. Ogni giorno era un incontro. Anche la solitudine aveva un senso diverso, più autentico.

Che tipo di legami hai costruito lì, con colleghi e studenti?

Legami molto forti, che in alcuni casi sono diventati parte della mia famiglia. Una famiglia che oggi è divisa tra Beirut, Parigi e altri luoghi, ma che resta unita. Con Grégoire, che purtroppo è deceduto, avevo stretto un legame speciale. E poi Mazen, Reine, Danielle, Caecilia, Joseph, Ali, Rami, Gassam, Nabil, Joe, Aline, Jihad, Antoine, Cristina, Taline, Leon, Charber, Elie, Spiridon e tanti altri.

Con i colleghi i rapporti sono stati diversi, nel senso che talvolta erano un poco più formali come forse è naturale che sia. Ma anche in questo caso ci sono stati incontri importanti, persone di grande cultura e personalità, con cui ho condiviso momenti che restano vivi nella memoria.

Questi legami sono diventati anche un canale concreto di aiuto grazie all’Associazione Call for Lebanon. Come stanno le persone con cui sei rimasto in contatto?

Non stanno bene. C’è stanchezza, oppressione, una limitazione continua della libertà. E tutto questo colpisce persone di grande cultura, educazione e ricchezza umana. Non è facile per nessuno, anche per ragioni economiche molto concrete.

I giovani, in particolare, erano pieni di energia, vitalità, voglia di vivere. Vivevano intensamente, anche perché sapevano che il futuro era incerto. Oggi quella stessa energia si scontra con una realtà molto più dura.

Sono stati proprio loro (il loro sguardo, il loro atteggiamento verso gli altri, verso di me) a spingermi a fare qualcosa per il Libano. È nato da lì questo impegno: da un senso di riconoscenza, ma anche dal bisogno di non interrompere quei legami.

Riesci a comunicare con loro con continuità o la situazione rende difficili anche i contatti quotidiani?

Sì, sono in contatto con loro, con molti di loro continuamente. I libanesi hanno una grande capacità di mantenere le relazioni vive: rispondono, ci sono, anche quando le condizioni sono difficili.

Una parte della politica mondiale agisce enfatizzando le differenze religiose e culturali per le proprie mire predatorie. Il Libano è molto più vicino a noi di quanto percepiamo, eppure viene raccontato come lontano. Cosa vorresti che chi osserva da fuori capisse davvero della vita quotidiana oggi?

Oggi in libano la situazione vissuta dal popolo è tragica. Sarebbe lo stesso per chiunque si trovasse a vivere in quelle condizioni. La guerra distrugge tutto: vite, possibilità, futuro.

Molti giovani hanno lasciato e stanno lasciando il Libano, e questo ha conseguenze profonde sul paese. È una perdita enorme, umana e culturale.

Quello che vorrei si capisse è che il Medio Oriente non è lontano da noi. Quello che accade lì ci riguarda molto più di quanto pensiamo: è un laboratorio, un luogo in cui si anticipano dinamiche che poi si manifestano anche altrove.

Possiamo dire che “Call for Lebanon” sia una prosecuzione naturale di quei legami costruiti negli anni?

Sì, assolutamente. Nasce da quei legami, da quella riconoscenza, dal desiderio di dare continuità a qualcosa che non si è mai interrotto. Una parte della mia vita, e delle mie relazioni più importanti, è ancora lì.

Ma, a parte questo aspetto personale, direi che c’è necessità di esserci, non voltarsi, di agire, chiedere, provare a fare quello che potrebbe sembrare difficile, impossibile, inutile…e invece no, nulla è impossibile se ci siamo, ci facciamo forza e insieme avviamo qualcosa di utile agli altri, anche solo per la presenza se non per la sostanza economica che nel nostro caso è assai modesta purtroppo.

La vostra è una rete che porta aiuti diretti alle persone. Come funziona concretamente? A chi arrivano i fondi e in che modo vengono utilizzati?

Funziona in modo diretto. Qui, io e gli altri fondatori dell’associazione, ma anche chiunque voglia diffondere il messaggio, raccogliamo i fondi che siamo in grado di reperire attraverso donazioni dirette sul conto corrente intestato alla associazione oppure attraverso piccoli eventi che organizziamo nelle nostre case o altrove e, attraverso contatti fidati sul posto, individuiamo le situazioni di maggiore necessità. Insieme decidiamo come intervenire, caso per caso.

Le donazioni arrivano così direttamente a persone che vivono condizioni di difficoltà perché sfollate a causa della guerra in corso. È un processo semplice, ma basato su relazioni di fiducia che garantiscono l’uso appropriato di ogni risorsa raccolta.

Noi siamo tutti volontari, l’associazione a sede a casa mia e non abbiamo spese se non quelle imposte dalla Banca, quali per la tenuta del conto corrente e le commissioni bancarie per effettuare i trasferimenti di denaro in Libano.

In che modo si può sostenere il vostro lavoro e contribuire in maniera concreta?

Il modo più semplice è contribuire, fare donazioni in denaro tramite il codice IBAN dell’associazione, ovvero anche tramite la donazione del 5×1000 in occasione della dichiarazione dei redditi annuali.

 

Infatti, l’associazione Call for Lebanon ODV è iscritta al RUNTS (dal 10.02.2025 numero adozione 2414) che sarebbe il registro unico nazionale del terzo settore e essendo dotata di codice fiscale è autorizzata a ricevere le donazioni del 5×1000 come definito per legge.

Quello che spesso accade, però, è che l’attenzione iniziale si esaurisce in fretta: si passa ad altro, si dimentica e non si agisce. Non sempre per indifferenza, ma anche perché ciò che accade sembra lontano e difficile da comprendere fino in fondo.

E invece non è lontano. Riguarda tutti noi, molto più di quanto immaginiamo.

Il Libano non può essere l’ennesima crisi che accende per un momento l’attenzione e poi svanisce dallo schermo. L’aggressione dell’esercito israeliano è continua. Seguire quello che accade è già un atto di resistenza contro l’indifferenza.

L’Organizzazione di Volontariato Call for Lebanon funziona in modo semplice e diretto: i contributi arrivano senza intermediari nelle mani di chi ne ha bisogno oggi, non domani.

Chi può doni, sparga la voce. Ogni donazione arriva dove serve.

IBAN: IT69T0538702801000004307044 Banca: BPER Banca Intestato a: Associazione Call for Lebanon ODV

È possibile donare il 5×1000 al codice fiscale 94335380484.


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