Il 22 e 23 marzo, il popolo italiano – chiamato a votare in ordine al referendum confermativo della legge costituzionale di riforma della magistratura – ha, votando NO, sconfitto un pericoloso, insidioso disegno autoritario del governo tendente ad alterare l’assetto democratico così come delineato dalla Costituzione Repubblicana antifascista: i cittadini hanno perfettamente compreso che il vero obiettivo era quello di indebolire l’azione della magistratura nella sua funzione di controllo, di legalità nei confronti dei pubblici poteri incidendo sulla sua possibilità di azione autonoma e indipendente, per poi assoggettare all’esecutivo l’ordine giudiziario, unico organo in grado di vanificare, legittimamente, provvedimenti dell’esecutivo illegali, abusivi, autoritari.
Il popolo ha voluto punire anche l’arroganza dell’esecutivo e dei partiti di maggioranza che hanno demagogicamente blindata la riforma con una procedura che non ha precedenti: si è deciso di modificare la Parte II, titolo IV della Carta costituzionale (ben 7 articoli) – frutto di un intenso dibattito in seno all’Assemblea Costituente – respingendo, con “voto bloccato”, a priori, qualsiasi emendamento, qualsiasi modifica – (laddove le modifiche alla Legge fondamentale devono avvenire in modo condiviso tra le forze politiche dopo ampia discussione parlamentare aperta e plurima) – così dimostrando quale concezione della democrazia e dello Stato di diritto abbia la attuale maggioranza parlamentare.
I cittadini hanno voluto punire l’arroganza del governo anche là dove l’esecutivo – ed, in particolare, la premier Meloni ed il ministro della Giustizia Nordio – è entrato in maniera massiccia nella competizione referendaria mentre avrebbe dovuto mantenersi neutrale. Il capo del governo è entrata a gamba tesa nella campagna referendaria sia con un lungo spot sui social (ben 13 minuti) sia con una serie continua di interventi in manifestazioni e in TV nei quali accusa gli oppositori della riforma di usare “slogan e informazioni parziali e distorte”, laddove, invece, queste definizioni si adattano perfettamente alle continue filippiche della premier, stracolme di affermazioni false, o volutamente distorte, o autentiche fandonie, quali, da ultimo: “i giudici non ci lasciano governare …. Il NO porterebbe a magistrati ancor più negligenti, decisioni ancor più surreali sulla pelle dei cittadini che incideranno sulla vostra vita ogni giorno: immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà”.
A sua volta, il ministro di Giustizia ha girato tutta l’Italia, con un elicottero della guardia di finanza (e, quindi, a spese dell’erario) per propagandare la riforma in tutte le più grandi città italiane. L’elettorato ha voluto, così, punire una grave scorrettezza istituzionale ricordando ai protervi membri dell’esecutivo quanto sosteneva il grande giurista Piero Calamandrei il quale riteneva inopportuna la partecipazione attiva del governo nella fase di revisione costituzionale suggerendo che l’esecutivo deve garantire una informazione neutrale anziché fare campagna elettorale. Avrebbero dovuto ricordare questi arroganti esponenti dell’esecutivo che il governo, in quanto organo rappresentativo di tutti i cittadini, deve garantire imparzialità nei referendum costituzionali che sono strumenti di democrazia diretta per esprimere la volontà popolare. Nel caso in esame vi è stata, invece, una grave ingerenza governativa al fine di influenzare impropriamente l’elettorato, muovendo continuamente gravi, infondate, accuse e pesanti attacchi nei confronti dei magistrati giungendo persino ad attaccare i vertici della magistratura quali il C.S.M. e la Corte di Cassazione.
Il popolo ha voluto anche punire la menzogna del governo ed, in particolare, della premier che ha, in maniera subdola, tentato di ingannare i cittadini prospettando come la legge fosse una “Riforma della Giustizia” per essere essa finalizzata a far sì che la giustizia “fosse più efficiente e più rapida”.
Si è trattata di una vera e propria fake news perché la riforma non risolveva neanche in minima parte i problemi della giustizia intesa come servizio per i cittadini ed, in particolare, non incideva sulla grave patologia della lungaggine dei processi.
Ed è, proprio, su questo che doveva intervenire, e dovrà intervenire, una riforma la quale deve portare beneficio, miglioramento rispetto a quello che è il male endemico della giustizia e, cioè, la scandalosa durata dei processi, (con la rilevante, altrettanto scandalosa, ecatombe dei processi per prescrizione), che impone un serio intervento: a) sulla ormai secolare, strutturale, carenza di organico dei magistrati e del personale di cancelleria e ausiliario; b) su un farraginoso, inceppato, perverso funzionamento del processo penale (codice Vassalli), all’epoca sciaguratamente ispirato, in buona parte, al modello del processo accusatorio anglosassone, estraneo alla cultura giuridica italiana, processo che: a) ha eliminato la figura efficiente, imparziale e indipendente del giudice istruttore (che andrebbe ripristinata; b) ha trasmesso tutti i poteri istruttori in capo ad un unico organo: il P.M., incapace da solo a far fronte, con celerità, a tutte le inchieste; c) ha introdotto l’inutile e dannosa udienza preliminare (che andrebbe immediatamente eliminata) che rappresenta la vera strozzatura dei processi penali rallentando di molto la loro definizione.
Alla stessa stregua sarà necessario abrogare quel mostro giuridico rappresentato dalla “Riforma Cartabia” che ha: a) introdotto l’abnormità giuridica della “improcedibilità del processo”; b) introdotto l’udienza predibattimentale per i reati a citazione diretta determinando seri ritardi anche nella definizione di tali processi; c) ridotto al minimo i passaggi dei magistrati da una funzione all’altra.
Occorrerà, quindi, percorrere una strada totalmente opposta: in particolare, e da subito, adottare una normativa che, non solo elimini i paletti che ostacolano o impediscono il passaggio tra le funzioni, quanto obblighi tutti i magistrati a svolgere, per almeno dieci anni, funzioni giurisdizionali, impedendo, così, attraverso l’indispensabile cultura della giurisdizione, impedire che il magistrato diventi un P.M. a forte vocazione colpevolista.
