Giornalismo sotto attacco in Italia

Giornata contro le mafie: genesi e metamorfosi di Cosa Nostra

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GIORNATA CONTRO LE MAFIE: GENESI E METAMORFOSI DI COSA NOSTRA

Per quasi un secolo, l’Italia ha considerato la mafia un’invenzione letteraria o un tratto pittoresco del carattere siciliano. Quando nel 1961 Leonardo Sciascia pubblicò Il giorno della civetta, ruppe un tabù: descrisse un sistema di potere organico. Il mondo politico e religioso reagì con sdegno; il cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, accusò lo scrittore di infangare l’isola: non si limitò a una critica verbale, ma mise nero su bianco la sua posizione in una celebre lettera pastorale intitolata Il vero volto della Sicilia, pubblicata per la Pasqua del 1964, le sue parole testuali puntavano a dipingere la mafia come un’invenzione dei media e della letteratura per scopi politici. Eppure, Sciascia stava solo dando forma a una realtà documentata e raccontata letterariamente già all’alba dell’Unità d’Italia.

L’attore e autore drammatico siciliano Giuseppe Rizzotto già nel 1863 aveva scritto un’opera teatrale, I mafiusi di la Vicaria, nella quale per primo aveva impiegato il termine “mafia” nel linguaggio comune, descrivendo gerarchie e codici dei criminali nel carcere di Palermo. L’anno successivo, Niccolò Turrisi Colonna, nobile e politico siciliano, aveva pubblicato il saggio Sulla sicurezza pubblica in Sicilia, in cui denunciava l’esistenza di una “setta di ladri e malandrini” con protezioni politiche, anticipando di quasi un secolo le analisi moderne. Emanuele Notarbartolo, marchese ex sindaco di Palermo e direttore del Banco di Sicilia, nel 1893 era stato il primo morto ammazzato “eccellente” della mafia: fu ucciso con ventisette colpi di pugnale durante il tragitto in treno tra Termini Imerese e Trabia. Gli esecutori erano due soggetti minori legati alla mafia siciliana, ma il mandante dell’assassinio fu riconosciuto il deputato nazionale e membro del consiglio d’amministrazione del Banco di Sicilia Raffaele Palizzolo, anche se poi la condanna di Bologna fu annullata in secondo grado a Firenze. Tuttavia il caso aveva fatto emergere per la prima volta a livello nazionale i legami tra mafia e alta politica.

Con I pugnalatori (1976), Sciascia tornò indietro all’anno successivo alla proclamazione del Regno d’Italia per dimostrare come il crimine organizzato fosse, fin dalle origini, uno strumento di “strategia della tensione” politica: il libro di Sciascia non è un romanzo di finzione ma un’inchiesta storica (o saggio narrativo) che ricostruisce un episodio avvenuto a Palermo nel 1862, quindi circa trent’anni prima dell’omicidio Notarbartolo. In una sola notte d’ottobre, tredici persone furono pugnalate contemporaneamente in vari punti della città da sicari apparentemente senza legame tra loro. Lo scrittore utilizza questo episodio come “precedente genetico” per spiegare come la mafia e i poteri occulti, l’aristocrazia, il clero e la politica, già all’epoca collaborassero per destabilizzare lo Stato.

Fu tra il 1898 e il 1900, che il questore Ermanno Sangiorgi, ben prima delle rivelazioni di Tommaso Buscetta, riuscì a mappare l’organizzazione nei suoi dettagli firmando un rapporto monumentale che descrive riti di iniziazione, gerarchie e “mandamenti”. Purtroppo quel rapporto finì nel dimenticatoio perché Sangiorgi puntò ai “piani alti”, scontrandosi con i notabili che garantivano impunità in cambio di voti. Uno dei maggiori studiosi del Rapporto Sangiorgi è stato Umberto Santino, uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno mafioso in Italia, che ha rivoluzionato l’analisi della criminalità organizzata introducendo il concetto di “paradigma del complesso politico-mafioso”. E’ stato lui a “riscoprire” e analizzare l’inchiesta di Sangiorgi. Salvatore Lupo, storico di riferimento, nei suoi saggi (come Storia della mafia) ha tracciato l’evoluzione dei clan, evidenziando come alcune dinastie (ad esempio i Greco di Ciaculli) rappresentino una “consolidata tradizione storica” che attraversa tutto il Novecento. È agghiacciante notare come esista una precisa sovrapposizione e continuità storica dal 1892 ad oggi: i mandamenti di San Lorenzo, Noce o Passo di Rigano individuati da Sangiorgi sono gli stessi che oggi la DIA tiene sotto controllo.

In cosa si fonda la genesi della mafia? Essa trae origine dal patto insediatosi nella Sicilia rurale fino all’inizio dell’Ottocento tra l’aristocrazia e i cosiddetti “gabelloti”, cioè figure chiave che agivano come intermediari. In quel periodo, i nobili delegavano la gestione dei feudi a questi intermediari rudi e violenti: i futuri boss mafiosi. Con l’Unità d’Italia, l’aristocrazia applicò la massima gattopardesca del “tutto cambi affinché tutto resti come prima”. I gabelloti divennero i loro “grandi elettori” e la mafia il braccio armato di una classe dirigente che infiltrava i tribunali, le prefetture e allungava i suoi tentacoli in tutta la società civile. Con lo sbarco alleato in Sicilia questo potere colmò il vuoto lasciato dal collasso del regime fascista e ricevette una sorta di legittimazione, a volte palese, a volte occulta, da parte degli Alleati per il sostegno fornito loro durante lo sbarco con l’appoggio della mafia statunitense. Nel dopoguerra, esso passò dai feudi al cemento delle città (“Il Sacco di Palermo”), nutrendosi della connivenza di una Chiesa e di una Democrazia Cristiana che, in chiave anticomunista, vedevano nei boss dei “garanti dell’ordine”.

Il consenso di cui ha goduto la mafia per decenni non è nato da un’allucinazione collettiva, ma da un incastro tra assenza dello Stato, efficienza criminale e tradizione culturale. Per secoli, dalla dominazione borbonica ai primi decenni dell’Unità d’Italia, lo Stato è stato percepito come un esattore di tasse o una forza di occupazione lontana. La mafia si è inserita in questo vuoto offrendo una giustizia parallela: se ti rubavano il bestiame, il “capoclan” te lo faceva riavere in 24 ore, mentre una denuncia ai Carabinieri portava solo scartoffie e ritorsioni. Le famiglie del capoclan o dei loro sottoposti erano percepite come rappresentati la signoria locale, capace di dare o togliere lavoro, dare o togliere autorizzazioni per qualsiasi opera o impresa dovesse intraprendersi, dare o togliere l’assenso o il patrocinio a manifestazioni civili o religiose. In un’economia agricola povera, il mafioso era l’unico che poteva sbloccare un intoppo burocratico o di finanziamento, o risolvere una lite per i confini, l’acqua o le materie prime. Questa “intermediazione parassitaria” veniva scambiata per benevolenza e generosità. Paradossalmente, nelle zone controllate da questi boss, la microcriminalità (scippi, furti, stupri) era quasi inesistente. Il mafioso imponeva un ordine ferreo perché il disordine attirava le forze di polizia e disturbava i suoi affari. Questo visibile ed efficace controllo del territorio creava l’illusione di una protezione dei deboli, che in realtà era solo tutela dei propri interessi mafiosi, alimentando e mantenendo l’omertà.

E’ da notare che fino al 1984 lo Stato e l’opinione pubblica in Italia avevano utilizzato il termine generico “mafia” per definire il fenomeno, ma fu il pentito Tommaso Buscetta a spiegare al giudice Giovanni Falcone che gli affiliati non usavano mai quella parola (ritenuta un’invenzione letteraria), chiamando la propria organizzazione col termine “Cosa Nostra” coniato nel 1931 negli Stati Uniti dal “capo di tutti i capi” Salvatore Maranzano e dagli immigrati siciliani per distinguere la propria organizzazione dalle altre bande criminali (come ad esempio la Mano Nera). Era stato il mafioso americano Joseph Valachi, nel corso della sua audizione davanti al Senato degli Stati Uniti, a rivelare al mondo per la prima volta questo termine, che tuttavia in seguito era rimasto confinato agli esperti o considerato un fenomeno esclusivamente americano. Infatti, nei suoi romanzi Mario Puzo, e in particolare ne Il Padrino, dove c’è un mix affascinante di realtà storica documentata e mitizzazione letteraria, non utilizzò mai il termine “Cosa Nostra”, sebbene riuscisse a intuire dinamiche che sarebbero state confermate solo anni dopo (la struttura a “famiglie”, i personaggi ispirati a personaggi reali, la Commissione, l’ostilità – iniziale – ai narcotici). Fu solo con l’inizio del Maxiprocesso, che Buscetta estese questa autodefinizione anche all’organizzazione operante in Sicilia. Da quel momento, “Cosa Nostra” è diventato il nome tecnico e ufficiale per indicare specificamente la mafia siciliana.

Il punto di rottura avvenne tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 con l’ascesa dei Corleonesi di Totò Riina. Non fu solo un cambio al vertice, ma una mutazione antropologica. La mafia in doppio petto, pacioccona, ammantata di valori religiosi e morali, la mafia di “mediazione” scomparve lasciando il posto a una macchina da guerra.

Mentre negli Stati Uniti, negli anni ’50 e ’60, molti giudici e procuratori locali (specialmente a New York e nel New Jersey) erano effettivamente a libro paga della mafia, rendendo la violenza inutile poiché l’impunità era già garantita dal denaro, in Italia quando magistrati come Falcone e Borsellino hanno rotto il sistema di impunità con il Maxiprocesso, la mafia ha risposto con le stragi non solo per vendetta, ma come atto di guerra politica per costringere lo Stato a scendere a patti. Non che in Italia non esistessero giudici corrotti, ma a differenza dagli Stati Uniti, la magistratura italiana gode di un’indipendenza costituzionale molto forte dal potere politico e quando un gruppo di magistrati “incorruttibili” iniziò a colpire i vertici, Cosa Nostra ha perso il controllo del sistema legale e ha trasformato la sua strategia in “macchina da guerra”.

Palermo si trasformò in una città mediorientale: le strade divennero scenari di guerra urbana dove il crepitio del Kalashnikov AK-47 sostituì il fucile da caccia a canne mozze del picciotto rurale, la vecchia lupara. La cronaca restituiva immagini di una “Palermo come Beirut”: auto-bombe e cadaveri sull’asfalto ogni giorno. I Corleonesi introdussero la ferocia delle vendette dirette e trasversali, sequestrando, facendo sparire nel cemento parenti innocenti dei collaboratori di giustizia e addirittura sciogliendo i loro figli nell’acido per intimidire e annientare gli avversari.

Il salto di qualità avvenne il 29 luglio 1983 con la strage di via Pipitone Federico: una Fiat 126 imbottita di tritolo uccise il magistrato Rocco Chinnici. Fu la prima autobomba contro un obiettivo eccellente, un atto che sventrò un intero palazzo e scioccò la nazione. Questa strategia del tritolo, perfezionata con esplosivi militari, culminò nel 1992 con le stragi di Capaci e Via D’Amelio, dove furono sterminati Falcone e Borsellino. La sfida si spostò poi nel “continente” nel 1993, con le bombe a Firenze, Milano e Roma, colpendo musei e chiese per ricattare le istituzioni.

Oggi il velo è squarciato. La mafia non è mai stata una “giustizia dei poveri” o un codice d’onore cavalleresco, ma un’organizzazione parassitaria che ha usato il sangue e il tradimento per conservare il potere. L’uso delle armi da guerra e delle bombe ha rimosso ogni residuo di consenso romantico. La storia di Cosa Nostra è la parabola di un’entità passata dall’ombra del feudo alla luce accecante delle esplosioni, svelando un volto criminale che nessuna retorica potrà mai più nascondere. Tuttavia, anche se oggi la mafia non spara quasi più, essa non è diventata meno pericolosa: è tornata a essere “sommersa”, preferendo il business alla violenza. Per evitare che il fenomeno riprenda il controllo totale, la società civile deve agire su tre fronti concreti. Rompere l’economia del favore: La mafia prospera dove i diritti (un lavoro, una licenza, una prestazione sanitaria) vengono trasformati in “favori” elargiti dal potente di turno. La società civile deve pretendere trasparenza e meritocrazia nella pubblica amministrazione: meno burocrazia opaca significa meno spazio per la mediazione mafiosa. Sostenere le imprese che dicono no al pizzo (cioè alla tangente, come il circuito Addiopizzo) e acquistare i prodotti delle cooperative che lavorano sulle terre confiscate ai boss (come Libera Terra). Colpire il patrimonio è l’unico modo per depotenziare realmente i mandamenti storici di cui abbiamo parlato. La mafia si batte togliendole adepti che fanno per lei il lavoro sporco, cioè la “manovalanza”, come insegnava Don Pino Puglisi. Nei quartieri degradati dobbiamo investire in scuole aperte anche il pomeriggio, in centri sportivi e biblioteche: se un ragazzo cessa di vede nello Stato un nemico ma un’opportunità, il “mito” dell’uomo d’onore entra in crisi e può cominciare a non attecchire. Ma non dimentichiamo che oggi la mafia siede nei consigli d’amministrazione e usa prestanome insospettabili per riciclare denaro nei settori delle energie rinnovabili, del ciclo dei rifiuti e degli appalti comunitari: su questo aspetto occorre non abbassare la guardia, e fare in modo che la nostra società e noi stessi impariamo a “camminare sulle strisce” anche quando il vigile non è presente.


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