Giornalismo sotto attacco in Italia

Ricordando Ezio D’Errico, pioniere del giornalismo di massa

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Il 19 aprile del 1972 moriva a Roma nella sua abitazione di via Isonzo, solo e dimenticato da tutti, una delle figure più brillanti della cultura italiana: Ezio d’Errico. Talento poliedrico senza limiti, definito da Andrea Camilleri “genio rinascimentale”. Pittore, insegnante di grafica, giornalista, romanziere, autore di oltre 30 libri di cui 24 per Mondadori, 32 radiodrammi per la Rai (la TV ancora non c’era), sceneggiatore di sette film, commediografo prestigioso.

Nel 1953 Strehler mette in scena al piccolo teatro di Milano “La sei giorni” e poi “Best seller”. Vince il premio Napoli con “Le forze.”, il premio Riccione con “L’assedio”, il premio Istituto Dramma Italiano con “La donna di cuori”.

“Tempo di cavallette”, “Best seller” e “Il formicaio” ottengono un successo internazionale venendo rappresentati in Germania, Inghilterra, Francia, Austria e America del sud. È paragonato dalla critica a Brecht, Wilder, Beckett e Pirandello.

d’Errico nacque ad Agrigento il 5 luglio 1892. Figlio di un alto ufficiale dei carabinieri intraprese anche lui la stessa carriera arrivando al grado di maggiore. Poi, insofferente del rigore e della ferrea disciplina dell’arma si dimise.

Desiderando esternare le sue crescenti pulsioni artistiche iniziò a eseguire pitture ed acqueforti che espose a Torino e Milano in gallerie prestigiose ricevendone apprezzamenti lusinghieri.

È allora che decise di trasferirsi a Parigi, all’epoca centro europeo di una nuova rivoluzione artistica. Quel diverso modo di interpretare l’arte pittorica da parte di Picasso, Chagall, Mirò, lo avvinse.

Rientrato in Italia espose con lusinghiero successo sue opere in galleria di Milano e Torino fermandosi qualche tempo in quest’ultima città insegnando grafica. Poi si stabilì definitivamente a Roma.

Conobbi d’Errico nel 1946.

I disagi della guerra perduta non erano purtroppo superati. Nel paese, occupato dagli alleati americani, regnavano ancora disoccupazione e difficoltà. A Roma il potere amministrativo era nelle mani del tenente colonnello Charles Poletti, ex governatore di New York. Su uno degli alti muraglioni che nel cuore di Roma corrono lungo il Tevere, una enorme scritta reclamava: “Colonnello Poletti, meno chiacchiere e più spaghetti”.

In quegli anni frequentavo la facoltà di architettura e disegnavo fumetti per una rivista giovanile: “Giramondo”. A d’Errico – attento ad ogni tipo di pubblicazione – piacevano quei miei disegni. Aveva anche saputo dal direttore di quel periodico, suo amico, di un mio periodo di esperienza nella redazione del settimanale “La domenica del popolo” diretta da Virgilio Lilli.

Aveva intenzione, d’accordo con il suo editore De Fonseca, di far uscire in edicola un quotidiano – intitolato “Lungotevere” – che avrei dovuto dirigere, in cui soprattutto la cronaca nera sarebbe apparsa con ricostruzioni illustrate. Mi fece fare un menabò di prova che approvò.

Il permesso per importare la carta necessaria, che dipendeva dagli alleati, non arrivò e il giornale non vide mai la luce. d’Errico dirigeva allora il settimanale “Crimen”, la cui tiratura era in continuo aumento. In quegli anni, i tristi avvenimenti delittuosi erano seguiti con grande interesse. Il gobbo del Quarticciolo, Rina Fort, il bandito Salvatore Giuliano, i delitti Loverso e Graziosi, i misfatti di Leonarda Cianciulli la saponificatrice, appassionavano l’opinione pubblica.

In quel periodo, purtroppo di inutile attesa, frequentavo l’abitazione di d’Errico in via Livorno. A volte rimanevo a cena da lui, poi insieme portavamo a spasso lungo il terrapieno che correva a fianco della ferrovia in fondo alla strada in cui abitava, i suoi bulldog francesi Ciccio e Guappo.

D’Errico mi raccontava episodi della sua vita: la prima guerra in trincea, la caccia ai briganti in Calabria nel periodo di militanza nei carabinieri e anche una missione in Russia con una delegazione dell’arma e l’incontro con lo zar Nicola II e la zarina Alexandra Fedorovna ma soprattutto interessanti momenti della sua vita bohemienne a Parigi.

Frutto di una sua intuizione, nacque in quel periodo il “fotoromanzo”, una nuova concezione di settimanale femminile che rapidamente si diffuse con successo in tanti paesi.

Come avvenne, lo raccontò lui stesso in un breve più riepilogo della sua vita scritto due mesi prima di morire.

“Un giorno de Fonseca mi disse che insieme al suo socio Rizzoli avrebbe pubblicato volentieri un settimanale a fumetti tipo “Grand hotel”. Aspirazione comprensibile se si pensa che quel periodico tirava sulle 600.000 copie settimanali. Ma c’era una difficoltà: gli unici disegnatori capaci a realizzare quei fumetti erano a Milano. Piuttosto, gli dissi, perché non proviamo a sostituire i disegni con le fotografie? Giorgio de Fonseca mi guardò dubbioso: “Credo che non sia la stessa cosa, il pubblico è abituato ai disegni”:

“Si abituerà alle fotografie”, ribattei. “Anzi: avremo un vantaggio. Mentre la protagonista di un fumetto disegnato non esiste, l’eroina di un fotoromanzo fotografico sarà una donna vera alla quale giungeranno migliaia di lettere di ammiratori”.

Preparai un menabò fotografico e proposi una dozzina di titoli. Mentre De Fonseca non sapeva decidersi, lo sguardo della sua segretaria errava oltre la finestra e nel crepuscolo lesse la pubblicità luminosa di un profumo chiamato “sogno”. Perché non lo chiamate sogno?, disse la ragazza. Il settimanale uscì con il titolo “Il mio sogno”, diventato in seguito semplicemente “Sogno”. Tra le prime ragazze invitate a interpretare le storie furono scelte due comparse di Cinecittà: Sofia Scicolone (diventata poi Loren) e Gina Lollobrigida.

La situazione nel paese rimaneva precaria. Prevedevo ancora anni difficili. Così, da un giorno all’altro, decisi di emigrare in Sudamerica. Me ne andai in Argentina dove avevo degli amici. Portai con me, tra le altre cose, due testi delle commedie d’Errico: “La sei giorni” e “Un amante in città”. Entrambe furono poi rappresentate con successo in un teatro di Buenos Aires.

Quando tornai in Italia la prima volta, alla fine degli anni Cinquanta e lo andai a trovare, mi accolse con affetto e riconoscenza.

Lo trovai invecchiato e avvilito. A fargli compagnia non c’erano più Ciccio e Guappo ma Strombolicchio, sempre un bulldog francese donatogli da Rossellini per un suo amichevole intervento nel film “Stromboli” con Ingrid Bergman.

Dopo 25 anni dalla sua scomparsa un postumo riconoscimento certamente non all’altezza della sua figura, unica nel nostro panorama giornalistico. Una delibera della giunta comunale di Roma numero 5209 del 28/11/1997 gli assegnava ad un tratto di strada della zona periferica della Storta, aldilà del raccordo anulare di Roma. Sbagliando anche il nome e la didascalia: Ezio del Rico 1892-1972 attore teatrale.  Una sgradevole beffa.

 


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