Giornalismo sotto attacco in Italia

C’era una volta Repubblica – Intervista con Franco Recanatesi

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Cinquant’anni di Repubblica, con tanta nostalgia e un certo dolore. Nostalgia per lo straordinario quotidiano che fu, fondato e diretto da Eugenio Scalfari; dolore per ciò che ha smesso da tempo di essere, diciamo nell’ultimo decennio, per quanto vada riconosciuto a Mario Orfeo il merito di aver provato a rimettere in carreggiata una testata che ha segnato l’immaginario di almeno quattro generazioni.
Franco Recanatesi della “Repubblica scalfariana” ne è stato uno dei simboli e delle colonne portanti, al punto che ha descritto quell’esperienza in un memoir intitolato “La mattina andavamo in piazza Indipendenza”, pubblicato da Cairo nel 2016 con prefazione di Eugenio Scalfari. Gran parte di quel mondo, purtroppo, non esiste più, come non esistono più le file la domenica mattina davanti alle edicole per leggere l’editoriale del direttore o addirittura le corse all’edicola di piazza San Silvestro, aperta anche di notte, dove l’acquisto del quotidiano faceva il paio con quello del cornetto. Addio, insomma, a una comunità che ha avuto successo perché non si è limitata a raccontare il paese ma ha provato a cambiarlo, a immaginare un’Italia diversa e migliore, a costruire una sinistra laica, aperta e liberal-socialista: una sinistra in parte berlingueriana (memorabile l’intervista rilasciata dal segretario del PCI a Scalfari sulla “questione morale”), in parte demitiana (anche in funzione anti-Craxi) e in parte nel solco dell’azionismo di Parri e Gobetti, di Emilio Lussu e del gruppo del Mondo di Pannunzio, cui non a caso il fondatore dedicò un famosissimo memoir che già dal titolo, “La sera andavamo in via Veneto”, costituiva un programma editoriale e politico.
Repubblica: il giornale-partito sul quale almeno una volta ciascuno di noi ha sognato di poter scrivere, e qualcuno ce l’ha anche fatta. Il giornale di Bocca e di Pansa, di Scalfari e di Berselli, di Arbasino e di Natalia Aspesi, di Ezio Mauro e di Umberto Eco; il primo grande quotidiano con appartenenza nazionale e non cittadina, capace di forgiare una collettività e identificarsi con essa, al punto che spesso si diceva che la sinistra italiana si lasciasse dettare la linea dai suoi editoriali, e in parte, forse, era anche vero.
Cosa resta oggi di questa meraviglia? Ben poco, ribadiamo: quattro direttori in sei anni – chi meglio, chi peggio o anche molto peggio – e una cessione imminente a un magnate greco di idee trumpiane ci costringono a temere il declino. Consentiteci, dunque, di coltivare quanto meno la memoria, l’aneddotica e la nostalgia insieme al nostro amico Franco, demiurgo di un’idea che almeno nel nostro cuore e nei nostri sogni resterà per sempre.
La fotografia è tratta dalla pagina Facebook di Emilio Piervincenzi.

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