Da giorni si discute del nuovo pacchetto legislativo della Lega, ribattezzato “legge antimaranza”. Al centro, una proposta che colpisce più di tutte: un test di integrazione obbligatorio per i figli di seconda generazione che, al compimento dei diciotto anni, vogliano ottenere la cittadinanza italiana. Una misura che chiaramente non nasce per risolvere un problema reale, ma per trasformarlo, ancora una volta, in un totem identitario.
Questa norma non solo non affronta il fenomeno che dichiara di voler contrastare, ma rischia concretamente di alimentarlo. Il tema della devianza giovanile – baby gang, violenze e microcriminalità – è serissimo e va condannato senza ambiguità. Tuttavia, confonderlo con un problema di cittadinanza significa manipolare la realtà per adattarla a una narrazione politica che non produce alcuna soluzione.
La devianza non nasce dall’origine etnica, ma dall’assenza di opportunità. Si sviluppa nelle periferie dove lo Stato arriva tardi e male, nelle scuole che avrebbero bisogno di più educatori e invece ricevono solo tagli, nei quartieri lasciati a sé stessi per anni. Eppure, davanti a tutto questo, la politica continua a distogliere lo sguardo: invece di interrogarsi sulle cause profonde, preferisce spostare il problema su un terreno identitario, trasformando il disagio sociale in un bersaglio simbolico comodo e immediato.
Ed è proprio qui che il dibattito sulla cittadinanza viene sistematicamente piegato a convenienza. Ciclicamente, diventa il modo più rapido per eludere le questioni strutturali: la mancanza di politiche sociali serie, l’assenza di un investimento educativo adeguato, il vuoto di un modello di integrazione stabile e credibile.
Il test proposto dalla Lega non è una semplice norma: è un messaggio politico che dice “Voi non appartenete”. Non è una barriera burocratica, è una barriera identitaria. Non serve a valutare competenze, ma a marcare un confine. Una misura che nasce già fragile, perché pretende di mettere alla prova l’appartenenza di ragazzi che questo Paese lo vivono ogni giorno: parlano il dialetto del quartiere, crescono con Sanremo, tifano per la Serie A, studiano la Costituzione e spesso imparano l’italiano prima e a volte meglio della lingua dei loro genitori.
Permettetemi, inoltre, di dire qualcosa che nei talk show non si dice e sui giornali non compare.
Noi figli di seconda generazione, quelli che si vorrebbero mettere “alla prova”, nello Stato ci siamo dentro da sempre. Non per virtù, ma per necessità.
Perché in un Paese in cui le politiche di integrazione mancano, siamo noi a fare da ponte tra le nostre famiglie e la burocrazia italiana.
Siamo noi che a quindici-sedici anni compiliamo moduli, traduciamo lettere dell’INPS ai nostri genitori, facciamo file ai patronati, alle agenzie delle entrate, alle questure.
Siamo cresciuti dentro le procedure, dentro le norme, dentro gli uffici pubblici.
Un’integrazione reale, quotidiana, concreta, che però resta invisibile: nessuna legge la riconosce, nessuna propaganda la racconta.
C’è, infine, un dato che nel dibattito viene sistematicamente ignorato: l’Italia non sta vivendo una crisi immigratoria, come spesso si vuole far credere.
Sta vivendo una crisi di emigrazione, infatti secondo i dati del CNEL, nel 2024 hanno lasciato il Paese 198 mila persone, di cui 75 mila giovani. Sono competenze, innovazione, capitale umano: tutto ciò di cui l’Italia avrebbe disperatamente bisogno.
Eppure, invece di lavorare per trattenere i giovani, italiani o figli di immigrati che siano, si presenta una norma che produce ancora più incertezza, soprattutto tra chi in questo Paese ci vorrebbe restare, contribuendo a costruire qualcosa di solido e duraturo. È l’ennesima scelta miope davanti a un problema molto più profondo di come viene raccontato.
E allora una cosa va detta con chiarezza: questa proposta non è una misura di sicurezza. Non ridurrà il fenomeno delle baby gang, non fermerà la devianza, non renderà le nostre strade più sicure. Farà solo ciò per cui è stata immaginata: produrre consenso momentaneo, lasciando intatti i problemi reali.
Perché un Paese che chiede ai suoi giovani di dimostrare continuamente chi sono è un Paese che costruisce diffidenza, non appartenenza.
Un Paese che trasforma l’integrazione in un ostacolo e l’identità in un sospetto non fa ordine: crea nuove marginalità.
E una politica che alimenta quelle marginalità, invece di ridurle, dovrebbe almeno avere il coraggio di chiedersi se non sia proprio così che si genera il disagio che poi si finge di voler combattere.
