Giornalismo sotto attacco in Italia

Ranucci e la pista albanese: poteva andare peggio!

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Diverse testate main stream hanno cominciato a mettere in relazione la bomba scoppiata davanti alla casa di Sigfrido Ranucci con la famigerata “pista albanese” del narcotraffico, soprattutto grazie al clamoroso arresto di Altin Simonati ad Abu Dhabi, di cui si parla ovunque.

Tutto sommato poteva andare peggio: Ranucci per ora si è evitato la “pista passionale” (un grande classico del depistaggio made in Italy) e la “pista fai-da-te” (cui invece non scampò Giovanni Falcone dopo l’attentato fallito all’Addaura).

Per ora, da quel che si legge, la relazione tra bomba e Simonati si spiegherebbe misurando la distanza tra la casa di Ranucci e la spiaggia di Torvajanica dove nel Settembre del 2020 venne assassinato tal Selavdi Shehaj, più noto come “Passerotto”: cento metri!

E meno male che non sono cento passi.

Su modalità e senso di questo arresto, di per se stesso importante naturalmente visto il curriculum criminale del soggetto arrestato, ci sarà modo di tornare, ma io credo che oggi sia necessario tenere quanto più aperto il campo delle possibili interpretazioni di quello che è successo in danno di Ranucci e della sua famiglia, Giovedì 16 Ottobre alle ore 22:17 (pare tra l’altro che a quella data il Simonati fosse già stato “individuato”).

In questo senso potranno tornare utili alcune considerazioni.

L’attentato a Ranucci è stato realizzato con modalità che ostentano artigianalità ma che in realtà, come lo stesso Ranucci ha osservato, “in pochi saprebbero fare” (basta tenere a mente che il giornalista era appena tornato a casa dopo una decina di giorni di trasferta).

Da qualche anno a questa parte la violenza politica ovunque nel Mondo ha ad oggetto specialmente se non esclusivamente giornalisti-ficcanaso con o senza patentino: da Vittorio Arrigoni (15 Aprile 2011) a Sigfrido Ranucci, passando per Daphne Cariana Galizia, Jan Kuciak, Martina Kusnirova, Peter de Vries, Andy Rocchelli, Andrej Mironov, Giulio Regeni, Mario Paciolla, i quasi trecento assassinati a Gaza, le cronache non lasciano dubbi.

Mi sono convinto che ciò accada non tanto perché i criminali, normalmente di alto rango (anche se poi fanno uccidere a reclutati molto più in basso) siano preoccupati della punizione penale come conseguenza della denuncia giornalistica: i criminali-potenti ormai per la loro impunità fanno molto più efficacemente affidamento sulle gravi, quanto scientemente perseguite, inadeguatezze dell’attività giurisdizionale (internazionale e non), che ormai può spaventare soltanto le ultime ruote del carro (armato).

Piuttosto la violenza politica contro i ficcanaso ha a che fare con l’ossessione per lo “story telling” che oggi sollecita fino alla paranoia ogni centro di potere, compresi quelli più evidentemente criminali. Il ficcanaso con le sue denunce “increspa” l’auto narrazione compiaciuta di regimi, Istituzioni, partiti, movimenti (si pensi al bravo Paolo Berizzi!), aggregati finanziari, clan e questo nell’epoca del social-narcisismo è insopportabile.

Ciò posto, per me allora la domanda è: quale tra gli “storytelling” che Report ha increspato è tanto pericoloso da poter reagire in questo modo?

In questa fase storica caratterizzata dalla grande “rivincita” delle destre nazionaliste in quasi tutto l’Occidente e segnatamente di quelle italiane, non è difficile ipotizzare una risposta.

In Italia infatti la destra è impegnata in uno sforzo senza precedenti finalizzato al “cambio-di-narrazione” che pretende, tra l’altro, di cancellare dalla scena del “crimine” tutti quei soggetti che direttamente o indirettamente rimandano alle radici (ed alla attualità) delle principali formazioni di governo e l’epicentro di questo sforzo, come è noto, sta nella Commissione parlamentare antimafia (ovviamente del tutto estranea al fatto esplosivo. Soltanto l’ennesimo intervento provvidenziale dell’arbitro della Repubblica, “travestito” da Servizio Studi del Senato, ha stoppato l’iter di approvazione della proposta di legge sul “conflitto di interessi” in antimafia che avrebbe portato alla neutralizzazione dei parlamentari Roberto Scarpinato e di Federico Cafiero De Raho.

C’entra questo quadro con Ranucci e le inchieste di Report? Può darsi.

Ma, in fine, potrebbe c’entrare anche un altro scenario, che legherebbe comunque la bomba ai travagli della italica destra, ma in una diversa prospettiva.

Dalla vicenda Almasri, fino a quella dell’ufficiale ucraino Kuznietsov, mi chiedo se vi siano tensioni all’interno degli apparati di sicurezza del nostro Paese che spieghino come mai accadano cose che, con tutta evidenza, si traducono in mal di pancia per il Governo. Anche la bomba, a pensarci bene, è un mal di pancia per il Governo, perché ha costretto tutti, anche quelli che Ranucci non lo sopportano a parlare di cose gravissime, riservate per lo più agli addetti ai lavori: il media freedom act ignorato dal Governo, la direttiva europea sulle querele “bavaglio sfilata dalla Legge di delegazione europea, i giornalisti pedinati, intercettati, denunciati, Report stesso mortificato ed intimidito (anche in sede istituzionale), le concentrazioni editoriali sempre più evidenti, i conflitti di interessi… Questa “bomba” ha avuto un effetto “bengala” nella notte dell’informazione italiana.

Chissà? Per non saper ne’ leggere ne’ scrivere, keep calm e punta sulla “pista albanese”.


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