Pedro Sánchez è il politico del momento. Si muove con disinvoltura sulla scena internazionale. Viene minacciato di sanzioni da Donald Trump, insultato da Elon Musk, accusato dal governo di Benjamin Netanyahu, naturalmente, di antisemitismo —quella categoria in cui Tel Aviv, nonché solerti legislatori italiani, vorrebbero ingabbiare ogni critica agli atti criminali dello stato d’Israele.
Ha preso posizioni scomode sul genocidio di Gaza, sul riarmo europeo e i conti della Nato, sul sequestro di Nicolas Maduro in Venezuela, sullo strapotere dei tecno-oligarchi, sulla “guerra illegale” israelo-statunitense all’Iran. Conquista i titoli dei principali media mondiali, viene definito dal Financial Times “la nemesi europea di Trump”, pubblica articoli sul New York Times, viene intervistato da Bloomberg, dove annuncia l’intenzione di ricandidarsi nel 2007, è ospitato da talk show nazionali delle tv Usa, a suo agio col suo fluente inglese.
Nel disastroso momento europeo, fra l’arroganza di Ursula von der Leyen, Friedrich Merz che offre la Germania ai voleri di Washington, l’imbarazzo di Mark Rutte che media tra il socio maggioritario della Nato e gli scenari drammatici che si prospettano all’Alleanza atlantica, Pedro Sánchez prende posizione e si espone agli strali di Trump. Che, inferocito, accanto a un silenzioso Freiedrich Mertz, minaccia embarghi e afferma: “La Spagna è stata terribile! Ho detto a Scott [Bessent, segretario del Tesoro], di tagliare tutte le relazioni con la Spagna”. Sánchez vieta l’uso delle basi Usa per azioni offensive e non retrocede davanti agli attacchi Usa, ampliando la misura col divieto di sorvolo agli aerei Usa impegnati sul fronte iraniano.
È l’idolo delle piazze che si oppongono alle guerre e degli elettori di sinistra europei, che contrappongono le sue posizioni nette alle prudenze dei propri leader e un involontario esempio per questi, “costretti” a posizionarsi tardivamente sulle sue posizioni, per non perdere il contatto con opinioni pubbliche sconcertate dalle mani libere concesse a Israele, dalla rottura dell’ordine internazionale e dalle guerre, col loro corollario di spreco di risorse e di sangue. È un punto di riferimento per chi ancora coltiva un’idea di Europa basata sui diritti, la tutela ambientale, il welfare. Fa da apripista ai dubbi e al disimpegno francese e britannico, costringendo anche l’Italia di Meloni a mettere in scena un distanziamento dalla guerra di Trump e Netanyahu. Ed è il bersaglio degli attacchi delle destre spagnole e mondiali.
“Dirty Sánchez —con dirty che non si traduce semplicemente con sporco ma è un riferimento alla coprofilia— è un tiranno e un traditore del popolo spagnolo”, ha scritto Musk sul suo account dell’ex-Twitter, il 3 febbraio. Lo attaccava per la regolarizzazione di 500 mila lavoratori stranieri in Spagna ma reagiva all’annuncio al World Governments Summit di Dubai di misure contro “il selvaggio west digitale”, limitazione dell’accesso dei minori ai social e, soprattutto, obblighi per le imprese di collaborazione con gli inquirenti nel caso di indagine su delitti compiuti in rete.
Sul fronte interno, va ancora peggio. Le destre spagnole hanno da tempo rotto ogni remora verbale. Accuse gravissime totalmente slegate dal reale, insulti, falsi, insinuazioni, sono ormai pane quotidiano del dibattito politico-mediatico spagnolo. Sánchez è stato accusato di essere un “traditore della patria”, un “disonesto” e un “corrotto”, di essere un “presidente illegittimo”, trascinando così l’intero processo elettorale democratico, il parlamento e la stessa figura di Felipe VI in un gorgo di delegittimazione. Quella in atto in Spagna, a opera di media soprattutto madrileni, di settori della magistratura e di sindacati di polizia è una vera guerra a Sánchez, esplosa con l’amnistia agli indipendentisti catalani, passaggio del percorso di riconduzione alla politica della crisi territoriale che l’ultimo governo del Pp guidato da Mariano Rajoy ha irresponsabilmente delegati ai tribunali, e un ordine giudiziario che non si è lasciato sfuggire l’occasione di commissariare la politica.
Tra le accuse non manca quella di usare strumentalmente le questioni internazionali per nascondere i rovesci che subisce in patria. Indubbiamente la posizione interna di Sánchez è difficile. Il suo governo di minoranza è da tempo bloccato per le defezioni nella “maggioranza dell’investitura”, gli alleati di governo Psoe e Sumar e le altre forze —catalani, baschi, altre liste locali e Podemos, che uscì presto dall’alleanza con Sumar e dalla maggioranza— che col voto o l’astensione hanno consentito il varo del terzo governo Sánchez. L’esecutivo va avanti per decreto e sarà, a meno di un’improbabile svolta, l’unico governo democratico che non è riuscito a varare neanche una finanziaria nel corso della sua vita.
Eppure Sánchez, dato più volte alla fine del percorso, continua a stare lì, anzi rilancia. Si avvia al quarto esercizio provvisorio consecutivo ma la crescita economica dota l’esecutivo di una importante riserva di spesa che consente di varare misure di supporto a popolazione e produzioni davanti alla crisi dello Stretto di Hormuz. Una crescita costante e tale da poter definire senza esagerare la Spagna come la locomotiva europea, e non è un’iperbole giornalistica. Il Pil 2025 è dato tra il 2,6 e il 2,7 per cento, trainato dai dati trimestrali superiori alle previsioni. Recenti proiezioni lo elevano al 2,9. Il Pil spagnolo rappresenta circa il 10 per cento di quello dell’Unione europea. Se si guarda al 2024, col Pil europeo fermo allo 0,8 per cento e quello spagnolo al 3,2, grosso modo il 40 per cento della crescita dell’Ue dello scorso anno è dovuta alla Spagna. Certo, questa è macroeconomia, non così brillante è quel che accade nei bilanci familiari, anche se l’aumento dei consumi interni testimonia dell’espansione delle “classi medie e lavoratrici”, che Sánchez esplicita come riferimento delle politiche del governo.
La presenza di Sánchez nel dibattito internazionale però non è, come accusano le destre, pura strumentalità, arma di distrazione degli spagnoli dalle proprie difficoltà. Perlomeno non in toto. Se certamente si tratta anche di uno strumento usato a contrasto delle difficoltà interne, la dimensione internazionale è propria della formazione e della mentalità di Pedro Sánchez. Nato nel 1972 è figlio del mondo globalizzato, un politico della “generazione Erasmus”, un economista formatosi nella consapevolezza della necessità dell’Unità europea, nella globalizzazione, di cui conosce limiti e successi, e vede l’interdipendenza planetaria che caratterizza quest’epoca.
Pedro Sánchez ha fatto della politica internazionale un suo cavallo di battaglia sin dall’inizio, col primo governo del 2019, quando la Spagna ha sostituito il Cile sconvolto dalle proteste come sede del Vertice sul clima.La dimensione internazionale, cosmopolita, ha sempre caratterizzato la sua traiettoria. Parla correntemente francese e inglese, nel 1988 ha lavorato al Parlamento europeo come assistente di un’eurodeputata del Psoe, l’anno successivo è stato nel gabinetto dell’Alto rappresentante per l’implementazione del Piano di pace di Dayton in Bosnia-Erzegovina, il diplomatico spagnolo Carlos Westendorp, un protagonista nell’ombra della politica internazionale spagnola scomparso pochi giorni fa, già ministro degli Esteri nell’ultimo governo di Felipe González; la sua tesi dottorale, del 2012, sulla diplomazia economica spagnola, divenne un libro, La nuova diplomazia economica europea, scritto con Carlos Ocaña Urbis.
Sánchez è in tutto e per tutto un politico della nuova Europa, per generazione e formazione, caratteristica non sempre apprezzata in patria dove il disinteresse per le questioni internazionali caratterizza per esempio il Partido popular, limitato a un rigido atlantismo e che non propone mai i temi internazionali, se non in funzione interna, per esempio nell’uso del Venezuela nello scontro politico col Psoe.
Sin dall’inizio, invece, Sánchez si è proposto come leader europeo di una Spagna europea. È ascoltato dai ventisette dell’Ue, è di fatto il referente della Commissione in Spagna, si muove in maniera disinvolta nei vertici e nei media internazionali. Ha ben chiaro, come disse già negli anni Ottanta del secolo scorso Tip O’Neill, che fu speaker della Camera Usa, che “Tutta la politica è locale”.
Leader di sinistra europeo e mondiale. Barcellona sarà teatro, il 17 e 18 aprile, del primo vertice della Mobilitazione progressista globale, iniziativa promossa dal capo del governo spagnolo e dal presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva. L’incontro, organizzato in collaborazione col PSE, vuole riunire i leader progressisti mondiali per coordinare risposte politiche all’avanzare dell’autoritarismo, dell’estrema destra e all’erosione del multilateralismo. Il No pasarán, in Spagna e nel mondo, è il programma della sua annunciata intenzione di presentarsi come candidato anche alle prossime elezioni del 2027.
